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La minaccia

L’Imputato, come anonimamente lo avevano chiamato sin dall’inizio del rapimento, ebbe la facoltà di spendere alcune parole a sua difesa davanti al tribunale informale costituito dai suoi sequestratori. Dopo fu accompagnato dal Custode nella sua cella, o meglio nell’ampio sgabuzzino adibito a cella, e poco dopo che la porta si chiuse alle sue spalle, l’Imputato divenne il Condannato. Il Custode era il più giovane del gruppo, gli avevano dato quel nome in codice, che trasudava saggezza, per ricompensarlo dell’infamia del compito di secondino, ruolo assegnatogli dalla sorte, e per sancire tale investitura la sorte si era manifestata, quattordici giorni prima, sotto forma di un un uomo con la corona, il K di picche, un re, un affamatore del popolo, ma anche la carta più alta estratta dal mazzo.

Il Tribunale si sciolse, ogni membro lasciò l’appartamento secondo il protocollo previsto; rimase solo il Custode, per ovvi motivi. Il Custode aveva votato contro la condanna, ma era stato l’unico, e accettò il verdetto, censurando a sé stesso qualsiasi risentimento. È vero; non doveva finire così, o almeno non così presto, ma la Controparte si era dimostrata sorprendentemente ferma e decisa nel non trattare, e gli elicotteri volavano ormai da ore su quella parte di città; risalire al covo sarebbe stata questione di ore, sei, forse otto, sicuramente avrebbero fatto irruzione di notte, comunque il tempo sufficiente per eseguire la condanna, e forse, se tutto andava bene, anche per dileguarsi. Il Custode afferrò la busta che conteneva il frugale pasto del Condannato; alcuni tranci di pizza e una lattina di aranciata. Quando gli avevano chiesto se aveva preferenze per quel pasto, quel pasto che già tutti, compreso il Condannato, immaginavano sarebbe stato l’ultimo, egli espresse solo il desiderio di quella bevanda, quella bibita da bambini, e si era raccomandato che fosse in lattina, perché, come spiegò abbassando il capo con lieve imbarazzo: “quella nella bottiglia di plastica è meno buona”.

Il Custode infilò il passamontagna; non serviva più, o meglio, non serviva più rispetto allo scopo originale, quello di non farsi riconoscere dal prigioniero, ma il Custode lo indossò comunque, per non far capire al Condannato che il futuro che lo attendeva non prevedeva la possibilità di raccontare a chicchessia i dettagli di quel sequestro. Compassione? Forse. O forse no: la procedura di quel processo prevedeva che l’Imputato venisse informato del suo destino con la lettura, davanti a una videocamera, della sentenza.

Il Custode entrò nella stanza priva di finestre in cui da oltre dieci giorni sopravviveva il Condannato, posò la busta a terra, a pochi centimetri dal materassino in lattice privo di coperte su cui riversava scomposto l’uomo; il Condannato aveva gradualmente perso la compostezza che caratterizzava la sua figura, e appena la busta toccò terra ci si fiondò come un cane alla ciotola. Il Custode chiuse la porta della stanza dall’esterno, come di consueto, e mentre girava la chiave ebbe una strana sensazione, come un brivido, una scossa di adrenalina nera, di quella che ti invade le vene quando ti accorgi che stai per precipitare. Ma fu solo un attimo. Si accostò alla finestra e mise a fuoco la strada attraverso i fori della tapparella; gli altri sarebbero tornati entro un’ora, al massimo due, il tempo di recuperare l’auto per la fuga, già pronta e messa a punto da un soggetto fidato, uno che avrebbe anche rifornito il gruppo di qualche ferro aggiuntivo… ferro… improvvisamente alla mente del Custode si ripresentò l’immagine della chiave nella serratura, delle sue dita a contatto col metallo… metallo… anche il più insignificante nervo del suo corpo venne percorso da una corrente capace di scuotere un morto; provò ad aprire la porta con la chiave, ma gli tremavano le mani, allora diede una spallata, ma fece solo scricchiolare i cardini, provò con un calcio, e poi con un altro, il rettangolo di legno cedette solo al quarto colpo. Il Condannato era per buona parte coperto di sangue, ma ancora vivo, il lattice del materasso, fradicio, aveva assunto un colore ambiguo, tra il rosa e l’arancione; il prigioniero aveva rotto la lattina torcendola a metà, per farlo si era tagliato la mani, da lì veniva la maggior parte del sangue che si era unito alla bevanda inzuppando il materassino, ma un rivolo di sangue scorreva anche dal collo del Condannato; non aveva ancora trovato la forza per recidersi la carotide, ma la lama della lattina, tagliente come bisturi, premeva sul collo ed attendeva solo l’ultimo scatto muscolare, quello definitivo. Il Condannato guardò negli occhi il Custode, e questi si paralizzò; prima ancora che la sua parte razionale elaborasse la scena, il suo corpo aveva intuito che un solo movimento in più avrebbe rotto quell’equilibrio infinitamente fragile.

