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Fiction-non-fiction

Ieri ero dal mio barbiere, mentre attendevo il mio turno passavo in rassegna le letture sul tavolino, e mi imbatto in un numero (arretrato) de L’Espresso. Superato lo shock per aver trovato il noto settimanale in quella selezione la cui condizione minima necessaria, generalmente, è avere almeno un accenno in prima pagina/copertina alla Roma o alla Lazio, mi sono messo comodo ed ho sfogliato la rivista. Mi ha incuriosito in particolare un articolo che descriveva una nuova tendenza della letteratura internazionale, secondo questo articolo la produzione letteraria (sarebbe il caso però di specificare “non di genere”) starebbe virando massicciamente dalla fiction, ovvero da storie inventate di sana pianta dall’autore, alla non-fiction, ovvero la narrazione del reale, spesso autobiografica (citati gli esempi di Dave Eggers e degli italiani Edoardo Nesi ed Emanuele Trevi). Premetto che non ritengo i due mondi separati, e considero i capisaldi del continuum come puramente teorici. Per quanto riguarda la fiction “se non esistessero i fiori riusciremo a immaginarli?” per dirla à la Bluvertigo, ovvero l’immaginazione è solo un processo di montaggio di ciò che già si conosce, se devo scrivere un romanzo il cui protagonista è impegnato in una guerra che nella realtà non è mai esistita, in quella guerra assemblerò tutti quegli elementi che conosco e che associo alla guerra, la verosimiglianza e la plausibilità dipendono dal grado di solidità di tale costruzione, ma per fare un buon assemblaggio è necessario studiare bene gli elementi, i pezzi, da montare, e su questo torneremo più avanti. La non-fiction, invece, per quanto essa si prefissi di essere neutrale e naturale, ovvero conforme alla realtà che racconta, non potrà mai sfiorare tale condizione, perché il fatto è come la particella per Heisenberg, nel momento in cui la si osserva cambiano i suoi attributi. Uno scrittore per raccontare un fatto realmente accaduto dovrà usare delle parole, quindi sceglierle, dovrà costruire delle frasi e quindi determinare un ritmo nella lettura, insomma lo scrittore non può esimersi dal costruire una regia, e questo attribuisce inevitabilmente un taglio prospettico alla narrazione.

Tornando alla tendenza letteraria di cui all’articolo de L’Espresso, ho il sentore che essa non sia soltanto un’evoluzione del gusto di lettori, editori e autori, ma entri in gioco una variabile esterna che ha cambiato e cambia tutti gli aspetti della nostra vita: la crisi economica. È pacifico che più passa il tempo e sempre meno sono gli scrittori che possono vantare di sostentarsi con i propri libri, se dipendo da un altro lavoro per pagare l’affitto non sarò così libero di osservare e studiare i pezzi da montare insieme, se faccio l’impiegato o l’operaio potrebbe essere un problema per me, ad esempio, affrontare un viaggio di mille chilometri per incontrare un vecchietto che mi è stato segnalato e che ha fatto la seconda guerra mondiale, nel caso nel mio romanzo volessi “costruire” una guerra come nell’esempio fatto prima, così attingo a del materiale che già conosco bene, quello del mio vissuto personale, o a del materiale semi-lavorato come nel caso della cronaca. Con questo non voglio dire che scrivere non-fiction sia più semplice, anzi, forse sarei tentato di affermare il contrario, ma la lavorazione che implica è forse più economica soprattutto in termini di tempo. Questo per quanto riguarda gli scrittori, ma l’offerta è nulla se non incontra la domanda, quindi cosa spinge i lettori a comprare non-fiction? È risaputo che quando interviene una grossa crisi aumenta la richiesta di evasione, di intrattenimento, ma questo è vero nel breve periodo, non è eretico pensare che quando la crisi è consolidata riprenda il bisogno di realtà del pubblico, considerando poi che il libro, sia esso di carta o digitale, può costituire talvolta un lusso, un titolo ben scritto di non-fiction può soddisfare contemporaneamente il gusto per la lettura e quel bisogno di realtà, di informazione e dare l’impressione di capire, e quindi vivere, il proprio tempo.

