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Di sguardi e memoria

Non so se avete mai visto il film “Il giocattolo” (1979) di Giuliano Montaldo, io l’ho visto di recente, e sono rimasto colpito da una scelta di sceneggiatura che qualche maestrino della materia potrebbe definire addirittura un errore. Il protagonista Vittorio Barletta, interpretato da Nino Manfredi, e sua moglie Ada (Marlène Jobet), invitano a pranzo Sauro (Vittorio Mezzogiorno), un poliziotto che Manfredi ha conosciuto in palestra e con cui condivide la passione per i film western. Durante il pranzo Sauro e Ada si lanciano degli sguardi, sguardi languidi e imbarazzati, e Vittorio se ne accorge, rimanendo per un attimo interdetto. La nostra abitudine filmica ci porterebbe a pensare che quel pranzo preannunci un tradimento (in gergo si parla di metonimia, che oltre ad essere una figura retorica è anche una tecnica narrativa), una liaison, e invece no, quel tango di sguardi non si rivelerà utile nemmeno per tratteggiare aspetti caratteriali dei personaggi, aspetti determinanti per il resto della storia, tipo la gelosia di Vittorio o la debolezza di Sauro verso le donne degli amici. No. In quel pranzo succederà qualcosa che segnerà irrimediabilmente la storia a seguire*, ma quell’embrione di triangolo amoroso ne sarà estraneo e rimarrà confinato per sempre tra il primo e il dessert di quel pranzo. Ecco, un maestrino dicevo, un maestrino definirebbe quella scena inutile e sbagliata; il mondo filmico che abbiamo creato è un mondo estremamente meccanicistico, dove ogni elemento è un ingranaggio atto al movimento della macchina filmica, spesso l’ingranaggio non funziona, è rumoroso, fa vibrare la macchina fino a mandarla in pezzi, ma il solo fatto di essere congruente con il flusso degli eventi ne giustifica la presenza, e raramente vi è spazio per le false piste, o quelle che nei romanzi gialli vengono chiamate “aringhe rosse”, insomma in un film “canonico” ogni sviluppo della trama deve essere anticipato da altri elementi. È qui che a mio parere la scrittura cinematografica perde con la letteratura vera e propria la sfida sul realismo. La vita vera è piena di storie abortite, presunti segni che non segnalavano niente, falsi allarmi, noiosi vicoli ciechi o inaspettati cambiamenti di trama, e un romanzo, anche per l’esigenza di riempire uno “spazio” narrativo più ampio rispetto a un film, spesso non lesina raccontare le digressioni e i ripensamenti del destino. Ciò nonostante, seppur meno realistica, la scrittura filmica è più naturale di quella letteraria, in che senso? Provate a pensare ad un’avventura che avete avuto nella vostra vita. Ora raccontatela. Fatto? Bene, son sicuro che nello stesso periodo vi sarà successa almeno un’altra cosa degna di essere raccontata; prendetevi un po’ di tempo per pensarci, per raccogliere i ricordi, e quando siete pronti raccontate anche questa. Ora confrontate le due storie; se nella prima la vostra preoccupazione principale era il lavoro, nella seconda potreste scoprire che il vostro cruccio era un altro, tipo un problema di salute o una bega sentimentale, se nella prima storia il vostro amico Mario era sempre presente fino a ritagliarsi il ruolo di coprotagonista, nella seconda potrebbe essere meno di una comparsa, e vostra madre apparire come la figura preminente per voi in quel periodo, eppure siete sempre voi, ed è sempre lo stesso periodo. La realtà ci sottopone a un bombardamento di informazioni che non possiamo memorizzare in toto, non nella memoria direttamente consultabile almeno, quella più “vicina” alla coscienza, per questo la nostra mente opera una sintesi, in questa sintesi non vi è spazio per ciò che non è funzionale, ai dettagli apparentemente inutili, nel momento in cui cerchiamo di ricordare qualcosa la nostra mente diventa uno sceneggiatore, e taglia tutto ciò che ritiene superfluo alla storia raccontata. Insomma, se siete in autobus, in aeroporto, al supermercato, e vi scoprite a scambiarvi uno sguardo malizioso e intenso con un perfetto sconosciuto/a, anche se sapete che non rivedrete più quella persona, non cancellate dalla mente quel particolare, quell’immagine, potreste utilizzarla se farete un film, e magari far riflettere qualcuno sull’umana percezione della realtà.

* Una vera e propria “pistola di Cechov”

Fiction-non-fiction

Ieri ero dal mio barbiere, mentre attendevo il mio turno passavo in rassegna le letture sul tavolino, e mi imbatto in un numero (arretrato) de L’Espresso. Superato lo shock per aver trovato il noto settimanale in quella selezione la cui condizione minima necessaria, generalmente, è avere almeno un accenno in prima pagina/copertina alla Roma o alla Lazio, mi sono messo comodo ed ho sfogliato la rivista. Mi ha incuriosito in particolare un articolo che descriveva una nuova tendenza della letteratura internazionale, secondo questo articolo la produzione letteraria (sarebbe il caso però di specificare “non di genere”) starebbe virando massicciamente dalla fiction, ovvero da storie inventate di sana pianta dall’autore, alla non-fiction, ovvero la narrazione del reale, spesso autobiografica (citati gli esempi di Dave Eggers e degli italiani Edoardo Nesi ed Emanuele Trevi). Premetto che non ritengo i due mondi separati, e considero i capisaldi del continuum come puramente teorici. Per quanto riguarda la fiction “se non esistessero i fiori riusciremo a immaginarli?” per dirla à la Bluvertigo, ovvero l’immaginazione è solo un processo di montaggio di ciò che già si conosce, se devo scrivere un romanzo il cui protagonista è impegnato in una guerra che nella realtà non è mai esistita, in quella guerra assemblerò tutti quegli elementi che conosco e che associo alla guerra, la verosimiglianza e la plausibilità dipendono dal grado di solidità di tale costruzione, ma per fare un buon assemblaggio è necessario studiare bene gli elementi, i pezzi, da montare, e su questo torneremo più avanti. La non-fiction, invece, per quanto essa si prefissi di essere neutrale e naturale, ovvero conforme alla realtà che racconta, non potrà mai sfiorare tale condizione, perché il fatto è come la particella per Heisenberg, nel momento in cui la si osserva cambiano i suoi attributi. Uno scrittore per raccontare un fatto realmente accaduto dovrà usare delle parole, quindi sceglierle, dovrà costruire delle frasi e quindi determinare un ritmo nella lettura, insomma lo scrittore non può esimersi dal costruire una regia, e questo attribuisce inevitabilmente un taglio prospettico alla narrazione.

Tornando alla tendenza letteraria di cui all’articolo de L’Espresso, ho il sentore che essa non sia soltanto un’evoluzione del gusto di lettori, editori e autori, ma entri in gioco una variabile esterna che ha cambiato e cambia tutti gli aspetti della nostra vita: la crisi economica. È pacifico che più passa il tempo e sempre meno sono gli scrittori che possono vantare di sostentarsi con i propri libri, se dipendo da un altro lavoro per pagare l’affitto non sarò così libero di osservare e studiare i pezzi da montare insieme, se faccio l’impiegato o l’operaio potrebbe essere un problema per me, ad esempio, affrontare un viaggio di mille chilometri per incontrare un vecchietto che mi è stato segnalato e che ha fatto la seconda guerra mondiale, nel caso nel mio romanzo volessi “costruire” una guerra come nell’esempio fatto prima, così attingo a del materiale che già conosco bene, quello del mio vissuto personale, o a del materiale semi-lavorato come nel caso della cronaca. Con questo non voglio dire che scrivere non-fiction sia più semplice, anzi, forse sarei tentato di affermare il contrario, ma la lavorazione che implica è forse più economica soprattutto in termini di tempo. Questo per quanto riguarda gli scrittori, ma l’offerta è nulla se non incontra la domanda, quindi cosa spinge i lettori a comprare non-fiction? È risaputo che quando interviene una grossa crisi aumenta la richiesta di evasione, di intrattenimento, ma questo è vero nel breve periodo, non è eretico pensare che quando la crisi è consolidata riprenda il bisogno di realtà del pubblico, considerando poi che il libro, sia esso di carta o digitale, può costituire talvolta un lusso, un titolo ben scritto di non-fiction può soddisfare contemporaneamente il gusto per la lettura e quel bisogno di realtà, di informazione e dare l’impressione di capire, e quindi vivere, il proprio tempo.

Poi è arrivato il mio turno; ho chiuso la rivista, archiviato le mie considerazioni e ho preso a discernere anche io di Zeman e Petkovic.