– No! – Riuscì solo ad articolare il Custode.

– E perché? Forse non è questo che mi aspetta? Morire come un cane? Eh? – non ricevuta risposta il Condannato continuò: – ci tenete ad ammazzarmi voi, giusto? Perché è questo che siete; assassini, altro che ideali e tutte quelle cazzate con cui vi riempite la bocca, siete solo degli assassini…

– Sarebbe già morto! – Il Custode impose la sua voce, – noi non giustiziamo l’uomo, ma ciò che rappresenta.

– Una rappresentazione… come il presepe, con al posto del bambinello un uomo morto ammazzato, il presepe vivente… anzi no… morente.

– Avanti; mi dia quella lattina.

– E perché? Dammi solo una ragione, una ragione che… una ragione che sia tale per me, e non per voi.

– Morire dissanguato è un brutto modo di morire.

– Stronzate! – Gridò il Condannato; la breve prigionia lo aveva cambiato radicalmente, non solo nel fisico, ma anche nel lessico e nelle reazioni, – credi davvero che sia così stupido? E poi anche se fosse? Cosa mi cambia? Comunque non arriverò a domani.

– Se io potessi scegliere quando morire sceglierei il momento più lontano, anche se di pochi minuti.

– Già, pochi minuti, che però sono peggio della morte. A te non te ne frega un cazzo, a te importa solo che possiate vincere voi, e se io mi ammazzo voi non potete vincere – il Condannato alzò impercettibilmente il collo, permettendo all’alluminio di penetrare ancora per qualche decimo di millimetro, due gocce rosse stillarono dal taglio.

– Non farlo!

– Se no che fai? Mi spari? Eh? – Il Condannato rise di una risata malata, secca, il tremito produsse altri rivoli dalla ferita, ormai l’arteria era scoperta, l’epidermide sopra di essa completamente lacerata.

Il citofono dell’appartamento suonò, tre volte di seguito, e una quarta a distanza di due secondi, come da codice. Gli altri erano tornati prima del tempo, sicuramente c’era stato qualche problema, forse per strada c’erano dei posti di blocco, forse il quartiere era stato isolato, chiuso al resto del mondo con un cordone di poliziotti, camionette, mezzi speciali e tiratori scelti. Ma il Custode non si mosse: – Non può farlo perché lei… perché tu sei cattolico, e nella tua religione il suicidio è peccato mortale.

Il Condannato, corrugò la fronte, per la prima volta sganciò le pupille dal Custode, e fissò il vuoto, il tempo di trovare la soluzione a quel dilemma dogmatico: – Io non mi sto suicidando: mi sto sacrificando, in maniera tale che non possiate uccidermi voi e quindi compiere il più atroce dei delitti. Non mi sto suicidando; mi sto sacrificando per salvare voi!

Il citofono suonò ancora. Il Custode estrasse la pistola da dietro la schiena e se la puntò sotto il mento: – Se ti tagli il collo io mi sparo, e sarai responsabile della mia morte; se ti ammazzi commetti il mio omicidio.

I due uomini rimasero cristallizzati nelle loro posizioni, fermi nel fisico come nella mente, intrappolati in uno stallo ideologico, concettuale, teorico, ben più effimero, ma altrettanto determinante, della fame che spinge il predatore ad uccidere la preda, o della paura che dà la forza alla preda di sopraffare il predatore.

La porta dell’appartamento cominciò a cedere sotto i colpi di chi dall’esterno tentava di sfondarla. La luce elettrica, l’unica che rischiarava quelle pareti anche quando fuori c’era il sole, andò via, e l’appartamento precipitò nel buio. E nel buio della cella uno dei due uomini morì.