Poi è arrivato il mio turno; ho chiuso la rivista, archiviato le mie considerazioni e ho preso a discernere anche io di Zeman e Petkovic.

Considerazioni a margine di una sbronza

L’idea è vecchia di dieci anni, ma si sta imponendo solo ora; dei micro dispositivi da areosol che vaporizzando una miscela (che può contenere nicotina) regalano un’esperienza paragonabile al fumo senza i relativi danni per la salute, ovvero le cosiddette sigarette elettroniche. Oggi mi è balenata in mente una domanda, che potrà suonare blasfema per qualche professore di italiano, ma che sinceramente giudico interessante al di là dell’effetto comico: ma oggi, con le sigarette elettroniche, Italo Svevo avrebbe scritto “La coscienza di Zeno”? La letteratura, come tutte le grandi imprese, nasce dall’inquietudine, che è innata nella natura umana e che non può essere lenita dalla tecnologia, ma inevitabilmente quest’ultima modifica le forme in cui essa si esprime. Foscolo avrebbe firmato “Gli ultimi tweet di Jacopo Ortis”? Il pescatore Santiago de “Il vecchio e il mare” di Hemingway, e soprattutto Ulisse, avrebbero usato un navigatore satellitare? L’Agostino di Moravia avrebbe liquidato i suoi turbamenti con una nottata su youporn (e tanti fazzoletti)? Madame Bovary si sarebbe accontentata dei fittizi tradimenti racchiusi in una finestra di chatroulette? Chissà se, oggi, il giovane Holden avrebbe chiesto dove vanno d’inverno le anatre di Central Park su Yahoo! Answers, o se Dorian Gray avrebbe ritoccato il suo ritratto con Photoshop. Chissà se Mattia Pascal avrebbe aperto un profilo facebook a nome Adriano Meis e se Amleto avrebbe cercato la risposta al suo dilemma su Google. Chissà se Voltaire sarebbe stato un amministratore di Wikipedia o si sarebbe limitato a creare una voce ogni tanto, e se Lutero avrebbe ottimizzato le novantacinque tesi per la visualizzazione su IPad. Chissà se avrei avuto speranze di entrare nel bloroll di Ennio Flaiano…

Ed ora una conclusione seriosa per far apparire tutto il resto meno cazzaro. La rivoluzione digitale – dalla seconda metà del novecento l’unica rivoluzione capace di stravolgere permanentemente la condizione di ogni classe sociale, più di quella sessuale con le sue sacche di recrudescenza reazionaria, più delle conquiste sindacali e dei lavoratori oggi rimesse in discussione – con le opportunità di accesso globale alla conoscenza, di comunicazione interpersonale, di maggiore dominio sul mondo fisico, spinge l’uomo a trovare il suo antagonista, o alleato, non più nel divino, nella natura o nel fato, ma solo e soltanto in sé stesso.

Il caso Vittorio

Marta e Claudia si conoscono negli scout, sono delle bambine, e sono cattoliche. Passa qualche anno e si scoprono di sinistra; partecipano a una manifestazione contro il primo governo Berlusconi, e vi incontrano Vittorio, quel compagno di scuola indecifrabile. Parlano un po’, passano insieme il resto della mattinata, ridendo e fumando le prime sigarette. Un giorno come tanti, eppure quell’anonimo stralcio di quotidianità determinerà per sempre il corso delle loro vite.

La prospettiva narrativa de Il caso Vittorio è un pendolo che oscilla con precisione matematica dalla soggettiva di Marta a quella di Claudia e viceversa, senza trascurare i passaggi intermedi. È questo l’elemento più impressionante del notevole stile che ha dato forma a questo romanzo del 2003, che la minimum fax ha deciso di riproporre in una nuova edizione nel 2011. Impressionante ed efficace; il lettore attraversa oltre dieci anni di storia recente mano nella mano con le due protagoniste, impara a conoscerle, ad amarne i pregi, a odiarne i difetti, può addirittura immaginarne i cambiamenti fisici anche quando questi non vengono descritti sulla pagina. Attraverso i loro occhi impara a comprendere a fondo anche gli altri personaggi, eccetto uno, Vittorio, l’alieno (come suggerisce la forma della sua testa), un enigma, un vero e proprio caso.