Un buon partito – Reprise

Se Cristo fosse vivo oggi, sarebbe grasso. dal film “La Passione”, di Carlo Mazzacurati

Una mattina come tante, accendendo il telefono, a Fabio venne in mente un’espressione, un modo di dire che usavano spesso le sue zie zitelle nei discorsi tra donne. Mentre i messaggi si succedevano  componendo un ritmo nevrotico e snervante, una voce nella testa gli sussurrò l’espressione buon partito. Lui che non si era mai ritenuto, nemmeno durante l’ubriacatura più euforica, minimamente attraente, che aveva baciato la sua prima ragazza a diciotto anni, si trovava improvvisamente, ad anni quarantuno, ad essere un buon partito. Era sempre stato refrattario allo sport, eppure il suo fisico aveva saltato la staccionata dei quaranta senza un filo di grasso. Delle piccole cicatrici sulle guance, e su cui non cresceva la barba, gli ricordavano i tormenti dell’acne. Timido al limite dell’handicap sociale; arrossiva se qualcuno gli faceva un complimento, diretto o velato, arrossiva persino se qualcuno parlando con lui tirava fuori l’argomento sesso. Ne aveva fatto poco di sesso Fabio, aveva sempre studiato come un matto, al liceo come all’università, ma anche e soprattutto dopo; superò l’esame di Stato d’avvocato al primo colpo, in pochi anni era diventato il più famelico topo da tribunale dello studio associato in cui lavorava, e le tirocinanti fresche di università, che vagavano nello studio inciampando sui tacchi, con quei tailleur a nascondere tatuaggi e piercing, poi spavaldamente messi in mostra non appena fuori dall’orario d’ufficio, erano pazze di lui. Ma c’era dell’altro; se Fabio era diventato involontariamente un buon partito, da parte sua aveva sempre cercato di essere una brava persona. Gli dicevano che era troppo buono per fare il penale, e troppo idealista, ma gli altri non lo sapevano, o meglio lo scoprirono solo dopo, che la sua insicurezza svaniva non appena si alzava il sipario su quella recita, quel dramma che comincia sempre con un penoso dialogo, prosegue in un lungo ed estenuante vorticare di rinvii, lettere e atti da depositare, e si conclude con un’arringa, più o meno appassionata, che precede un epilogo altrimenti noto come sentenza. Fabio non rifiutava nessun cliente, come era nella filosofia dello studio, e probabilmente, della professione tutta, ma ogni tanto si andava a cercare personalmente il cliente nei trafiletti della cronaca locale, nelle storiacce più atroci, faceva pressioni per farsi nominare d’ufficio, lo faceva se i personaggi intorno a cui si stava costruendo la commedia erano dei poveri cristi, magari non gigli ma pur sempre figli, vittime di questo mondo, citando la sua canzone preferita. Era probabilmente anche questo ad averlo reso così interessante agli occhi delle colleghe.

Irene, Elisa, Marina, Veronica, Giulia, Silvia, Anna, Paola, Sara, Serena, erano stati i suoi ultimi appuntamenti, nessuno su sua iniziativa, e nessuno che si fosse tramutato in sesso. I tre gradi di giudizio di ognuno di questi appuntamenti era sempre lo stesso: eccitazione, imbarazzo, noia. C’era solo una persona che ultimamente gli piaceva; Elvira, trentaquattro anni, in studio da almeno sei. La sua risata vagamente afona gli faceva girare la testa. Un giorno Elvira si presentò in studio particolarmente elegante, qualcuno le fece una battuta, un’avance, Fabio ebbe un moto di gelosia, si fece coraggio e la invitò a cena. Era il 15 aprile.

Tra una portata e l’altra parlarono di lavoro, poi Elvira gli confessò di vivere ancora con i genitori, i quali non vedevano l’ora che si trovasse un uomo. Lui riuscì a estorcerle in più occasioni quella risata per cui perdeva la testa.

– Erano buoni gli scampi? – Chiese lei.

– Ottimi. Se vuoi ne ordino altri… non hai mangiato nulla.

– No no, per carità!

– Non mi dirai che sei a dieta? Sei in forma smagliante…

– Fabio, ho perso venti chili in un anno, non ti ricordi com’ero?

Fabio si strinse nelle spalle, con il cuore in aritmia per la figura di merda che si stava palesando.

– Vedi; prima non mi notavi neanche, quando ero una cicciona!

Fece un broncio da bambina, e lo guardò con malizia. Ecco, in questi casi Fabio generalmente diventava rosso, ma non questa volta. La sua espressione divenne corrucciata, seria, e non disse nulla, il che spinse Elvira ad approfondire l’argomento.

– Avevo un problema col cibo, non era bulimia, i medici lo definirono disturbo da alimentazione incontrollata, mi abbuffavo fino a scoppiare, soprattutto di dolci.

– Ora non ne mangi più?

– Ogni tanto, in occasioni speciali.

– Qual è il tuo dolce preferito?

– Profiteroles. Mhm, solo a pronunciarlo mi viene l’acquolina…

Fabio alzò la mano per chiamare il cameriere. Elvira intuì le sue intenzioni, e lo supplicò:

– No, ti prego!

– Hai detto solo in occasioni speciali, e questa forse non lo è?

Lei si sentì improvvisamente inerme, sopraffatta. Lo guardò. E non pensò più.

Uscirono altre tre volte, sempre a cena, al quarto appuntamento scoparono, e Fabio la mattina dopo le portò a letto un cappuccino con due cornetti, uno al cioccolato semplice e uno al cioccolato bianco. Il primo maggio le preparò un pranzo con le sue mani. Risotto agli asparagi, scaloppine al limone e zuppa inglese, quest’ultima per sei persone. Lei si fece coraggio e rifiutò il dessert, e chiese della frutta, Fabio tirò fuori una macedonia, e quando sentì lo sciroppo di glucosio, che impregnava la fetta di banana, esploderle in bocca, le sfuggì una lacrima:

– Perché mi fai questo?

Lui le si avvicinò, le prese la mano e le chiese:

– Vuoi venire a vivere qui, con me?

Lei cercò di dire di sì, ma per l’emozione aveva le corde vocali paralizzate, allora prese il cucchiaio e lo affondò nella crema della zuppa inglese. Arrivò l’estate, e Fabio comprò un congelatore solo per i gelati. Elvira non se la sentì di andare al mare, la cellulite la ossessionava. A settembre si arrese all’idea di rinnovare il suo guardaroba, i suoi vecchi abiti, quelli della sua vita precedente, li aveva gettati tutti. Un giorno di novembre, la signora Luisa telefonò a Fabio per chiedergli cosa stesse succedendo a sua figlia, perché non si faceva più vedere, perché non andava a trovare i suoi vecchi genitori, e Fabio non seppe cosa rispondere. Con l’arrivo dell’inverno il peso di Elvira cominciò ad aumentare paurosamente, verso natale aveva quasi doppiato il suo peso forma, non andava più a lavoro, e le sue cause ormai le seguiva Fabio. Per la notte dell’ultimo dell’anno Elvira volle rimanere a casa, solo lei e lui, come sempre, del resto, da mesi a quella parte, ma Fabio fece comunque la spesa per un cenone vecchio stile, quelli che riunivano tre generazioni della stessa famiglia. Col nuovo anno Fabio comprò un nuovo materasso, e una rete con doghe rinforzate, ormai Elvira si alzava solo per andare in bagno o per prendersi del cibo in cucina, quando quello che Fabio le aveva lasciato in camera era finito. Non dormiva quasi più e si faceva prescrivere dei tranquillanti, sempre più potenti, che non prendeva mai. Non facevano l’amore da tempo, lui ne avrebbe avuto ancora voglia, ma lei si deprimeva solo all’idea. E venne maggio; Fabio tornò a casa presto, era un giorno di festa ma lui era stato comunque in ufficio a studiare un fascicolo. Quando entrò in camera da letto vide una bottiglia di vino e due bicchieri già colmi sul portavivande, quello che generalmente traboccava di brioche e barrette al cioccolato.

– Dobbiamo brindare – disse Elvira.

– D’accordo – rispose Fabio, – cosa si festeggia?

– Lo sapevo che non ti saresti ricordato; esattamente un anno fa mi hai chiesto di venire a vivere con te.

– Ah giusto – disse Fabio diventando rosso, e per soffocare l’imbarazzo buttò giù mezzo bicchiere di vino.

Parlarono un po’, e bevvero, poi Fabio cominciò a sentirsi stanco, e si sdraiò accanto a Elvira.

– Non dovevo bere quel vino a stomaco vuoto, mi gira la te… la testa.

– Non è il vino – rispose Elvira.

Fabio si voltò verso di lei, cercò di sollevarsi sui gomiti, e ci riuscì, per un solo secondo, il tempo di vedere i flaconcini vuoti di benzodiazepine sul comodino accanto al letto.

– Perché? – Chiese lui.

– Perché mi hai seviziata, torturata, annientata, ti basta? e ora dimmelo tu, perché? Perché mi hai fatto questo?

– Volevo… quella volta che… che mi hai detto che non ti avevo mai notata, quando eri grassa, volevo dimos… dimos… trare a te, e a me, che ti avrei desiderata lo stesso… lo stesso…

Cominciarono a vomitarsi addosso, incapaci anche solo di sporgere la testa oltre il bordo del letto, e poi svennero. Dopo diverse ore Elvira si svegliò constatando delusa di essere ancora viva, guardò lo specchio di fronte al letto alla ricerca del riflesso di Fabio, e il suo corpo era ancora lì, nelle stessa posizione in cui lo aveva visto l’ultima volta, nella stessa posizione in cui lo aveva visto per l’ultima volta da vivo. Avevano assunto la stessa quantità di ansiolitico e alcol, ma non aveva considerato che la sua massa corporea non era la stessa di quella di Fabio. Con uno sforzo immane Elvira sollevò il braccio per afferrare il cordless sul comodino, fece cadere tutto, le boccette di tranquillanti, le pomate per le piaghe da decubito, le caramelle per l’alito, il telecomando del televisore e quello per l’aria condizionata, ma il cordless si incastrò magicamente nel morbido incavo della sua mano; telefonò al 113 e confessò di aver ucciso il suo compagno.

Ci fu un altro risveglio, questa volta in una stanza che non conosceva, sembrava un ospedale, vide fuori dalla porta la sagoma di un carabiniere, probabilmente era lì per lei. Si accorse di un ragazzo sulla trentina che era seduto al suo fianco, in giacca e cravatta e con una ventiquattrore sulle ginocchia. Il ragazzo balzò in piedi non appena si accorse che Elvira era cosciente.

