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Fiction-non-fiction

Ieri ero dal mio barbiere, mentre attendevo il mio turno passavo in rassegna le letture sul tavolino, e mi imbatto in un numero (arretrato) de L’Espresso. Superato lo shock per aver trovato il noto settimanale in quella selezione la cui condizione minima necessaria, generalmente, è avere almeno un accenno in prima pagina/copertina alla Roma o alla Lazio, mi sono messo comodo ed ho sfogliato la rivista. Mi ha incuriosito in particolare un articolo che descriveva una nuova tendenza della letteratura internazionale, secondo questo articolo la produzione letteraria (sarebbe il caso però di specificare “non di genere”) starebbe virando massicciamente dalla fiction, ovvero da storie inventate di sana pianta dall’autore, alla non-fiction, ovvero la narrazione del reale, spesso autobiografica (citati gli esempi di Dave Eggers e degli italiani Edoardo Nesi ed Emanuele Trevi). Premetto che non ritengo i due mondi separati, e considero i capisaldi del continuum come puramente teorici. Per quanto riguarda la fiction “se non esistessero i fiori riusciremo a immaginarli?” per dirla à la Bluvertigo, ovvero l’immaginazione è solo un processo di montaggio di ciò che già si conosce, se devo scrivere un romanzo il cui protagonista è impegnato in una guerra che nella realtà non è mai esistita, in quella guerra assemblerò tutti quegli elementi che conosco e che associo alla guerra, la verosimiglianza e la plausibilità dipendono dal grado di solidità di tale costruzione, ma per fare un buon assemblaggio è necessario studiare bene gli elementi, i pezzi, da montare, e su questo torneremo più avanti. La non-fiction, invece, per quanto essa si prefissi di essere neutrale e naturale, ovvero conforme alla realtà che racconta, non potrà mai sfiorare tale condizione, perché il fatto è come la particella per Heisenberg, nel momento in cui la si osserva cambiano i suoi attributi. Uno scrittore per raccontare un fatto realmente accaduto dovrà usare delle parole, quindi sceglierle, dovrà costruire delle frasi e quindi determinare un ritmo nella lettura, insomma lo scrittore non può esimersi dal costruire una regia, e questo attribuisce inevitabilmente un taglio prospettico alla narrazione.

Tornando alla tendenza letteraria di cui all’articolo de L’Espresso, ho il sentore che essa non sia soltanto un’evoluzione del gusto di lettori, editori e autori, ma entri in gioco una variabile esterna che ha cambiato e cambia tutti gli aspetti della nostra vita: la crisi economica. È pacifico che più passa il tempo e sempre meno sono gli scrittori che possono vantare di sostentarsi con i propri libri, se dipendo da un altro lavoro per pagare l’affitto non sarò così libero di osservare e studiare i pezzi da montare insieme, se faccio l’impiegato o l’operaio potrebbe essere un problema per me, ad esempio, affrontare un viaggio di mille chilometri per incontrare un vecchietto che mi è stato segnalato e che ha fatto la seconda guerra mondiale, nel caso nel mio romanzo volessi “costruire” una guerra come nell’esempio fatto prima, così attingo a del materiale che già conosco bene, quello del mio vissuto personale, o a del materiale semi-lavorato come nel caso della cronaca. Con questo non voglio dire che scrivere non-fiction sia più semplice, anzi, forse sarei tentato di affermare il contrario, ma la lavorazione che implica è forse più economica soprattutto in termini di tempo. Questo per quanto riguarda gli scrittori, ma l’offerta è nulla se non incontra la domanda, quindi cosa spinge i lettori a comprare non-fiction? È risaputo che quando interviene una grossa crisi aumenta la richiesta di evasione, di intrattenimento, ma questo è vero nel breve periodo, non è eretico pensare che quando la crisi è consolidata riprenda il bisogno di realtà del pubblico, considerando poi che il libro, sia esso di carta o digitale, può costituire talvolta un lusso, un titolo ben scritto di non-fiction può soddisfare contemporaneamente il gusto per la lettura e quel bisogno di realtà, di informazione e dare l’impressione di capire, e quindi vivere, il proprio tempo.

Poi è arrivato il mio turno; ho chiuso la rivista, archiviato le mie considerazioni e ho preso a discernere anche io di Zeman e Petkovic.

Riportando tutto a casa – Nicola Lagioia

“Riportando tutto a casa” è il secondo titolo per Einaudi di Nicola Lagioia, gli altri si possono trovare nel catalogo della piccola e agguerrita Minimum Fax. È la storia di un’adolescenza nella Bari degli anni 80, tra capelli cotonati ed eroina, tra entusiasmo imprenditoriale e quartieri popolari, tra seghe alla vergognosa e prestiti a strozzo. Il libro si apre con la travolgente ascesa economica del padre del protagonista, che con furbizia sottile e chilometri macinati passa dalla vendita porta a porta di accappatoi a feste in yacht dove, inspiegabilmente per lui, a un certo punto tutti si spogliano. E poi c’è lui, il protagonista, la sua vita che si intreccia con quella di Giuseppe Rubino e Vincenzo Lombardi, ricchi e incasinati. La voce narrante è la sua, suo il lungo ricordo di quegli anni, ma non è un semplice esercizio di memoria, è una ricerca attiva; il protagonista, a decenni di distanza, cerca e interroga gli attori della sua adolescenza, ed è spesso un’attività dolorosa, alla quale tuttavia nessuno si sottrae completamente. Le tresche del liceo Cesare Baronio, le losche attività dello Sghigno, il declino del bancario Di Liso e tutti quegli episodi che cambieranno le piccole vite di quel piccolo posto, scorrono parallelamente a quei cambiamenti epocali che porteranno a un nuovo assetto mondiale e alla fine della guerra fredda, anzi, a ben pensarci non scorrono in maniera perfettamente parallela…

Lagioia esplora la crisi, sia essa economica che esistenziale, decretando come questa non è un effetto collaterale del binomio successo e prosperità, ma ne è il gemello siamese. È strano e interessante leggere oggi questo libro popolato di professionisti e imprenditori trafficoni, anche se non propriamente malavitosi, nella città di Bari (che il compianto Edmondo Berselli definiva la Milano del Sud), elementi che hanno portato sfortuna al più noto interprete degli ultimi venti anni di politica italiana, e con cui proprio in questi giorni fa i conti.

Lagioia ha un’abilità nel manovrare le parole davvero invidiabile, la loro scelta è di una precisione chirurgica. La sintassi è talvolta acrobatica; come per il lessico non vi sono sbavature, ma certi carpiati possono distrarre e scoraggiare il lettore meno avvezzo, ma si tratta in genere di brevi passaggi, il resto della lettura è, dal punto di vista formale, godibile, e il romanzo, nel suo complesso un’opera davvero notevole.

P.S. La copertina del libro è di Gipi, fumettista di fama internazionale che da circa una settimana è nelle sale con il suo primo film da regista, “L’ultimo terrestre” (che ha firmato col suo nome completo; Gian Alfonso Pacinotti), in concorso a Venezia e accolto calorosamente da pubblico e critica. Il film parte dallo sconcerto degli autori per la velocità e il modo con cui il popolo italiano deglutisce e assimila tutto ciò che lo riguarda rimanendo sempre lo stesso, impassibile e apatico. Da questa premessa la voglia di simulare cosa succederebbe se lo stesso soggetto fosse esposto alla più eclatante e sensazionale delle notizie: l’arrivo degli alieni.