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My Cousin tells me that…

Dopo anni di studi sulle scienze sociali ho appreso solo pochi concetti. Pochi ma confusi. C’è una cosa, però, che non mi hanno insegnato ma che ho capito da solo (in realtà non escludo che possa essere una cosa tanto scontata da non aver bisogno di essere sottolineata): non c’è nulla che descrive meglio una cultura quanto le sue leggende metropolitane. Tutte quelle notizie al limite del verosimile mi mandano in brodo di giugiole (oddio… “brodo di giugiole”, che espressione atavica, “atavica”… che vocabolo vetusto, “vetusto” che… e così ad libitum, “ad libitum”… vabbè, qui la ricetta del brodo di giuggiole), sia per la loro dimensione sociologica, sia per quella letteraria. Immagino che esistano dei trattati seri sul tema, ma io, che sono un cialtrone (ma un signor cialtrone), mi posso permettere di dire la mia senza aver fatto una ricerca approfondita; le leggende del nostro tempo, e del nostro dove, hanno una matrice comune, cioè la paura. “La paura del progresso scientifico, la paura del degrado ambientale, la paura del diverso, la paura dell’ignoto, la paura della paura” (questo virgolettato non ha senso in quanto mi sono autocitato, e per giunta da fonte inedita, ma per protesta gli do anche una mano di corsivo). Ovviamente ci sono leggende e leggende, storie e storielle, alcune vengono addirittura inventate e messe su pista per scopi commerciali!  Già… perché le leggende si possono anche “creare in laboratorio”, e la cosa intriga non poco il mio “Passegero Oscuro” (i fun di Jeff Lindsay e “Dexter” apprezzeranno la citazione). Un trucco per farlo, immagino sia cavalcare i pregiudizi e gli stereotipi,  mi ricordo un sociologo partenopeo, di cui però non rammento il nome (“rammento”, che parola… ect. ect.) che parlando con un suo amico si sente chiedere: “Allora cosa si racconta a Napoli? Cosa si sono inventati ora?”, il sociologo, che in quanto meridionale e intellettuale aveva il raffinato vizio della presa per il culo, gli raccontò che l’ufficio anagrafe di Napoli era pieno di genitori che volevano chiamare i figli “Dottor”, “Professor”, “Ingegner” ect, in maniera che da adulti sarebbero stati il Dottor Esposito, il Professor Russo, l’Ingegner Cavallo, pur avendo magari solo la licenza elementare. Qualche mese dopo la storia “ritornò” allo stesso sociologo sotto forma di racconto di un amico che sosteneva di aver visto con i suoi occhi un atto di nascita.

Concludo il post con una domanda e un link. La domanda è: e se la storia che ho appena raccontato fosse completamente inventata? Se fosse una  meta-leggenda? Il link invece è questo, magari all’interno del sito segnalato c’è anche la risposta alla domanda. Ma anche no.