– Salve Avvocato, si sente meglio? – Disse il ragazzo ad Elvira, – sono un collega, anche se probabilmente lei non mi conosce. So quello che è successo. Mi scusi… sì, ha ragione… la lascio riposare, volevo solo dirle che se me lo permette… vorrei assisterla io… se non ha già pensato a qualcun altro ovviamente, anche se, non dovrei essere io a dirglielo, ma insomma… i suoi ex colleghi si sono già offerti di seguire i famigliari del defunto. Io invece credo… io credo che lei… insomma, come dice il poeta, se non siam gigli siam pure sempre figli, vittime di questo mondo.

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Cose che nessuno sa

Una volta sentii dire a un critico di professione che il cittadino medio, quando deve esprimere un giudizio su un’opera che ha gradito, fa ricorso a un vocabolario e a una sintassi assai semplici, scimmiotta il linguaggio degli intellettuali, invece, nel tentativo di descrivere un lavoro che non ha riscosso i suoi favori. Alla faccia di quel critico, che considero un cretino, per questa recensione sarò il più diretto possibile: Cose che nessuno sa di Alessandro D’Avenia mi ha fatto schifo. Qualche ingrediente per rendere l’idea della pietanza: una nonna amorevole che sforna saggi proverbi in vernacolo come un jukebox del buon senso, un ragazzo ribelle che di nascosto scrive poesie, bambini buonissimi ed educati come nelle pubblicità delle brioche o nelle fiction della Rai , personaggi femminili la cui unica preoccupazione è avere un uomo accanto, la parola “amore” ripetuta 137 volte ovvero una volta ogni due pagine, personaggi che dopo essersi salutati cominciano a parlare di massimi sistemi con la stessa naturalezza con cui nella vita vera si discute di dove si è trovato parcheggio, e ciò nonostante l’autore pretende di salire in cattedra, mettendo in ammollo l’idea per un romanzo Teen (la cui seconda parte, devo riconoscere, non sarebbe stata male se privata delle caratteristiche che descrivo in questo periodo grammaticale) in un barile di supponenza letteraria e irritanti moralismi. Non mi dilungo per non contravvenire ai propositi iniziali, vorrei però dire al Professor D’Avenia che gli sono grato, davvero, infatti era da tempo che trovavo gradevole tutto ciò che leggevo, e mi aveva fatto visita il sospetto che mi stessi rincoglionendo.

Come al mare a settembre – reprise

Quest’anno è luglio, come ogni anno. Luglio in inglese si dice Giulai. Io sono bravo in inglese, me lo dice sempre la maestra d’inglese. Anche l’altra maestra me lo dice. Ma lei lo dice a tutti. Quest’anno è luglio e io mi annoio. A mare ci vado, ma a settembre. La mamma dice che c’è meno gente ed è meglio anche per me. Non è una cosa brutta, è soltanto che arrivo dopo, al mare. A luglio guardo la televisione. Come ogni mese. Ma a luglio di più, perchè non vado a scuola. E guardo i film di Alberto Sordi che piacciono a papà. Ei film americani dove ci stanno le donne che piangono che piacciono a mamma. Ei telefilm che piacciono a me. A mio fratello non so cosa gli piace in televisione. A lui piace internet, che deve essere una specie di televisione che sta dentro al computer. E non lo so a mio fratello cosa gli piace della televisione che sta dentro al computer. So che a lui gli piace chiudersi in camera con Eleonora, quando in casa ci sto solo io. Come a luglio. Che io l’ho chiesto cosa fanno in camera, e lui mi ha detto che sono piccolo e non lo posso sapere. Allora spio sempre dal buco della porta, che lo so che non sono piccolo e lo posso sapere, ma non vedo mai niente. Solo una volta ho visto un piede di Eleonora, che tipo si muoveva, ma non era lei che lo muoveva, c’era tipo mio fratello che saltava sul letto e il piede si muoveva insieme al letto. E poi mio fratello respira forte quando si chiude in camera con Eleonora, e fa il rumore della pompa per gonfiare il canotto al mare. Poi dopo un po’ escono dalla camera. Eleonora si siede sul divano dove ci sto io che sto guardando la televisione, e mi dà dei giochi che dice che si chiamano eppimil e che stanno nei panini che fa uno che si chiama Meccdonal. Che poi a me quei giochini fanno pure schifo, ma penso che fanno ancora più schifo quando uno se li ritrova nel panino, che sto Meccdonal mi sa che deve essere uno scemo forte. Comunque io a Eleonora non lo dico che gli eppimil mi fanno schifo. Lei è contenta quando me li dà e mi accarezza la testa e mi sorride. E io sento le formiche, come quando sei seduto male e si addormentano le gambe, che prima senti le formiche e poi non le senti più. Cioè non senti più proprio le gambe, non le formiche. Ma le formiche che sento quando sto sul divano con Eleonora sono diverse, sono belle, e le sento in un posto che non posso dire. Un giorno chiedo a qualcuna se vuole chiudersi in camera con me, non dico a fare cosa, così vediamo se lo sa lei, e se non lo sa ci mettiamo a saltare sul letto, però solo quando c’è mio fratello in casa, così lo capisce che non sono piccolo. Magari lo chiedo alla maestra di inglese, che pure con lei le sento le formiche. Lo chiedo quando sarò più grande, ad agosto. Le chiedo se vuole chiudersi in camera con me ad agosto, anzi le dico Ogust, perchè così si dice Agosto in inglese. Io ad Agosto sarò più grande perché faccio il compleanno. Quest’anno faccio diciotto anni. Mio fratello a diciotto anni ha preso la macchina. Io no però, perchè dice che sono ritardato, che non è una cosa brutta, significa solo che ci arrivo dopo. Come al mare a settembre.

Il ragazzo alla fermata dell’autobus

— Lo vede quel ragazzo alla fermata dell’autobus?

L’uomo in giacca e cravatta seguì con lo sguardo la direzione indicatagli, e per un attimo strinse gli occhi, a causa della forte luce solare, che come per un sortilegio si fermava giusto all’ingresso della falegnameria senza osare penetrarvi.

— Intende quel signore?

Chiese l’uomo in giacca e cravatta al vecchio artigiano.

— Già… quel signore — Rispose con un sorriso appena accennato il vecchio. — Ha quarant’anni, su per giù, e da più di trenta lo vedo ogni giorno lì, alla fermata dell’autobus, me lo ricordo col grembiule e la cartella quando era alto poco più della metà. Me lo ricordo con i capelli lunghi e la prima barba sul volto. Me lo ricordo, ed è come se fosse ieri, con lo zaino in spalla, quelli di quando uno se ne va per un viaggio che non sa quando finirà. Me lo ricordo col suo primo abito elegante… come il suo — disse rivolgendo lo sguardo all’uomo in giacca e cravatta — me lo ricordo quando ha cominciato ad assomigliare a un uomo, ed è una cosa strana, che se uno ti chiede cos’è che cambia che fa sembrare uno un adulto, tu non sai che rispondere, qualcosa cambia, ma non sai cosa.

L’uomo in giacca e cravatta stava in silenzio, attendeva una conclusione che evidentemente sarebbe arrivata.

— Beh, io quel ragazzo, anzi, quel signore, non so neanche come si chiama, strano no?

L’uomo in giacca e cravatta non apparve turbato o imbarazzato, e il falegname pensò che doveva avere ancora i genitori in vita, quindi abituato agli attacchi di malinconia tipici dei vecchi. L’uomo in giacca e cravatta continuava a tacere, così il falegname si fece coraggio e gli disse che la sua cassettiera non era ancora pronta, che sì, è vero, gli aveva detto che sarebbe stata pronta la mattina, ma la colla non si era asciugata in tempo, è per via dell’umidità, spiegò. L’uomo chiese l’orario in cui sarebbe potuto tornare, poi salutò educatamente ed uscì nella luce.

