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Sbatti il cesareo in prima pagina

Buona parte dell’informazione si gioca alla roulette: ogni tanto la pallina cade su un numero, quel numero è una notizia come tante altre, è un fatto che accade ogni giorno da qualche parte, ma chi la racconta, se confeziona bene il prodotto, se sa colpire l’immaginario collettivo, la sensibilità pubblica, ma soprattutto se scommette al momento giusto, allora vince. E tutti cominciano a scommettere su quel numero. Vi ricordate quando l’Italia tremava per il rumeno stupratore? Sembrava che a compiere violenze carnali, in Italia, fossero solo i rumeni. Poi tutto finì, forse con il caso della Caffarella, in cui finirono al gabbio due poveracci che non c’entravano nulla, ovviemente rumeni. L’industria del sapere è come quella del vestiario, campa di mode: provate ad andare in libreria, forse troverete uno scaffale interamente dedicato a testi sui segreti della chiesa, del vaticano, sulle anime nere del cristianesimo, un filone che non ricordavate così fiorente. Ora guardatevi attorno, a destra e poi a sinistra, guardatevi alle spalle, ecco, dietro di voi c’è la montagna dalla quale sono rotolati giù quei sassi: la pila dell’ultimo Dan Brown. Oggi leggo sul Corriere di una donna morta dopo aver messo alla luce tre gemelli. E’ almeno la quarta notizia del genere che leggo dopo il caso di Messina. Poi un giorno, nessuno più ricorderà i casi di malasanità ostetrica, eccetto chi ne conoscerà uno di persona o chi legge i trafiletti di cronaca locale, ma negli ospedali, per negligenza o per disgrazia, mamme e neonati continueranno a morire allo stesso modo. E un altro giorno ancora, ritorneranno per magia in prima pagina, come torneranno gli stupratori rumeni, oh se torneranno! Torneranno i pantaloni a vita alta, le giacche a due bottoni e gli stupratori rumeni.

Attentato alla Bocconi, e a De Andrè

“Con un mano tenera e l’altra armata
così esprimo la mia solidarietà
Guadagnando in ogni battaglia
Una somma di preziosa libertà
2004”
Così comincia il volantino di rivendicazione dell’attentato di questa notte all’università Bocconi di Milano. Parole che potrebbero appartenere a Mauricio Morales, anarchico cileno morto il 22 maggio di quest’anno, mentre si preparava a un attacco con un estintore pieno di polvere nera, lo stesso anarchico che dà il nome al nucleo del Fai (federazione anarchica informale) che ha rivendicato l’attentato con una telefonata al quotidiano “Libero”. Alle 3 del 16 dicembre 2009 sarebbero dovuti esplodere due chili di dinamite, ma l’ordigno era confezionato male, e ad esplodere è stato solo l’innesco. Chiudere i centri di identificazione ed espulsione la richiesta del gruppo. Martedì la stessa sigla aveva rivendicato una lettera esplosiva indirizzata al direttore del Cie di Gorizia. Sull’autenticità della rivendicazione ci sono pochi dubbi, come testimonierebbero alcune scritte a penna in calce al volantino, che descrivono l’ordigno: “scatola di metallo, 4 viti e 8 bulloni”, anche se le notizie ufficiali parlano di un tubo metallico, e non di una scatola, e tra le righe stampate si legge di 2 kg di dinamite, mentre per la Digos i chili di dinamite sarebbero 3, imprecisioni che potrebbero far pensare a un “appalto” nella fabbricazione dell’ordigno. “Operazione eat the reach – Fuoco ai Cie”, questo il nome dell’operazione del Fai; dopo aver citato il De Andrè dell’album “Storia di un impiegato” (“chi non terrorizza si ammala di terrore”) il gruppo descrive di aver scelto un luogo inaspettato, ma dopo tornano a dipingere lo stesso come “avamposto del dominio, dove si formano i nuovi strumenti ed apparati del capitale, dove si affilano le armi che taglieranno la gola agli sfruttati”. L’orario sul quale era stato regolato il timer rassicura sulla volontà di non far scorrere sangue, ma le parole con le quali il gruppo descrive l’università Bocconi sono davvero preoccupanti, il pericolo è che in un’ubriacatura ideologica non si riesca più a distinguere tra i “padroni” e chi con la parte malata della classe dirigente c’entra poco o niente, il pensiero va a episodi come quello dell’undici dicembre settantanove (esattamente trenta anni fa), in cui un commando di Prima Linea irruppe nella scuola d’Amministrazione aziendale di Torino e dopo aver trascinato duecento studenti nell’aula magna, ne scelse a caso cinque da gambizzare insieme ad altrettanti professori. Certo non è più quel tempo, e anche il linguaggio dei rivoluzionari armati è differente, meno “burocratico” e più letterario, e viene voglia di chiedersi a cosa siano serviti i poeti della rivoluzione non violenta se poi le loro parole campeggiano nelle lettere dei nuovi bombaroli. Forse gli autori di questi atti dovrebbero ascoltare davvero De Andrè, prima di citarlo.