Ciò che mi ha colpito maggiormente dell’umanità ritratta da Francesco Pacifico è la necessità di un codice, di una filosofia, di un’ideologia con cui interpretare e affrontare il mondo. Spesso gli stessi personaggi barcollano intellettualmente passando dal nichilismo all’edonismo, da un paradigma inventato ai tempi del liceo e chiamato “Verità Creativa” all’integralismo cattolico (quest’ultimo oggetto d’interesse anche del più recente romanzo di Francesco Pacifico, Storia della mia purezza, edito da Mondadori), ma non possono esimersi da quello che appare quasi un istinto cognitivo primordiale, la ricerca di un centro di gravità permanente detto con le parole di Franco Battiato. Ma quando i ragazzi e le ragazze, gli uomini e le donne di questo libro, pensano di aver trovato la distanza giusta per mettere a fuoco la propria vita, si accorgono che nel frattempo la stessa si è spostata un po’ più in là.

P.s. mi sono interessato a Il caso Vittorio a causa del suo titolo, curiosamente simile a uno dei primi racconti pubblicati su questo blog, Nel caso di Vittorio (che mi rifiuto di linkare per pudore e rispetto del romanzo recensito). Una coincidenza, e a giudicare dalle impressioni finali sul testo direi una fortunata coincidenza.

Riportando tutto a casa – Nicola Lagioia

“Riportando tutto a casa” è il secondo titolo per Einaudi di Nicola Lagioia, gli altri si possono trovare nel catalogo della piccola e agguerrita Minimum Fax. È la storia di un’adolescenza nella Bari degli anni 80, tra capelli cotonati ed eroina, tra entusiasmo imprenditoriale e quartieri popolari, tra seghe alla vergognosa e prestiti a strozzo. Il libro si apre con la travolgente ascesa economica del padre del protagonista, che con furbizia sottile e chilometri macinati passa dalla vendita porta a porta di accappatoi a feste in yacht dove, inspiegabilmente per lui, a un certo punto tutti si spogliano. E poi c’è lui, il protagonista, la sua vita che si intreccia con quella di Giuseppe Rubino e Vincenzo Lombardi, ricchi e incasinati. La voce narrante è la sua, suo il lungo ricordo di quegli anni, ma non è un semplice esercizio di memoria, è una ricerca attiva; il protagonista, a decenni di distanza, cerca e interroga gli attori della sua adolescenza, ed è spesso un’attività dolorosa, alla quale tuttavia nessuno si sottrae completamente. Le tresche del liceo Cesare Baronio, le losche attività dello Sghigno, il declino del bancario Di Liso e tutti quegli episodi che cambieranno le piccole vite di quel piccolo posto, scorrono parallelamente a quei cambiamenti epocali che porteranno a un nuovo assetto mondiale e alla fine della guerra fredda, anzi, a ben pensarci non scorrono in maniera perfettamente parallela…

Lagioia esplora la crisi, sia essa economica che esistenziale, decretando come questa non è un effetto collaterale del binomio successo e prosperità, ma ne è il gemello siamese. È strano e interessante leggere oggi questo libro popolato di professionisti e imprenditori trafficoni, anche se non propriamente malavitosi, nella città di Bari (che il compianto Edmondo Berselli definiva la Milano del Sud), elementi che hanno portato sfortuna al più noto interprete degli ultimi venti anni di politica italiana, e con cui proprio in questi giorni fa i conti.

Lagioia ha un’abilità nel manovrare le parole davvero invidiabile, la loro scelta è di una precisione chirurgica. La sintassi è talvolta acrobatica; come per il lessico non vi sono sbavature, ma certi carpiati possono distrarre e scoraggiare il lettore meno avvezzo, ma si tratta in genere di brevi passaggi, il resto della lettura è, dal punto di vista formale, godibile, e il romanzo, nel suo complesso un’opera davvero notevole.