Chissà se ci ha creduto alla storia della colla, pensò il vecchio. La verità è che il mobile non era ancora pronto, ci aveva lavorato, molto, ma i suoi occhi e le sue braccia non erano più quelli di una volta. Ci aveva lavorato anche di notte, tanto ormai non dormiva quasi più, abbassava la saracinesca del laboratorio e levigava, sempre più lentamente, ascoltando la radiolina portatile. Gli piacevano le trasmissioni in cui si parlava, anche se spesso non capiva di cosa, o quelle sportive: conosceva a memoria i nomi dei campioni del calcio internazionale, del Barcellona, del Chelsea, del Paris Saint German, a volte li ripeteva, invece di canticchiare ripeteva i nomi che gli piacevano di più, anche se avrebbe avuto qualche difficoltà a trascriverli. È strano come le radio portatili siano rimaste più o meno le stesse nonostante i computer, i televisori piatti e i telefoni che fanno tutto, pensava il vecchio. Un giorno decise di comprarne una nuova, prese la sua Fiat Uno e andò verso il grande negozio di elettrodomestici, quello di cui aveva trovato il volantino nella cassetta delle lettere. Aveva deciso di comprarne una con uno schermo digitale, una di quelle che puoi salvare le stazioni come i canali della televisione, ma poi si era quasi commosso davanti ai modelli standard. Gli facevano simpatia, gli sembravano buoni: una rotella per il volume e una rotella per le frequenze. La semplicità non può essere mai malvagia, pensò il vecchio. Così comprò un modello che non era poi tanto diverso da quello che già possedeva, e che funzionava ancora benissimo. Quando uscì nel parcheggio si accorse di una grande insegna, il nome di una ditta che aveva cambiato per sempre, facendolo quasi estinguere, il lavoro che faceva da cinquan’tanni: Ikea. Erano anni che si diceva ci sarebbe andato, quindi posò in macchina la radiolina e si fece ingoiare dal colosso scandinavo. Legno di scarsa qualità, se non infimo truciolato, cerniere deboli, incastri di dubbia tenacia, insomma prodotti scadenti. Eppure, pensò il vecchio, se non avesse fatto il falegname, se la sua vita fosse stata diversa, se fosse stato anche lui un giovane uomo con moglie e figlie piccole, probabilmente anche lui avrebbe comprato in quel supermercato del mobile. Nella sua vita la possibilità di prendere moglie o avere dei figli non era stata mai un’ipotesi realistica, anche se sua madre, povera donna, lo sperò fino al suo ultimo giorno. Con una donna ci era stato l’ultima volta almeno trent’anni prima, una del mestiere. Aveva avuto solo professioniste, tante, tante che  a contarle si perdeva il conto, ma solo a pagamento. Aveva smesso di andarci di colpo, forse fu quando morì il padre e alla falegnameria dovette pensarci solo lui. Comunque non gli mancava così tanto fare sesso con una donna, non gli serviva poi a molto, gli dava la stessa sensazione di quando hai fame e ti ingozzi d’acqua. L’unica persona capace di placare la sua fame era poi partita per la Sicilia a fare il carabiniere, si chiamava Remo, si sposò con una del posto ed ebbe cinque figli. Fino al duemila ogni tanto il vecchio lo vedeva ancora, tornava una volta all’anno dalla Sicilia, e ogni volta che lo vedeva il vecchio non provava attrazione fisica, ma un’enorme tenerezza. Dal canto suo Remo probabilmente aveva dimenticato quella follia di giovinezza, o aveva voluto dimenticare. Remo nel duemila ebbe un infarto e morì. Il vecchio mandò un telegramma alla famiglia ma non ebbe mai risposta. Fu questo il pensiero che accompagnò l’ultima scartavetrata, per pulire uno sbuffo di vernice sulla cassettiera dell’uomo in giacca e cravatta, che come se avesse aspettato quel gesto definitivo dietro l’angolo, apparve nel laboratorio. L’uomo era più loquace rispetto al mattino, mentre pagava spiegò al vecchio di aver vinto quella cassettiera in un’asta fallimentare, e stando ai documenti era un pezzo del 1940. Millenovecentoquaranta, l’anno della sua nascita, pensò il vecchio, e per un attimo ebbe quasi la convinzione che quel vecchio mobile sarebbe stato l’ultimo a conoscere i suoi attrezzi.

Quella sera comprò in rosticceria il pollo con le patate. Dopo essere tornato a casa e aver consumato la cena, si versò nel bicchiere il suo solito nocino. Sentì  la debolezza posarglisi sulla testa e poi sulle spalle, delicatamente, come una ragnatela che cade dal soffitto. Si mise a letto e realizzò, con non poco stupore, che quella sera non avrebbe avuto difficoltà ad addormentarsi. Nel buio delle palpebre chiuse rivide il ragazzo della fermata dell’autobus, lo vide crescere in pochi secondi, da bambino di dieci anni diventare prima ragazzo, poi uomo e infine vecchio, un vecchio col suo volto: alla fine diventava lui. Allora è così che finisce, si disse, ed è una cosa strana, che se uno ti chiede cos’è che cambia che ti fa capire che sta per finire, tu non sai che rispondere, qualcosa cambia, ma non sai cosa. Alla morte ci aveva pensato spesso, soprattutto dopo che era toccata a Remo, gli sarebbe piaciuto rivederlo, come gli sarebbe piaciuto riabbracciare sua madre, e suo padre, ma ora sperava che quello che immaginava nei momenti di sconforto si rivelasse vero, ovvero il buio, il nulla. Perché un’altra vita ancora, pensò, sarebbe stata troppo faticosa.

Il mio senso per la prospettiva

Oggi è probabilmente il giorno più caldo dell’anno, e dove mi trovo non ci sono condizionatori o deumidificatori, quindi mi si perdonerà l’elucubrazione. Ho un ricordo ben chiaro di un evento della mia infanzia, o meglio ricordo perfettamente la sensazione che provai; da bambino disegnavo molto, una volta mi cimentai nel disegno della casa, e la disegnai come fanno molti bambini, ovvero un rettangolo sormontato da un trapezio a simboleggiare il tetto, eppure percepivo che il disegno non funzionava, che non era sovrapponibile al progetto che avevo nella mia testa, ma non capivo dove sbagliavo, e ciò mi procurava profondo disagio e frustrazione, così presi la scatola delle brioche e confrontai il mio foglio con il logo del Mulino Bianco, ma ancora non riuscivo a capire, poi un adulto, non ricordo chi, mi disse che nel mio disegno non c’era prospettiva, e così fece il suo schizzo in pochi secondi, lo stesso numero di linee utilizzate, ma inclinate in maniera diversa. Ne fui sconvolto. Prospettiva, per me divenne una sorta di formula magica grazie alla quale degli angoli “sbagliati”, ovvero non retti, davano nell’insieme l’idea realistica di un dado o di una scatola. Fu un’epifania, e nonostante la mia lezione di prospettica fu tutta in quella parola e in quel breve esempio, cominciai a sperimentare varie angolazioni senza saperne nulla di punti di fuga e quant’altro, e ogni volta il risultato mi dava un brivido di piacere, un misto di esaltazione (per il risultato ottenuto) e ansia (per tutti i risultati ottenibili). Ora portiamo l’esperienza su un altro piano, prendiamo l’ascensore che porta dal semiinterrato della formazione cognitiva del singolo all’attico della coscienza collettiva. Le sovrastrutture culturali, gli obblighi e i doveri associati al nostro ruolo nella società, ci portano a osservare e percepire la realtà da un unico punto di vista, i nostri muscoli cognitivi si atrofizzano e disimpariamo a percepire la realtà da prospettive differenti, ciò ci provoca frustrazione, come il bambino che non riesce a disegnare la casa come vorrebbe, da questo nasce l’esigenza, vecchia quanto l’uomo, della ricerca degli stati alterati di coscienza, ovvero il tentativo di forzare, traslare, la nostra prospettiva sul mondo. Ecco, in questo vi è il mio senso della letteratura (e più in generale dell’arte), quello che in gergo viene definito effetto straniamento; ritengo che una delle funzioni più utili della letteratura (nel senso più esteso possibile) sia quella di suggerire, catalizzare, o rifilare con l’inganno, una prospettiva non comune, il disegno di una casa che per quanto sia bello o brutto, preciso o impreciso, ci ricordi che esistono infiniti punti di vista. O in altre parole, la letteratura che mi interessa è quella che ha lo stesso effetto destabilizzante delle cosiddette droghe, magari, qualora sia possibile, senza quelle noiose controindicazioni, tipo i deficit della memoria e l’arresto…