Il ragazzo alla fermata dell’autobus

— Lo vede quel ragazzo alla fermata dell’autobus?

L’uomo in giacca e cravatta seguì con lo sguardo la direzione indicatagli, e per un attimo strinse gli occhi, a causa della forte luce solare, che come per un sortilegio si fermava giusto all’ingresso della falegnameria senza osare penetrarvi.

— Intende quel signore?

Chiese l’uomo in giacca e cravatta al vecchio artigiano.

— Già… quel signore — Rispose con un sorriso appena accennato il vecchio. — Ha quarant’anni, su per giù, e da più di trenta lo vedo ogni giorno lì, alla fermata dell’autobus, me lo ricordo col grembiule e la cartella quando era alto poco più della metà. Me lo ricordo con i capelli lunghi e la prima barba sul volto. Me lo ricordo, ed è come se fosse ieri, con lo zaino in spalla, quelli di quando uno se ne va per un viaggio che non sa quando finirà. Me lo ricordo col suo primo abito elegante… come il suo — disse rivolgendo lo sguardo all’uomo in giacca e cravatta — me lo ricordo quando ha cominciato ad assomigliare a un uomo, ed è una cosa strana, che se uno ti chiede cos’è che cambia che fa sembrare uno un adulto, tu non sai che rispondere, qualcosa cambia, ma non sai cosa.

L’uomo in giacca e cravatta stava in silenzio, attendeva una conclusione che evidentemente sarebbe arrivata.

— Beh, io quel ragazzo, anzi, quel signore, non so neanche come si chiama, strano no?

L’uomo in giacca e cravatta non apparve turbato o imbarazzato, e il falegname pensò che doveva avere ancora i genitori in vita, quindi abituato agli attacchi di malinconia tipici dei vecchi. L’uomo in giacca e cravatta continuava a tacere, così il falegname si fece coraggio e gli disse che la sua cassettiera non era ancora pronta, che sì, è vero, gli aveva detto che sarebbe stata pronta la mattina, ma la colla non si era asciugata in tempo, è per via dell’umidità, spiegò. L’uomo chiese l’orario in cui sarebbe potuto tornare, poi salutò educatamente ed uscì nella luce.