P.S. La copertina del libro è di Gipi, fumettista di fama internazionale che da circa una settimana è nelle sale con il suo primo film da regista, “L’ultimo terrestre” (che ha firmato col suo nome completo; Gian Alfonso Pacinotti), in concorso a Venezia e accolto calorosamente da pubblico e critica. Il film parte dallo sconcerto degli autori per la velocità e il modo con cui il popolo italiano deglutisce e assimila tutto ciò che lo riguarda rimanendo sempre lo stesso, impassibile e apatico. Da questa premessa la voglia di simulare cosa succederebbe se lo stesso soggetto fosse esposto alla più eclatante e sensazionale delle notizie: l’arrivo degli alieni.

Testamento semiotico, Chuck Palahniuk e Avatar

Mi appresto a leggere “Pigmeo” di Chuck Palahniuk, e alla fine potrei non essere più lo stesso. La mia grammatica è stata sempre gracilina; a otto anni ho fatto una cura ricostituente per le doppie, a dieci mi hanno impiantato una protesi per gli accenti, a dodici ho avuto un attacco di panico davanti a una consecutio temporum, e ancora oggi i congiuntivi mi provocano le vertigini. Ecco, considerate questo e considerate uno scrittore che come uno sciamano occidentale ha la capacità di catapultarmi nel suo delirio (Niccolò Ammaniti scrisse di Palahniuk: “…è peggio di un polpo. Ti afferra con i suoi tentacoli e ti trascina in un buco pauroso. Lasciatelo stare se avete lo stomaco debole”), ma considerate soprattutto 238 pagine scritte tutte così: “Uomo di passaporti, ufficiale solo dietro vetro proiettile, apre e legge libro passaporto di operativo me, confronta dato cartaceo di visto; uomo guarda questo agente da alto, dice: «Hai fatto un bel po’ di strada figliolo». Ufficiale di passaporti è vetusto animale recintato, futuro morente con troppo di sangue denso raccolto dentro vene di gambe. Intero giorno dentro trappola, possibile che prossimo viaggio a gabinetto, pum-pum, grumo spacca cervello”. E’ decisamente troppo per il mio precario equilibrio logico-linguistico, lo so già che non sopravviverà; voi vi chiederete perché lo faccio, ma non sono qui per spiegare questo, bensì per le mie ultime volontà semiotiche, qualora tra breve io non sia più in grado di formulare frase di senso compiuto. Ai miei familiari lascio le parole cortesi, agli sconosciuti le formule della buona educazione, agli amici le parole inventate, ai colleghi le parole in inglese (non sapevo a chi altro darle). Lascio le parole “caldo”, “cibo” e “casa” agli homeless, lascio gli avverbi a quelli di poche parole, i condizionali ai troppo sicuri di sé. Lascio i “Vaffanculo” al governo, e i “porca puttana” all’opposizione. In fede, Barabba Marlin.

Passiamo ad altro: il film “Avatar” è una bambola gonfiabile. Fine recensione. Approfitto dello spazio guadagnato per una riflessione sul 3d. C’è una bella storiella che si racconta ai corsi universitari di cinema: la cameriera di un noto scrittore russo (non ricordo quale) andò a vedere per la prima volta una pellicola al cinematografo, benché fosse una donna istruita e intelligente, tornò a casa dello scrittore letteralmente sconvolta e disgustata, per la quantità di teste mozzate che aveva visto. La cameriera non conosceva ancora il concetto di primo piano. Pensavo che il 3d fosse un effetto speciale fine a sé stesso, da usare con cautela per non generare tolleranza, invece è una cassetta degli attrezzi nuova per la composizione dell’inquadratura. E’ una piccola rivoluzione (già abbozzata molti anni fa, ma resa abbordabile oggi dal digitale), non paragonabile all’introduzione del sonoro o del colore, ma piuttosto all’invenzione del Dolby Sorround.  Attendo con ansia un film in 3d d’autore, non necessariamente di fantascienza; l’incontro di Micheal Gondry (“Eternal sunshine of the spotless mind”, “L’arte del Sogno“) con questa tecnica, sarebbe come quello tra la nitrocellulosa e la gricerina. E allora rideremmo di noi, come di quella povera cameriera, pensando a come ci aveva impressionato Avatar.