Questo posto sono io

Ho smesso di fumare da cinque anni, eppure in questo momento darei una falange per una sigaretta, o anche solo per un tiro di quella miccia fetente che fuma l’autista del camion. Lui sembra leggermi nel pensiero. Dal vano portaoggetti alla sua sinistra tira fuori una sfera bianca, la guardo bene, è grande come una noce, o poco meno, l’involucro è di plastica, la stessa delle buste, quelle che continueranno ad essere disponibili per migliaia di anni in qualsiasi angolo del pianeta come souvenir della modernità. L’allunga indietro, verso di me, attraverso il lunotto senza vetro, io sto per prendere il fagottino ma lui lo ritrae all’ultimo momento, stacca anche l’altra mano dal volante e mi indica con le dita il prezzo che devo sborsare per impadronirmi dell’oggetto misterioso. Acconsento. Avrei potuto tirare sul prezzo, come per qualsiasi altra cosa in questo continente, ma solo l’idea della contrattazione mi sfinisce. Poi l’autista mi dice in francese che è erba nigeriana, o almeno è quello che capisco, tanto la fumerò lo stesso, qualsiasi cosa sia. Questo del fumo non è il primo strappo alla regola della mia nuova vita, quella che hanno voluto per me amici, parenti e medici volenterosi; tre giorni fa, quando ero ancora sulla costa, ho sentito il bisogno di stare con una donna, ho chiesto al tipo dell’albergo dove potevo comprare del sesso, mi ha indicato una strada sulla cartina della città. Quando vi sono arrivato mi si è presentata una scenografia inequivocabile; una serie di baracche con delle ragazze sull’uscio, vocianti, ammiccanti, e un via vai di uomini, molti di pelle bianca come me. Ho abbassato la testa e sono entrato nella prima baracca che ho incontrato, stando attento solo che la tenutaria non fosse una bambina. Era invece una ragazza con gli occhi distanti e tristi, e dopo che si è stesa con le gambe aperte sul letto di paglia sono andato via, senza reclamare i pochi spicci che lei aveva voluto anticipatamente. Ho affrettato il passo lungo la strada polverosa, schivando i puttanieri locali e internazionali. Avevo l’impressione che le ragazze ridessero di me, che quelle urla sguaiate per invitare i potenziali clienti fossero in realtà risate di scherno nei miei confronti, mi è salita in corpo una rabbia mai provata, ho spinto dentro la baracca la prostituta più sfrontata, non ho nemmeno finito di infilare il preservativo sul cazzo semi-rigido, metà guaina di lattice mi penzolava oltre la punta, sembrava la propaggine vuota di un calzino troppo stretto o troppo largo, o quell’escrescenza che hanno i galli sotto al becco. L’ho scopata con furore, e più la fottevo più lei rideva, e più lei rideva più la mia camicia si impregnava di sudore, del mio sudore malato. Finì tutto in pochi secondi, quando ansimante alzai la testa mi accorsi di un bestione che vegliava poco rassicurante su di noi, la puttana gli disse qualcosa nel loro incomprensibile dialetto, e il bestione si allontanò borbottando. Il camion su cui viaggiamo prende una buca e io ritorno alla realtà dal limbo dei miei pensieri. Nella mia mano l’erba nigeriana o qualsiasi altra cosa sia, davanti a me il camionista da cui ho comprato un passaggio fino a Bangui, oltre alla caramella fibrosa poc’anzi descritta, sotto i miei piedi il pianale del camion, e sotto ancora la terra del sahel, la steppa, alle mie spalle lo zaino con lo stretto necessario per questo viaggio, che è poi più di quanto la maggior parte degli uomini e delle donne di queste parti può sognare di avere in tutta la propria vita, o almeno gli uomini e le donne che sono con me su questo camion. Mio fratello, che mi ha pagato il viaggio, mi crede in un villaggio vacanze a Nairobi, non capirebbe mai perché uno preferisca attraversare da una costa all’altra l’Africa centrale, e non lo so nemmeno io a dire la verità, e di certo non lo sanno queste persone, loro qui ci sono nate e molti ci moriranno, qualcuno invece tirerà le cuoia nel viaggio verso nord attraverso il deserto, qualcun altro in mare, ma i più sfortunati moriranno nella terra promessa, quello che pensavano fosse il paradiso ma che in realtà scopriranno essere solo un inferno temperato, sì, loro sono i più sfortunati, quelli che moriranno sopravvivendo alla disillusione. Queste persone accanto a me, su questo camion con i pneumatici sul punto di scoppiare, hanno facce di una dignità indescrivibile. Non mi sento fortunato a essere nato in un paese che ha debellato la lebbra, mi sento in colpa. Tutte quelle storie sul valore della vita che mi hanno fatto mandare giù ai tempi della disintossicazione, si dissolvono come acqua sulla terra di Ciad. Ora mi è tutto chiaro: è qui che devo scendere, prima che cominci la savana e poi la foresta, l’Africa che tutti immaginano e sognano. È qui, su questa terra arida, tra questi rari alberi senza foglie, in questi spazi razziati dai bracconieri che deve finire il mio viaggio. Questo posto mi somiglia, questo posto sono io. Do due pugni alla cabina di guida, urlo che voglio scendere, l’autista mi guarda incredulo, poi dice che non può fermarsi, che devo saltare giù mentre rallenta, e che non mi ridà i soldi. Mi aiutano a scendere da dietro, cado di culo, e rimango così, seduto, sorretto dallo zaino, con in bocca il sapore della terra che il camion solleva allontanandosi da me. Presto scenderà la notte, ho acqua e viveri per due, tre giorni al massimo; se la morte arriverà spero non per mano dei miei simili, sarebbe incongruente, spero di non essere intercettato da una banda armata, sarebbe difficile spiegare che dal sequestro di un ex-tossicodipendente con un lavoro part-time e precario non riuscirebbero a ricavare i soldi nemmeno per due cartucce dei loro AK-47. Faccio due passi e mi tolgo dalla strada, mi sfilo lo zaino, cerco l’accendi fuoco da campeggio e strappo un pezzo di cartina geografica. Arrotolo il Madagascar attorno all’erba nigeriana, e accendo il tutto. Tossisco, la carta e l’erba non sono gentili con le mie vie respiratorie. Dopo tre tiri mi pulsano le tempie, mi stendo, ho l’impressione che il cielo si riempia di frattali viola. Penso ai miei genitori e a mio fratello, che nonostante tutto hanno ancora fiducia in me, penso al mio amico Mario e a tutte le volte che mi ha raccolto in stato di incoscienza nei parchi di periferia. Perché non riesco ad essere come loro? Oppure perché loro non riescono ad essere come me? Avverto l’abbassamento di temperatura, le gambe vibrano impercettibilmente di freddo, ho un formicolio al collo, potrebbe essere la circolazione o l’assalto di minuscoli insetti. Chiudo gli occhi e i frattali cominciano a vorticare a una velocità vertiginosa. Mi piacerebbe che questa terra mi avvolgesse e la mia coscienza fosse assorbita da quella del pianeta. Il malessere si affievolisce, come l’affanno dopo aver corso o aver fatto le scale, ho addirittura l’impressione di stare bene. È la serotonina; nel mio cervello è scattata l’operazione equilibrio chimico. Quali stracazzo di macchine complesse siamo. Il caos non esiste, è il nome che diamo a ciò che non comprendiamo. Sto vaneggiando, faccio discorsi filosofici da quattro soldi, la merda nigeriana mi è salita su fino al midollo. Ho voglia di mangiare quei crostacei buonissimi che ho assaggiato sulla costa, o sentirmi esplodere in bocca uno spicchio di arancia, ho voglia di bere una birra con Mario, di telefonare a mio padre e sfotterlo dicendo che la sua squadra quest’anno fa schifo, ho voglia di dire il mio nome a uno sconosciuto e ascoltare il suo, di abbracciare una donna e sentire il suo seno premere contro di me. Mi è venuta voglia di vivere, vaffanculo, ma dove cazzo vado? Devo stare calmo, faccio training autogeno, devo visualizzare un’immagine rilassante, quando lo faccio in Italia penso a un paesaggio più o meno come questo, e ora che sono qui a cosa penso? A Milano? Apro gli occhi, è notte, mi volto a destra, c’è un po’ di luce che mi fa percepire la sagoma dei cespugli, probabilmente è la luna, mi volto a sinistra, e vedo un animale accanto a me, forse è un’allucinazione, forse no. Sembra un piccolo cane con delle grosse orecchie: deve essere un fennec. Ma che cazzo ci fa qua? È un animale del deserto, dell’Africa settentrionale. No, forse è una volpe pallida del sahel, ad ogni modo non ha paura di me. E io non ho paura di lei. Guardo la sua ombra per un tempo che non saprei definire, mi aspetto che faccia qualcosa, ma non succede nulla. Poi la volpe mi dice di dormire, o meglio non è che lo dice davvero, è una voce nella mia testa, ma so che è la sua voce, come quando nei sogni sai perfettamente che uno degli attori onirici è una persona che tu conosci, l’equivalente inconscio di una persona realmente esistente, anche se non gli assomiglia per niente. Insomma la volpe mi dice che è ora di dormire, e io vorrei rispondere che non lo so più se voglio addormentarmi, ma non ho la forza di coordinare l’apparato vocale, e comunque non avrebbe senso rispondere a un animale, che per giunta forse nemmeno esiste, e mentre penso questo i miei occhi si chiudono da soli.

Quando mi sveglio la luce mi acceca, mi accorgo di essere già fracido di sudore, ho voglia di farmi, uno schizzetto leggero per attraversare questa giornata camminando sulle nuvole, ma mi passerà. C’è un volto davanti a me, è un bianco, coi capelli biondi come la barba, dall’inflessione del suo inglese potrebbe essere tedesco. Ha un sorriso smagliante. Allungo il collo e vedo dietro di lui un Land Rover, e un nero con gli occhiali da sole che abbraccia un M16; una guardia del corpo. Il tedesco mi fa bere, trema per l’emozione, mi fa salire sul fuoristrada, un giorno lo racconterà ai suoi nipoti, tralascerà che si trovava in Africa per una società dedita al traffico di diamanti coi locali signori della guerra, ma racconterà di aver salvato la vita a un uomo. Chi sono io per distruggere questa sua illusione, il suo inutile trip consolatorio? Mi siedo e comincio a inventare: sono stato stato cinque giorni ostaggio dei ribelli… lui mi guarda con gli occhi bramosi di bugie come un bambino.

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Un buon partito

Se Cristo fosse vivo oggi, sarebbe grasso. dal film “La Passione”, di Carlo Mazzacurati

Una mattina come tante, accendendo il telefono, a Fabio venne in mente un’espressione, un modo di dire che usavano spesso le sue zie zitelle nei discorsi tra donne. Mentre i messaggi si succedevano  componendo un ritmo nevrotico e snervante, una voce nella testa gli sussurrò l’espressione buon partito. Lui che non si era mai ritenuto, nemmeno durante l’ubriacatura più euforica, minimamente attraente, che aveva baciato la sua prima ragazza a diciotto anni, si trovava improvvisamente, ad anni quarantuno, ad essere un buon partito. Era sempre stato refrattario allo sport, eppure il suo fisico aveva saltato la staccionata dei quaranta senza un filo di grasso. Delle piccole cicatrici sulle guance, e su cui non cresceva la barba, gli ricordavano i tormenti dell’acne. Timido al limite dell’handicap sociale; arrossiva se qualcuno gli faceva un complimento, diretto o velato, arrossiva persino se qualcuno parlando con lui tirava fuori l’argomento sesso. Ne aveva fatto poco di sesso Fabio, aveva sempre studiato come un matto, al liceo come all’università, ma anche e soprattutto dopo; superò l’esame di Stato d’avvocato al primo colpo, in pochi anni era diventato il più famelico topo da tribunale dello studio associato in cui lavorava, e le tirocinanti fresche di università, che vagavano nello studio inciampando sui tacchi, con quei tailleur a nascondere tatuaggi e piercing, poi spavaldamente messi in mostra non appena fuori dall’orario d’ufficio, erano pazze di lui. Ma c’era dell’altro; se Fabio era diventato involontariamente un buon partito, da parte sua aveva sempre cercato di essere una brava persona. Gli dicevano che era troppo buono per fare il penale, e troppo idealista, ma gli altri non lo sapevano, o meglio lo scoprirono solo dopo, che la sua insicurezza svaniva non appena si alzava il sipario su quella recita, quel dramma che comincia sempre con un penoso dialogo, prosegue in un lungo ed estenuante vorticare di rinvii, lettere e atti da depositare, e si conclude con un’arringa, più o meno appassionata, che precede un epilogo altrimenti noto come sentenza. Fabio non rifiutava nessun cliente, come era nella filosofia dello studio, e probabilmente, della professione tutta, ma ogni tanto si andava a cercare personalmente il cliente nei trafiletti della cronaca locale, nelle storiacce più atroci, faceva pressioni per farsi nominare d’ufficio, lo faceva se i personaggi intorno a cui si stava costruendo la commedia erano dei poveri cristi, magari non gigli ma pur sempre figli, vittime di questo mondo, citando la sua canzone preferita. Era probabilmente anche questo ad averlo reso così interessante agli occhi delle colleghe.