Chissà se ci ha creduto alla storia della colla, pensò il vecchio. La verità è che il mobile non era ancora pronto, ci aveva lavorato, molto, ma i suoi occhi e le sue braccia non erano più quelli di una volta. Ci aveva lavorato anche di notte, tanto ormai non dormiva quasi più, abbassava la saracinesca del laboratorio e levigava, sempre più lentamente, ascoltando la radiolina portatile. Gli piacevano le trasmissioni in cui si parlava, anche se spesso non capiva di cosa, o quelle sportive: conosceva a memoria i nomi dei campioni del calcio internazionale, del Barcellona, del Chelsea, del Paris Saint German, a volte li ripeteva, invece di canticchiare ripeteva i nomi che gli piacevano di più, anche se avrebbe avuto qualche difficoltà a trascriverli. È strano come le radio portatili siano rimaste più o meno le stesse nonostante i computer, i televisori piatti e i telefoni che fanno tutto, pensava il vecchio. Un giorno decise di comprarne una nuova, prese la sua Fiat Uno e andò verso il grande negozio di elettrodomestici, quello di cui aveva trovato il volantino nella cassetta delle lettere. Aveva deciso di comprarne una con uno schermo digitale, una di quelle che puoi salvare le stazioni come i canali della televisione, ma poi si era quasi commosso davanti ai modelli standard. Gli facevano simpatia, gli sembravano buoni: una rotella per il volume e una rotella per le frequenze. La semplicità non può essere mai malvagia, pensò il vecchio. Così comprò un modello che non era poi tanto diverso da quello che già possedeva, e che funzionava ancora benissimo. Quando uscì nel parcheggio si accorse di una grande insegna, il nome di una ditta che aveva cambiato per sempre, facendolo quasi estinguere, il lavoro che faceva da cinquan’tanni: Ikea. Erano anni che si diceva ci sarebbe andato, quindi posò in macchina la radiolina e si fece ingoiare dal colosso scandinavo. Legno di scarsa qualità, se non infimo truciolato, cerniere deboli, incastri di dubbia tenacia, insomma prodotti scadenti. Eppure, pensò il vecchio, se non avesse fatto il falegname, se la sua vita fosse stata diversa, se fosse stato anche lui un giovane uomo con moglie e figlie piccole, probabilmente anche lui avrebbe comprato in quel supermercato del mobile. Nella sua vita la possibilità di prendere moglie o avere dei figli non era stata mai un’ipotesi realistica, anche se sua madre, povera donna, lo sperò fino al suo ultimo giorno. Con una donna ci era stato l’ultima volta almeno trent’anni prima, una del mestiere. Aveva avuto solo professioniste, tante, tante che  a contarle si perdeva il conto, ma solo a pagamento. Aveva smesso di andarci di colpo, forse fu quando morì il padre e alla falegnameria dovette pensarci solo lui. Comunque non gli mancava così tanto fare sesso con una donna, non gli serviva poi a molto, gli dava la stessa sensazione di quando hai fame e ti ingozzi d’acqua. L’unica persona capace di placare la sua fame era poi partita per la Sicilia a fare il carabiniere, si chiamava Remo, si sposò con una del posto ed ebbe cinque figli. Fino al duemila ogni tanto il vecchio lo vedeva ancora, tornava una volta all’anno dalla Sicilia, e ogni volta che lo vedeva il vecchio non provava attrazione fisica, ma un’enorme tenerezza. Dal canto suo Remo probabilmente aveva dimenticato quella follia di giovinezza, o aveva voluto dimenticare. Remo nel duemila ebbe un infarto e morì. Il vecchio mandò un telegramma alla famiglia ma non ebbe mai risposta. Fu questo il pensiero che accompagnò l’ultima scartavetrata, per pulire uno sbuffo di vernice sulla cassettiera dell’uomo in giacca e cravatta, che come se avesse aspettato quel gesto definitivo dietro l’angolo, apparve nel laboratorio. L’uomo era più loquace rispetto al mattino, mentre pagava spiegò al vecchio di aver vinto quella cassettiera in un’asta fallimentare, e stando ai documenti era un pezzo del 1940. Millenovecentoquaranta, l’anno della sua nascita, pensò il vecchio, e per un attimo ebbe quasi la convinzione che quel vecchio mobile sarebbe stato l’ultimo a conoscere i suoi attrezzi.

Quella sera comprò in rosticceria il pollo con le patate. Dopo essere tornato a casa e aver consumato la cena, si versò nel bicchiere il suo solito nocino. Sentì  la debolezza posarglisi sulla testa e poi sulle spalle, delicatamente, come una ragnatela che cade dal soffitto. Si mise a letto e realizzò, con non poco stupore, che quella sera non avrebbe avuto difficoltà ad addormentarsi. Nel buio delle palpebre chiuse rivide il ragazzo della fermata dell’autobus, lo vide crescere in pochi secondi, da bambino di dieci anni diventare prima ragazzo, poi uomo e infine vecchio, un vecchio col suo volto: alla fine diventava lui. Allora è così che finisce, si disse, ed è una cosa strana, che se uno ti chiede cos’è che cambia che ti fa capire che sta per finire, tu non sai che rispondere, qualcosa cambia, ma non sai cosa. Alla morte ci aveva pensato spesso, soprattutto dopo che era toccata a Remo, gli sarebbe piaciuto rivederlo, come gli sarebbe piaciuto riabbracciare sua madre, e suo padre, ma ora sperava che quello che immaginava nei momenti di sconforto si rivelasse vero, ovvero il buio, il nulla. Perché un’altra vita ancora, pensò, sarebbe stata troppo faticosa.

Pensateci prima

Rancho Palos Verdes, CA

Qualche giorno fa, con degli amici, ci siamo trovati alle due di notte a leggere epitaffi famosi su internet. Vi giuro che tutto è partito da una discussione normale, da gente grossomodo sana di mente; se non ve ne siete mai occupati non potrete credere alle epigrafi non convenzionali che ogni tanto si possono leggere… se l’ironia da sempre è giudicata sintomo di intelligenza, l’autoironia di grande intelligenza, l’ironia post-mortem (o più propriamente il gallows humor) è segno di immensa devozione verso l’ironia e quindi per l’intelligenza umana, se non per la battuta in sé quantomeno per la scelta del tempo comico definitivo. Se non avete mai pensato alla vostra epigrafe tombale perché la cosa vi fa tristezza, oppure perché non farete in tempo a scriverne una in quanto avrete altre cose da fare, tipo morire, potete scegliere un epitaffio già pronto che trovate di seguito, ovviamente non chiedo niente in cambio, giusto la vostra anima…

“Non piangete per me, ho finalmente la scusa perfetta per non fare un cazzo” (per pigri cronici).