La bellezza e l’inferno

“Questo libro va ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra divenisse un testo pericoloso…”, questa è la dedica in copertina del secondo libro di Roberto Saviano, anzi del suo primo libro e mezzo: si tratta di una raccolta di scritti per la maggior parte già pubblicati su carta stampata e web. Cercando di formulare un pensiero sintetico sul libro, ho pensato a “La bellezza e l’inferno” come a un appendice a Gomorra e al romanzo non scritto sulla vita del suo autore,  materiale succulento per gli ammiratori dello scrittore, caricando la dedica anche di una precisa indicazione commerciale, una sorta di “solo per appassionati”, come quegli album di b-side che escono in versione limitata per i fan più accaniti e per i collezionisti. Ma quelle de “La bellezza e l’inferno” non sono b-side, per niente. Sono pillole di letteratura reale per una terapia d’urto. Il mostro di Gomorra rivive nelle pagine dedicate a Miriam Makeba (“Miriam Makeba: la rabbia della fratellanza”), alla tragedia de L’Aquila (“Quando la terra trema, il cemento uccide”), al business della coca (“La magnifica merce”), ai boss Zagaria (“Costruire, conquistare”), all’intossicazione della terra (“La peste e l’oro”). E poi ci sono i ritratti e le vite degli altri, del musicista Petrucciani (“Ossa di cristallo”), del calciatore Messi (“Giocarsi tutto”), dei pugili Russo e Valentino (“Tatanka Skatenato”), del leggendario Joe Pistone (“L’uomo che era Donnie Brasco”), del giornalista Siani (“Siani, cronista vero”), di Enzo Biagi (“Il guardiano del faro”), di Beppino Englaro (“Nel nome della legge e della figlia”), della coraggiosa madre di Peppino Impastato (“Felicia”). Ma c’è anche tanto Saviano uomo e scrittore, e non solo nell’immagine di lui in pantaloncini del Napoli e Peroni in mano mentre risponde al telefono e intuisce, tra rumori e singhiozzi, che il film di Garrone ha vinto un premio a Cannes (“Da Scampia a Cannes”), non solo nei vari e diffusi rimandi alla sua vita post-gomorra, nel bene e nel male (ad esempio “I fantasmi dei Nobel” e “Discorso all’Accademia di Svezia”), ma c’è tanto Saviano proprio dove meno te lo aspetti, quando parla di cinema e letteratura, quando racconta del film 300 e del fumetto da cui è tratto (“Questo giorno sarà vostro per sempre”), quando attribuisce al “Dispacci” di Michael Herr il merito di aver infranto la regola per cui la storia la scrivono i vincitori (“Apocalypse Vietnam”), e in quest’ultimo articolo specialmente, ma anche in altri, come nell’omaggio al documentarista De Seta (“Combattere il male con l’arte”), che Saviano confessa la sua formazione, il suo metodo, la sua estetica, insomma la stanza degli alambicchi (scusate l’autocitazione), dove umori e regole, sentimenti e metodi, diventano letteratura.

Illustrate le fattezze del secondogenito Saviano, dedico poche righe a quello che l’autore rappresenta per me. Su Saviano si è scritto tanto e si è detto di più; qualcuno lo ha osannato, qualcuno lo ha infamato, qualcuno ora lo snobba perché ormai lo conoscono tutti, qualcuno lo ama solo perché lo amano gli altri, qualcuno lo odia perché lo amano gli altri, qualcuno sostiene che ha una scrittura ampollosa, qualcuno pensa che abbia il dono della scrittura perfetta. Io posso dire che quando lo lessi per la prima volta, quando lo vidi e sentì parlare, non ebbi l’idea di un grande scrittore, non subito, la prima impressione fu quella di un ragazzo della mia età che stava facendo una cosa grande, dietro quella poco celata intolleranza verso gli abiti da sera, dietro il suo modo di gesticolare, c’era un ragazzo che sarebbe potuto essere mio amico, un collega di università con il quale si litiga di politica, un compare con il quale ci si scambia libri e si fa tardi la notte a parlare di cinema, un amico che si stima. Ultimamente ho letto che Saviano avrebbe confessato di essersi pentito di aver scritto Gomorra, le ragioni si conoscono ed è inutile ricordarle. Ma soprattutto è inutile sindacarle. Non so se è anche inutile dire, che per me, lui non è uno dei miei scrittori preferiti, ma un amico di cui vado fiero, e la stessa cosa vale per migliaia di persone. Non so se è utile dirlo, ma lo dico lo stesso.