Irene, Elisa, Marina, Veronica, Giulia, Silvia, Anna, Paola, Sara, Serena, erano stati i suoi ultimi appuntamenti, nessuno su sua iniziativa, e nessuno che si fosse tramutato in sesso. I tre gradi di giudizio di ognuno di questi appuntamenti era sempre lo stesso: eccitazione, imbarazzo, noia. C’era solo una persona che ultimamente gli piaceva; Elvira, trentaquattro anni, in studio da almeno sei. La sua risata vagamente afona gli faceva girare la testa. Un giorno Elvira si presentò in studio particolarmente elegante, qualcuno le fece una battuta, un’avance, Fabio ebbe un moto di gelosia, si fece coraggio e la invitò a cena. Era il 15 aprile.

Tra una portata e l’altra parlarono di lavoro, poi Elvira gli confessò di vivere ancora con i genitori, i quali non vedevano l’ora che si trovasse un uomo. Lui riuscì a estorcerle in più occasioni quella risata per cui perdeva la testa.

– Erano buoni gli scampi? – Chiese lei.

– Ottimi. Se vuoi ne ordino altri… non hai mangiato nulla.

– No no, per carità!

– Non mi dirai che sei a dieta? Sei in forma smagliante…

– Fabio, ho perso venti chili in un anno, non ti ricordi com’ero?

Fabio si strinse nelle spalle, con il cuore in aritmia per la figura di merda che si stava palesando.

– Vedi; prima non mi notavi neanche, quando ero una cicciona!

Fece un broncio da bambina, e lo guardò con malizia. Ecco, in questi casi Fabio generalmente diventava rosso, ma non questa volta. La sua espressione divenne corrucciata, seria, e non disse nulla, il che spinse Elvira ad approfondire l’argomento.

– Avevo un problema col cibo, non era bulimia, i medici lo definirono disturbo da alimentazione incontrollata, mi abbuffavo fino a scoppiare, soprattutto di dolci.

– Ora non ne mangi più?

– Ogni tanto, in occasioni speciali.

– Qual è il tuo dolce preferito?

– Profiteroles. Mhm, solo a pronunciarlo mi viene l’acquolina…

Fabio alzò la mano per chiamare il cameriere. Elvira intuì le sue intenzioni, e lo supplicò:

– No, ti prego!

– Hai detto solo in occasioni speciali, e questa forse non lo è?

Lei si sentì improvvisamente inerme, sopraffatta. Lo guardò. E non pensò più.

Uscirono altre tre volte, sempre a cena, al quarto appuntamento scoparono, e Fabio la mattina dopo le portò a letto un cappuccino con due cornetti, uno al cioccolato semplice e uno al cioccolato bianco. Il primo maggio le preparò un pranzo con le sue mani. Risotto agli asparagi, scaloppine al limone e zuppa inglese, quest’ultima per sei persone. Lei si fece coraggio e rifiutò il dessert, e chiese della frutta, Fabio tirò fuori una macedonia, e quando sentì lo sciroppo di glucosio, che impregnava la fetta di banana, esploderle in bocca, le sfuggì una lacrima:

– Perché mi fai questo?

Lui le si avvicinò, le prese la mano e le chiese:

– Vuoi venire a vivere qui, con me?

Lei cercò di dire di sì, ma per l’emozione aveva le corde vocali paralizzate, allora prese il cucchiaio e lo affondò nella crema della zuppa inglese. Arrivò l’estate, e Fabio comprò un congelatore solo per i gelati. Elvira non se la sentì di andare al mare, la cellulite la ossessionava. A settembre si arrese all’idea di rinnovare il suo guardaroba, i suoi vecchi abiti, quelli della sua vita precedente, li aveva gettati tutti. Un giorno di novembre, la signora Luisa telefonò a Fabio per chiedergli cosa stesse succedendo a sua figlia, perché non si faceva più vedere, perché non andava a trovare i suoi vecchi genitori, e Fabio non seppe cosa rispondere. Con l’arrivo dell’inverno il peso di Elvira cominciò ad aumentare paurosamente, verso natale aveva quasi doppiato il suo peso forma, non andava più a lavoro, e le sue cause ormai le seguiva Fabio. Per la notte dell’ultimo dell’anno Elvira volle rimanere a casa, solo lei e lui, come sempre, del resto, da mesi a quella parte, ma Fabio fece comunque la spesa per un cenone vecchio stile, quelli che riunivano tre generazioni della stessa famiglia. Col nuovo anno Fabio comprò un nuovo materasso, e una rete con doghe rinforzate, ormai Elvira si alzava solo per andare in bagno o per prendersi del cibo in cucina, quando quello che Fabio le aveva lasciato in camera era finito. Non dormiva quasi più e si faceva prescrivere dei tranquillanti, sempre più potenti, che non prendeva mai. Non facevano l’amore da tempo, lui ne avrebbe avuto ancora voglia, ma lei si deprimeva solo all’idea. E venne maggio; Fabio tornò a casa presto, era un giorno di festa ma lui era stato comunque in ufficio a studiare un fascicolo. Quando entrò in camera da letto vide una bottiglia di vino e due bicchieri già colmi sul portavivande, quello che generalmente traboccava di brioche e barrette al cioccolato.

– Dobbiamo brindare – disse Elvira.

– D’accordo – rispose Fabio, – cosa si festeggia?

– Lo sapevo che non ti saresti ricordato; esattamente un anno fa mi hai chiesto di venire a vivere con te.

– Ah giusto – disse Fabio diventando rosso, e per soffocare l’imbarazzo buttò giù mezzo bicchiere di vino.

Parlarono un po’, e bevvero, poi Fabio cominciò a sentirsi stanco, e si sdraiò accanto a Elvira.

– Non dovevo bere quel vino a stomaco vuoto, mi gira la te… la testa.

– Non è il vino – rispose Elvira.

Fabio si voltò verso di lei, cercò di sollevarsi sui gomiti, e ci riuscì, per un solo secondo, il tempo di vedere i flaconcini vuoti di benzodiazepine sul comodino accanto al letto.

– Perché? – Chiese lui.

– Perché mi hai seviziata, torturata, annientata, ti basta? e ora dimmelo tu, perché? Perché mi hai fatto questo?

– Volevo… quella volta che… che mi hai detto che non ti avevo mai notata, quando eri grassa, volevo dimos… dimos… trare a te, e a me, che ti avrei desiderata lo stesso… lo stesso…

Cominciarono a vomitarsi addosso, incapaci anche solo di sporgere la testa oltre il bordo del letto, e poi svennero. Dopo diverse ore Elvira si svegliò constatando delusa di essere ancora viva, guardò lo specchio di fronte al letto alla ricerca del riflesso di Fabio, e il suo corpo era ancora lì, nelle stessa posizione in cui lo aveva visto l’ultima volta, nella stessa posizione in cui lo aveva visto per l’ultima volta da vivo. Avevano assunto la stessa quantità di ansiolitico e alcol, ma non aveva considerato che la sua massa corporea non era la stessa di quella di Fabio. Con uno sforzo immane Elvira sollevò il braccio per afferrare il cordless sul comodino, fece cadere tutto, le boccette di tranquillanti, le pomate per le piaghe da decubito, le caramelle per l’alito, il telecomando del televisore e quello per l’aria condizionata, ma il cordless si incastrò magicamente nel morbido incavo della sua mano; telefonò al 113 e confessò di aver ucciso il suo compagno.

Ci fu un altro risveglio, questa volta in una stanza che non conosceva, sembrava un ospedale, vide fuori dalla porta la sagoma di un carabiniere, probabilmente era lì per lei. Si accorse di un ragazzo sulla trentina che era seduto al suo fianco, in giacca e cravatta e con una ventiquattrore sulle ginocchia. Il ragazzo balzò in piedi non appena si accorse che Elvira era cosciente.

– Salve Avvocato, si sente meglio? – Disse il ragazzo ad Elvira, – sono un collega, anche se probabilmente lei non mi conosce. So quello che è successo. Mi scusi… sì, ha ragione… la lascio riposare, volevo solo dirle che se me lo permette… vorrei assisterla io… se non ha già pensato a qualcun altro ovviamente, anche se, non dovrei essere io a dirglielo, ma insomma… i suoi ex colleghi si sono già offerti di seguire i famigliari del defunto. Io invece credo… io credo che lei… insomma, come dice il poeta, se non siam gigli siam pure sempre figli, vittime di questo mondo.