“Mai stato così comodo, ci passerei l’eternità” (per pubblicitari e televenditori).

“Sono momentaneamente non vivo, ma farò ricorso” (per avvocati rampanti).

“Ho solo delocalizzato la mia produzione di vita” (per manager senza scrupoli).

 “Scusate se non mi alzo” (per i maniaci delle buone maniere).

“Polvere eravamo e polvere torneremo… e neanche una banconota da arrotolare” (per cocainomani pessimisti).

“Vi ho battuti sul tempo” (per i malati della competizione).

“</life>” (per programmatori e patiti di informatica).

“Nacque, visse e si biodegradò” (per ambientalisti convinti).

“A quanto danno la reincarnazione?” (per scommettitori incalliti).

“Che cazzo leggi?” (per sociopatici e attaccabrighe).

“Almeno questa frase l’ho pubblicata” (per eterni aspiranti scrittori).

Breve racconto autobiografico da 64 kb

Da bambino andavo spesso a giocare da un compagno di scuola, scuola elementare ovviamente, un bravo ragazzo figlio di coltivatori diretti. Erano molto poveri, ciò nonostante era l’unica persona che conoscessi che possedeva un Commodore 64, che all’epoca chiamavamo semplicemente computer, oddio, l’avverbio usato non rende bene l’idea, perché all’epoca il termine computer incuteva un religioso rispetto, tanto per rendere il concetto in quegli anni si usava un adagio, poi lentamente tramontato con l’aumentare della complessità dei processori, che suonava più o meno così: “i computer non sbagliano mai”. Seppure le prestazioni di quel dinosauro dell’informatica oggi sarebbero uguagliate da un telefonino di fascia bassa da spento, a noi il fenomeno di quei pochi pixel sullo schermo a cui attribuivamo i significati di uomini, mostri, armi e mondi interi e che obbedivano ai nostri comandi attraverso l’inclinazione di una sorta di cazzo di plastica a due bottoni, costituiva la prova che un futuro fantascientifico ci aspettava dietro l’angolo. Fatto sta che un giorno, mentre attendevamo il loading di una cassetta, sentimmo dei rumori provenire dall’orto, il mio amico andò a controllare, io lo seguii, e ci si presentò la seguente scena; il suo cane, un vecchio volpino attaccato a una catena, girava freneticamente in tondo ringhiando contro il nulla, mentre a pochi centimetri un gatto bianco giaceva inerme con la testa in una pozza d’acqua appena tinta di sangue. Io chiesi se quel gatto fosse di uno dei vicini, e lui mi rispose di no, che era il loro gatto, e che era cresciuto insieme al cane, insieme al suo assassino. Poi mi disse di tornare in casa, un velo di tristezza gli coprì gli occhi ma tentò lo stesso di sorridermi, di essere cordiale; aveva la mia stessa età, ma in quel momento mi parve più adulto degli adulti, che sapesse della vita molto più di quanto ne avessi capito io, e di quanto ne avrei capito in futuro. Stupidamente pensai che quella tastiera, a cui attribuivo poteri magici e che intimamente gli invidiavo, lui se la meritasse molto più di me. Tornammo in casa e facemmo il record a Golden Axe.