Dog’s dick way post (post alla cazzo di cane)

L’altra sera ho visto il film “Soffocare”, tratto dal mio libro preferito del mio autore preferito, Chuck Palahniuk (in realtà è solo uno dei miei autori preferiti, ma così la frase suonava meglio). Il film mi ha abbastanza deluso; c’è una regola non scritta che vuole i film tratti da un libro sempre un spanna indietro rispetto all’opera originale. E’ una regola che odio. Posso citare almeno un caso in cui un film è nettamente migliore del libro da cui è tratto: “Auguri Professore” per la regia di Riccardo Milani, contro “Storie fuori registro” scritto dal pur bravissimo Domenico Starnone. Se fossi sincero direi anche che è l’unico caso che conosco. Ma la sincerità è una dote a cui non aspiro. Aspiro piuttosto a qualcosa che non viene comunemente definita  una dote, ma aiuta sicuramente a vivere meglio; non parlo dei sogni marzulliani, ma dell’ignoranza. Pensate al vantaggio esistenziale nel non incazzarsi al lavoro quando calpestano i vostri diritti, semplicemente perché non sapete di avere diritti. Pensate che bello la mattina aprire la home di Repubblica e non avere un reflusso gastroesofageo, leggendo le ultime cazzate dell’esecutivo, semplicemente perché non sapete leggere. Qualcuno dirà che non ci vuole niente a essere ignoranti, che è la cosa più facile del mondo, ma non è così: una volta uno psicologo mi spiegò che la difficoltà nel curare la depressione non è tanto la mancanza di una cura universalmente efficace, ma la tendenza del depresso a non seguirla, come se a quella vergine di Norimberga nella sua testa ci fosse affezionato. Anche se soffre come un cane non può farne a meno, perché quel dolore non è qualcosa di esterno, quel dolore è lui. Ecco la prima considerazione di questo post; come la depressione, la non-ignoranza è una malattia che si autoalimenta. C’è un bellissimo dialogo nel romanzo “Nero come il cuore” di Giancarlo De Cataldo (in realtà potrebbe essere un parto della mia immaginazione, ma dato l’oggetto del post sono giustificato);  in una sauna, un commisario si confida con l’avvocato protagonista della storia, e gli dice che loro non sono destinati alla carriera, perché sono intelligenti, e chi è intelligente sa che c’è sempre qualcuno che ha più diritto di fare strada, e inconsciamente si fa da parte, mentre chi questa sensibilità non ce l’ha ha, può andare dritto come un treno ad alta velocità. Indi, seconda considerazione, per fare carriera bisogna essere stupidi, e quindi necessariamente ignoranti.
Conclusione: mamme e babbi, crescete i vostri bimbi nel buio dell’ignoranza, non mandateli a scuola, bruciate i libri, insegnategli solo le parole necessarie alla sopravvivenza, e avrete dei figli felici e di successo.

P.S.: la non-ignoranza non è sapienza. La Sapienza non mi appartiene, ci ho semplicemente studiato.

P.P.S. Bis: cercavo su internet l’espressione “Dog’s dick way” e sono finito su una pagina di Wikipedia versione inglese, esattamente una pagina chiamata “Italian profanity” (qui), cioè una pagina in cui vengono “spiegate” le espressioni volgari italiane;  di quasi tutte le parole viene semplicemente descritto il significato, ma leggete questa:

  • coglione (pl. coglioni): roughly equivalent to testicle; where referred to a person, it usually means burk, twit, fool. In addition, it can be used on several phrases such as avere i coglioni (literally, to have testicles; actually, to be very courageous) or essere un coglione (to be a fool). Coglione was also featured in worldwide news when used by former Italian PM Silvio Berlusconi referring to those who would not vote for him during the 2006 Italian election campaign.[2] It derives from Latin culio, pl. culiones, and is thus cognate to the Spanish cojones;

E’ esattamente quello che intendevo quando ho scritto “Pensate che bello la mattina aprire la home di Repubblica e non avere un reflusso gastroesofageo, leggendo le ultime cazzate dell’esecutivo, semplicemente perché non sapete leggere”.