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Considerazioni a margine di una sbronza

L’idea è vecchia di dieci anni, ma si sta imponendo solo ora; dei micro dispositivi da areosol che vaporizzando una miscela (che può contenere nicotina) regalano un’esperienza paragonabile al fumo senza i relativi danni per la salute, ovvero le cosiddette sigarette elettroniche. Oggi mi è balenata in mente una domanda, che potrà suonare blasfema per qualche professore di italiano, ma che sinceramente giudico interessante al di là dell’effetto comico: ma oggi, con le sigarette elettroniche, Italo Svevo avrebbe scritto “La coscienza di Zeno”? La letteratura, come tutte le grandi imprese, nasce dall’inquietudine, che è innata nella natura umana e che non può essere lenita dalla tecnologia, ma inevitabilmente quest’ultima modifica le forme in cui essa si esprime. Foscolo avrebbe firmato “Gli ultimi tweet di Jacopo Ortis”? Il pescatore Santiago de “Il vecchio e il mare” di Hemingway, e soprattutto Ulisse, avrebbero usato un navigatore satellitare? L’Agostino di Moravia avrebbe liquidato i suoi turbamenti con una nottata su youporn (e tanti fazzoletti)? Madame Bovary si sarebbe accontentata dei fittizi tradimenti racchiusi in una finestra di chatroulette? Chissà se, oggi, il giovane Holden avrebbe chiesto dove vanno d’inverno le anatre di Central Park su Yahoo! Answers, o se Dorian Gray avrebbe ritoccato il suo ritratto con Photoshop. Chissà se Mattia Pascal avrebbe aperto un profilo facebook a nome Adriano Meis e se Amleto avrebbe cercato la risposta al suo dilemma su Google. Chissà se Voltaire sarebbe stato un amministratore di Wikipedia o si sarebbe limitato a creare una voce ogni tanto, e se Lutero avrebbe ottimizzato le novantacinque tesi per la visualizzazione su IPad. Chissà se avrei avuto speranze di entrare nel bloroll di Ennio Flaiano…

Ed ora una conclusione seriosa per far apparire tutto il resto meno cazzaro. La rivoluzione digitale – dalla seconda metà del novecento l’unica rivoluzione capace di stravolgere permanentemente la condizione di ogni classe sociale, più di quella sessuale con le sue sacche di recrudescenza reazionaria, più delle conquiste sindacali e dei lavoratori oggi rimesse in discussione – con le opportunità di accesso globale alla conoscenza, di comunicazione interpersonale, di maggiore dominio sul mondo fisico, spinge l’uomo a trovare il suo antagonista, o alleato, non più nel divino, nella natura o nel fato, ma solo e soltanto in sé stesso.

Il caso Vittorio

Marta e Claudia si conoscono negli scout, sono delle bambine, e sono cattoliche. Passa qualche anno e si scoprono di sinistra; partecipano a una manifestazione contro il primo governo Berlusconi, e vi incontrano Vittorio, quel compagno di scuola indecifrabile. Parlano un po’, passano insieme il resto della mattinata, ridendo e fumando le prime sigarette. Un giorno come tanti, eppure quell’anonimo stralcio di quotidianità determinerà per sempre il corso delle loro vite.

La prospettiva narrativa de Il caso Vittorio è un pendolo che oscilla con precisione matematica dalla soggettiva di Marta a quella di Claudia e viceversa, senza trascurare i passaggi intermedi. È questo l’elemento più impressionante del notevole stile che ha dato forma a questo romanzo del 2003, che la minimum fax ha deciso di riproporre in una nuova edizione nel 2011. Impressionante ed efficace; il lettore attraversa oltre dieci anni di storia recente mano nella mano con le due protagoniste, impara a conoscerle, ad amarne i pregi, a odiarne i difetti, può addirittura immaginarne i cambiamenti fisici anche quando questi non vengono descritti sulla pagina. Attraverso i loro occhi impara a comprendere a fondo anche gli altri personaggi, eccetto uno, Vittorio, l’alieno (come suggerisce la forma della sua testa), un enigma, un vero e proprio caso.

Ciò che mi ha colpito maggiormente dell’umanità ritratta da Francesco Pacifico è la necessità di un codice, di una filosofia, di un’ideologia con cui interpretare e affrontare il mondo. Spesso gli stessi personaggi barcollano intellettualmente passando dal nichilismo all’edonismo, da un paradigma inventato ai tempi del liceo e chiamato “Verità Creativa” all’integralismo cattolico (quest’ultimo oggetto d’interesse anche del più recente romanzo di Francesco Pacifico, Storia della mia purezza, edito da Mondadori), ma non possono esimersi da quello che appare quasi un istinto cognitivo primordiale, la ricerca di un centro di gravità permanente detto con le parole di Franco Battiato. Ma quando i ragazzi e le ragazze, gli uomini e le donne di questo libro, pensano di aver trovato la distanza giusta per mettere a fuoco la propria vita, si accorgono che nel frattempo la stessa si è spostata un po’ più in là.

P.s. mi sono interessato a Il caso Vittorio a causa del suo titolo, curiosamente simile a uno dei primi racconti pubblicati su questo blog, Nel caso di Vittorio (che mi rifiuto di linkare per pudore e rispetto del romanzo recensito). Una coincidenza, e a giudicare dalle impressioni finali sul testo direi una fortunata coincidenza.

Dannazione

Madison Spencer è una ragazzina di tredici anni. Grassottella, insicura e ricca da fare schifo. Ma soprattutto morta, e all’inferno. Questo il punto di partenza dell’ultimo romanzo di Palahnuik. Non è la prima volta che lo scrittore di culto strizza l’occhio al soprannaturale, già lo aveva fatto con “Ninna Nanna” e “Diary” (mentre “Rabbia” è più inquadrabile nel filone fantascientifico, anche se incluso insieme agli altri due titoli in un’unica trilogia), e con qualche accenno in “Cavie”, ma mai la scelta era stata tanto plateale, ma soprattutto tanto grottesca, a partire dalla morte della protagonista; un’overdose di marjuana, ma nessuno muore di marjuana, e infatti c’è dell’altro, perché nulla mai è come sembra nella letteratura di Palahniuk. Considerate le premesse avevo paura che “Dannazione”, dopo il deludente “Senza Veli”, sancisse la (pur fisiologica) parabola discendente di uno degli scrittori più visionari dei nostri tempi, ma così, fortunatamente, non è. Siamo lontani dai fasti di “Soffocare” e “Survivor”, ma la lucida follia dell’ex meccanico di Portland è intatta. Ogni capitolo si apre con un appello di Madison a Satana, e il tenore è a volte quello che si riserva a un direttore d’albergo, a volte a una rockstar. L’immagine dell’inferno non tradisce le aspettative iconografiche più pulp, ma presto si rivela meno invivibile del previsto, fino a giungere alla considerazione che all’inferno, tutto sommato, non si sta poi così male, se non altro, come sosteneva Mark Twain, per la compagnia. I diavoli, per quanto ributtanti, si rivelano dei poveri diavoli, declassati e relegati a mansioni umilianti, dopo essere stati divinità e idoli di religioni dimenticate, che Palahniuk descrive minuziosamente attraverso la lente dell’antropologia culturale a cui mai rinuncia. Ma ovviamente non c’è nulla di esoterico nelle pagine di “Dannazione”, perché il regno in cui avviene il racconto altro non è che un’allegoria; il vero inferno di Madison è l’adolescenza, e “Dannazione” è il primo romanzo di formazione di Chuck Palahniuk, un romanzo di formazione allucinato e perverso, il Breakfast Club dei morti.

“Dannazione” può anche lasciare perplessi, forse addirittura deludere qualche fightclubbista, personalmente ho trovato più interessanti le pagine terrene, e considerata la natura del testo potrebbe intendersi come un parziale fallimento, ma una cosa è innegabile; ci sono pochi scrittori in giro disposti a reinventarsi ad ogni romanzo (e di conseguenza a rischiare editorialmente, come nel caso del controverso “Pigmeo”), per offrire ai propri lettori una merce sempre più rara: l’imprevedibilità.

Riportando tutto a casa – Nicola Lagioia

“Riportando tutto a casa” è il secondo titolo per Einaudi di Nicola Lagioia, gli altri si possono trovare nel catalogo della piccola e agguerrita Minimum Fax. È la storia di un’adolescenza nella Bari degli anni 80, tra capelli cotonati ed eroina, tra entusiasmo imprenditoriale e quartieri popolari, tra seghe alla vergognosa e prestiti a strozzo. Il libro si apre con la travolgente ascesa economica del padre del protagonista, che con furbizia sottile e chilometri macinati passa dalla vendita porta a porta di accappatoi a feste in yacht dove, inspiegabilmente per lui, a un certo punto tutti si spogliano. E poi c’è lui, il protagonista, la sua vita che si intreccia con quella di Giuseppe Rubino e Vincenzo Lombardi, ricchi e incasinati. La voce narrante è la sua, suo il lungo ricordo di quegli anni, ma non è un semplice esercizio di memoria, è una ricerca attiva; il protagonista, a decenni di distanza, cerca e interroga gli attori della sua adolescenza, ed è spesso un’attività dolorosa, alla quale tuttavia nessuno si sottrae completamente. Le tresche del liceo Cesare Baronio, le losche attività dello Sghigno, il declino del bancario Di Liso e tutti quegli episodi che cambieranno le piccole vite di quel piccolo posto, scorrono parallelamente a quei cambiamenti epocali che porteranno a un nuovo assetto mondiale e alla fine della guerra fredda, anzi, a ben pensarci non scorrono in maniera perfettamente parallela…

Lagioia esplora la crisi, sia essa economica che esistenziale, decretando come questa non è un effetto collaterale del binomio successo e prosperità, ma ne è il gemello siamese. È strano e interessante leggere oggi questo libro popolato di professionisti e imprenditori trafficoni, anche se non propriamente malavitosi, nella città di Bari (che il compianto Edmondo Berselli definiva la Milano del Sud), elementi che hanno portato sfortuna al più noto interprete degli ultimi venti anni di politica italiana, e con cui proprio in questi giorni fa i conti.