Mio padre

“Non bisogna avere paura della morte, perché se c’è lei non ci siamo noi, e se ci siamo noi non c’è lei”. Più o meno così. Comunque Epicuro. Una volta ho vinto un bacio per aver indovinato l’autore di questa massima, un bacio volante, di quelli che non contano nulla, di quelli che non puoi annoverare tra i trofei di caccia, eppure me lo ricordo benissimo… mi pare di aver capito una cosa alla morte di mio padre, dai ricordi degli amici veri, che si sciolgono nel ricordare gli eventi più semplici; ho capito che proprio lì, nella leggerezza, che pulsa più forte la vita. Un’altra cosa che ho capito in questi giorni è che la morte è un miracolo della natura; vegliare sul proprio genitore nei suoi ultimi giorni è un atto istintivo come lo fu per lui accudirti nei tuoi primi giorni. C’è una logica, un citerio, una forza che collega i due eventi superando lo spazio ed il tempo, le convinzioni personali ed universali, ed è la stessa forza che unisce gli atomi in molecole, le molecole in cellule, le cellule in tessuti, i tessuti in organi, gli organi in corpi, ed è la stessa forza che ne determina la disegregazione. Alcuni, tra cui io, per esigenze esplicative la chiamano semplicemente Natura.
Addio papà e grazie, tra le altre cose, per le uscite in barca alle sei del mattino, per avermi accompagnato a scuola con le tue Ritmo scassate, per i “non ti preoccupare, ci penso io”, e scusa se, una volta tanto, a te ci ho pensato io.

Il suo primo caffè

Quello era il suo primo caffè da circa un anno, il suo primo caffè in un bar vero. Sono quelli i piccoli piaceri che attende con ansia chi è stato privato della libertà. Ma lui non si emozionò più di tanto, forse perché lui al suo primo caffè da uomo libero non ci aveva pensato molto, non ne aveva avuto la possibilità, lui non era stato in carcere, era stato in coma. Un anno prima era finito con la moto sotto un camion, in autostrada, stava andando da lei, voleva farle una sorpresa. Gli avevano detto che la sua guarigione era stata un piccolo miracolo, ma lui non aveva da raccontare nessuna esperienza di premorte, nessun tunnel di luce, nessuna visione, in fondo la sua vita era stata sempre abbastanza mediocre, e continuava ad esserlo anche nella straordinarietà. «Ho avuto problemi e non ti ho potuto chiamare», una voce alle sue spalle, era un uomo in giacca e cravatta, con una mano raccoglieva gli spicci che la cassiera aveva lasciato come resto, e con l’altra reggeva il telefono all’orecchio. Il bar era pieno di gente, e di frasi, ma quella in particolare attirò la sua attenzione: la parola “problemi” era una delle sue preferite, la parola “problemi” era il suo passpartout sociale, e sembrava esserlo anche per l’uomo in giacca e cravatta, non c’è di meglio per troncare un discorso, perché la gente è troppo impegnata a contemplare i propri di problemi, per ascoltare quelli degli altri, e se lo fa è solo perché attende il proprio turno per sfogarsi. Ora finalmente lo avrebbe potuto dire senza mentire, effettivamente aveva avuto dei problemi… o forse no, i problemi non li aveva più, lui era vivo, e per giunta aveva risolto per sempre quelli economici, di problemi, infatti sembrava che nell’incidente il camionista avesse torto marcio. I mesi di recupero erano filati lisci e non si era portato dietro nemmeno un graffio. In quegli stessi mesi, qualche volta, aveva pensato alla morte, non fu un pensiero spontaneo, glielo aveva suggerito lo sguardo degli infermieri, che avevano negli occhi come una specie di punto di domanda ogni volta che qualcuno usciva dal coma; quell’esperienza al limite della vita non gli era servita per chiarire la sua idea sulla religione o sull’aldilà, ma nelle settimane di immobilità dopo il risveglio, aveva concluso che tecnicamente alla gente non frega un cazzo se c’è vita dopo la morte, anche perché la risposta è scontata, certo che c’è, ogni microsecondo finiscono migliaia di vite e l’umanità va avanti comunque, la gente vuole sapere se c’è coscienza dopo la morte, che è tutto un altro discorso. Guardò la tazzina e si accorse che il caffè era finito. Si avvicinò alla cassa e indicò il telefono senza fili poggiato tra lo scaffalino delle mentine e il cruciverba della ragazza, ma quella non capì. -Posso fare una telefonata? – Spiegò lui. La tipa annuì lentamente, confusa e un po’ spaventata da quell’uomo dallo sguardo strano e senza telefonino. Lui tirò fuori quel numero dalla tasca, anche se non ne aveva bisogno, aveva immaginato quel momento da quando era uscito dal coma.
-Pronto?
-Chi è? – Domandò lei.
-Sono io. – Rispose lui.
-Ah… senti un po’ chi si fa vivo… dove sei stato tutto questo tempo?
-Ho avuto problemi – Tagliò corto lui.