L’amore a Londra e in altri luoghi

Ho conosciuto Flavio Soriga grazie a una bella e divertente ospitata a le Invasioni Barbariche (di cui purtroppo non ho trovato traccia nel web). Doveva essere aprile o fine marzo dello scorso anno. Non ho una grande memoria temporale, ma una data me la ricordo bene; era il 14 aprile 2008, ero in treno, Taranto-Roma, ascoltavo la radio e apprendevo che l’Italia c’era ricascata, Berlusconi aveva vinto di nuovo le elezioni. Mi tormentavo sul sedile, toglievo e rimettevo gli auricolari nelle orecchie, facendole diventare rosse, le sentivo in fiamme, probabilmente lo ero anche in faccia, rosso, come non lo sarebbe stato più nessuno scranno del Parlamento. Davanti a me un ragazzo leggeva “Sardinia Blues”, il romanzo di quello scrittore che avevo visto su La7 qualche giorno prima. Leggeva e sorrideva, sembrava godersela, la sua lettura. Li odiai entrambi; Soriga e quel ragazzo, autore e lettore. Poi però mi è passata e ho letto “L’amore a Londra e in altri luoghi” (che mi è finito nelle mani in maniera alquanto insolita), edito da Bompiani,15€ in libreria, 12 se lo ordinate su IBS.

“L’amore a Londra e in altri luoghi” è una raccolta di otto racconti, storie di sentimenti contrastanti, fra terre di origine e città d’adozione, tra genitori persi per sempre o solo per un attimo, tra amanti e “congiacenti”. Nel primo e più lungo fra i racconti, “Aprile” (ambientato in Sicilia, anche se non viene mai specificato, tutto lo fa credere), il protagonista accompagna il lettore da un’infanzia anagrafica e geografica (“noi eravamo un isolotto di un’isola più grande”) alla maturità, con tutte le conquiste e le perdite che ciò comporta. Senz’altro è il racconto con “più roba”, malinconico e nostalgico. Andando avanti nella lettura arrivano, però, anche momenti ironici, come lo strambo matrimonio in stile simil-buddista nella campagna toscana raccontato nel “Congiacente”, mentre in “El Presidente” (storia d’amore tra un dittatore sudamericano e un’attricetta italiana), abbondano le allusioni alla tragicommedia della democrazia nel nostro Paese. L’ultima storia invece, “Candele” è un breve e delicato racconto dalle atmosfere benniane. A trequarti della lettura pensavo che ogni racconto avesse un’anima gemella, con un personaggio comune che unisse invisibilmente le storie a due a due, ma poi non sono riuscito a completare il gioco delle coppie.

Io ho un’intolleranza verso determinate parole, soprattutto nei titoli. Nello specifico la parola amore mi provoca noia e dermatite. Ma fortunatamente il mostro semantico citato nel titolo del libro non ha nulla a che vedere con i Baci Perugina. Soriga non coglie fiori di campo ai bordi dei sentieri di montagna, lui ci si infila dentro, alla montagna, nel suo ventre. Non cerca facile e inutile romanticismo, quello che interessa allo scrittore sardo è il dolore che come un fiume carsico scava la terra sotto i piedi. A livello formale c’è qualcosa, però, che nello stile di Soriga non mi convince, qualcosa che probabilmente dipende dai modelli letterari; puri quelli dell’autore, bastardi i miei. Ma gli riconosco una grande dote: il senso del finale. La supremazia dell’incipit è un mito che hanno creato quelli che i libri li vendono, ma non li scrivono. Un autore vero sa che il finale è la cosa più importante, è la porta della gabbia, che il lettore può aprire per farsi divorare dalla bestia che vive nella storia.