Lagioia ha un’abilità nel manovrare le parole davvero invidiabile, la loro scelta è di una precisione chirurgica. La sintassi è talvolta acrobatica; come per il lessico non vi sono sbavature, ma certi carpiati possono distrarre e scoraggiare il lettore meno avvezzo, ma si tratta in genere di brevi passaggi, il resto della lettura è, dal punto di vista formale, godibile, e il romanzo, nel suo complesso un’opera davvero notevole.

P.S. La copertina del libro è di Gipi, fumettista di fama internazionale che da circa una settimana è nelle sale con il suo primo film da regista, “L’ultimo terrestre” (che ha firmato col suo nome completo; Gian Alfonso Pacinotti), in concorso a Venezia e accolto calorosamente da pubblico e critica. Il film parte dallo sconcerto degli autori per la velocità e il modo con cui il popolo italiano deglutisce e assimila tutto ciò che lo riguarda rimanendo sempre lo stesso, impassibile e apatico. Da questa premessa la voglia di simulare cosa succederebbe se lo stesso soggetto fosse esposto alla più eclatante e sensazionale delle notizie: l’arrivo degli alieni.

Processo a Enrico Brizzi

Scrivere diventa reato e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Questa la premessa dell’intervista a Enrico Brizzi, autore – parafrasando il suo quarto titolo –   dallo stile impeccabile, 36 anni al momento dell’intervista, accento bolognese e una grande passione, oltre che per la letteratura, per il rock e per i viaggi a piedi. Il suo ultimo libro s’intitola “Gli picoaltleti”, pubblicato da Dalai editore mentre era ancora caldo il corpo de “La vita quotidiana in Italia ai tempi di Sivio”, edito da Laterza.

1. Scelga tra gli scrittori e le scrittrici, anche del passato, il suo avvocato. – Rabelais. Mi sentirei tutelato.

2. “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è stato uno dei romanzi d’esordio più eclatanti della recente letteratura italiana. Il cinema e certi libri a volte raccontano di autori che finiscono per odiare i loro lavori più popolari, più ingombranti, rimangono schiavi dello spettro di quel successo e delle aspettative che da esso sono scaturite. Per lei è stato così? – Riesco a guardare al mio ingombrante esordio, signori della corte, con una certa serenità. In fondo è cominciata da lì, la mia irresistibile carriera criminale. D’altronde, benchè appena ventenne, va detto che seppi rifuggire alle moine più eclatanti dello show-biz paraletterario: non accettai di scrivere, nonostante le reiterate proposte, “Jack Frusciante II: lei torna dall’America”, né controfirmai la proposta di contratto che voleva trasformare il mio romanzo in una linea di cartoleria. Volevano fabbricare astucci e quaderni di Aidi & il vecchio Alex, ma io ascoltavo i Black Flag, i Beastie Boys e i Clash, non la cacca commerciale, e mi sentii obbligato a dire di no. Nel pronunziare la sentenza si valutino, vi prego, anche questi elementi.

3. “Bastogne” non era certo un romanzo per educande. E’ stato mai inibito, nello scrivere, dall’idea di poter scandalizzare qualche lettore/lettrice che conosceva personalmente, tipo una vecchia zia o la sua professoressa di italiano delle medie? – A giudicare dal risultato, pare di no.

4. Ha molti sensi di colpa? – E di che? A trentasei anni ho tre figlie; ho viaggiato in mezzo mondo (escluse le Americhe, ché Colombo vi approdò a quaranta, e chi sono io per precederlo?); ho camminato dall’Alto Adige alla Sicilia. Ascolto buona musica. Ho tatuaggi interessanti a ricordare le tappe della mia vita sulla terra. Oggi pomeriggio vado a suonare in acustico per Popolare network. E ho pubblicato dieci romanzi. Fra parentesi l’ultimo, “Gli Psicoatleti”, parla proprio di come riconoscere ed evitare le ombre della colpa: si tratta, semplicemente, di seguire le tracce dell’Uomo verde, e interrogare le orme di chi ci ha preceduto.

5. Lei ama camminare, ama il contatto con la natura, passioni che ha anche riversato su carta. Come vive il fatto che per stampare dei libri bisogna abbattere degli alberi? – Le personcine perbene, sensibili al messaggio di Greenpeace, usano ormai carta FSC a basso impatto ambientale. In realtà vivo con più rabbia il fatto che le convention editoriali, i festival e i saloni, producano un grande spreco di risorse. Mi piacerebbe si tenessero, appunto, sotto un grande albero o nel cuore d’una foresta.

6. Quale vizio, se ne ha, non riesce a perdonarsi? – Dopo cena con gli amici, a volte, bevo amaro montenegro invece di una buona grappa.

7. Hanno arrestato tutti gli scrittori italiani; con chi vorrebbe dividere la cella? – Immagino non valga fare il nome di una scrittrice. Così rispondo agitandomi come un pazzo: «Mettetemi in isolamento!». Scherzi a parte, dividere la cella con uno scrittore sarebbe un incubo, a meno che non sia già un amico.

8. Lei conosce l’Italia molto bene, l’ha anche attraversata a piedi, ma se potesse, anzi, dovesse, scegliere un altro Paese in cui vivere, se dovesse scegliere lo Stato in cui andare in esilio, per quale meta farebbe il biglietto? – Un altro Paese che conosco bene e ho traversato a piedi. Tipo la Francia, l’Inghilterra, o la Svizzera. Le classiche mete degli esiliati ottocenteschi, insomma.

9. Un classico; è davanti al plotone di esecuzione, qual è il suo ultimo desiderio? Una sigaretta come nei film, una telefonata come in un vecchio spot, o cos’altro? – “Ehi, ragazzi, so che state facendo il vostro lavoro, ma prima vorrei scrivere le mie memorie! Giuro che mi sbrigo! Portatemi ordunque un quaderno, tre bic nere, una caraffa di mojito e un posacenere!”

10. Quali sono le sue parole da uomo libero? – Tranquille, ragazze. Ricordatevi che ho visto tre volte “Papillon”.

Processo a Diego Cugia

Scrivere diventa un reato e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Risponde Diego Cugia, scrittore naturalmente, ma anche giornalista e autore televisivo e radiofonico. Il suo ultimo romanzo è “24 nero” edito da Mondadori.

1. Luca Svevi, il protagonista del suo romanzo “l’incosciente”, subisce un processo “esistenziale”. Lei da quale tribunale non vorrebbe mai essere giudicato: i parenti, gli amici, le amanti, i lettori, i critici o i colleghi? – Mi hanno già giudicato tutti i tribunali da lei citati. In genere mi trovano colpevole. Hanno ragione.

2. Scelga tra gli scrittori e le scrittrici, anche del passato, il suo avvocato. – Albert Camus

3. Al pubblico pudore, alla patria, alla religione. Quale oltraggio ritiene meno grave? – alla religione. Ma non sono credente. E già questa discriminazione mi disturba. E chi è “credente” che dovrebbe “confessare” la sua anomalia. Sei tu che credi, mica io! Una situazione assurda, paradossale.

4. Cos’è il senso di colpa? Lei ne ha? – Ci mancherebbe altro. Molti e per fortuna. Sennò chi mi tiene?

5.  Di quale vizio non potrebbe fare a meno? E quale non sopporta? – Non sopporto avere “un” vizio. I vizi bisogna averli un po’ tutti. Se hai solo un vizio sei un vizioso.

6. Si pente di qualcosa che ha scritto? Tenga presente che una confessione le garantirebbe una condanna più lieve e la possibilità di scrivere ancora. –  Di qualcosa che ho scritto posso vergognarmi mai pentirmi. Perché quando l’ho scritta ci credevo. Non ho mai scritto nulla in cui non credessi almeno un po’. Non ho mai scritto per far piacere a qualcuno. Ho scritto per campare, questo sì. Nel senso che se non fossi stato pagato non avrei avuto l’urgenza di scrivere certe cose. Ma scrivendole non ho tradito me stesso, magari mi sono un po’ annoiato perché erano già parte di me e non una scoperta. Come la scrittura vera è. Però ci credevo.

7. Il carcere è stato uno dei suoi luoghi letterari, ora ci finisce per davvero, e con lei tutti gli scrittori italiani. Chi vorrebbe come compagno di cella? – Possibilmente nessuno. Se proprio dobbiamo stare in cella in due, un vecchio o un bambino.

8. Una notte d’amore di quando aveva vent’anni, un viaggio che l’ha cambiata, il profumo del suo libro fresco di stampa. Quale di questi ricordi la struggerebbe di più durante la detenzione? – Guardi che io sono già detenuto, da anni.

9. Un classico: è davanti al plotone d’esecuzione, qual’è il suo ultimo desiderio? Una sigaretta come nei film, una telefonata come in un vecchio spot, o cos’altro? – Non dover leggere mai più qual è con l’apostrofo come lo scrive lei.

10. Quali sono le sue ultime parole da uomo libero? – Nessuno è davvero libero. Piantatela con queste minchiate. Buonanotte.