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Una grande opportunità – Il Picco (una commedia brutta e inopportuna)

“6 marzo 2020: tra i contagiati cominciano ad essere annoverati personaggi noti e rappresentanti delle istituzioni”

Letto e interpretato da Giorgio Consoli

Una grande opportunità

L’onorevole Walter Corbucci si prepara per la prima volta un tè da solo, nella cucina della sua splendida casa. Indossa giacca e cravatta, ma dalla cintola in giù veste i pantaloni di un pigiama e un paio di ciabatte. Sta parlando al telefono con la sua compagna, le chiede quanto deve far bollire l’acqua. «Devi farti un tè, mica un brodino» ride lei. Poi torna seria e gli chiede come sta.

«Sto bene sto bene, non preoccuparti…»

Un suono elettronico viene da un’altra stanza.

«Ho la conference call, ti devo lasciare».

Walter versa l’acqua bollente nella tazza e la porta con sé davanti al Pc nella stanza adibita a studio.

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il mattone nel parcheggio dell’autogrill

E con quello di Renzi salgono a 3 i partiti che riportano il toponimo “Italia” nel nome.

Un tempo il nome di un partito ricordava l’ideologia di riferimento (liberale, socialista, comunista, repubblicano, monarchico, cristiano…), va be’, dici le ideologie sono morte, ma neanche la fantasia si sente tanto bene però. Eh sì che in politica ci sono molti più esperti di comunicazione rispetto a un tempo, si fanno ricerche, analisi, focus group, quindi ne deduco che i miei connazionali proprio desiderano che gli venga ricordato in che Stato abitano, hai visto mai si confondano con il Canada, La Norvegia, la Nuova Zelanda… ed effettivamente da quando Di Maio ha abolito la povertà il dubbio viene; confondere Tor Bella Monaca con Zurigo è un attimo eh.

Tutti a dirci che il genio italico è svanito, sfumato, dissolto nel vento, il Made in Italy depredato, svenduto, mortificato; eppure abbiamo sotto gli occhi una delle più brillanti trovate imprenditoriali degli ultimi decenni: l’Italia, cioè l’Italia proprio come brand. Il nome di un paese che non vale niente, sommerso dai debiti e dalla monnezza, avvelenato nel corpo e nell’anima, eppure… eppure c’è mezza nazione che pensa che dei disperati di un altro continente mollino gli affetti, affrontino un viaggio disperato, spesso mortale, per cosa? Per venire in Italia… ma quelli non sanno nemmeno dov’è l’italia, che forma ha, se è su un’isola o su una montagna, avranno sentito il nome, quello sì, perché… perché il cibo, mizzica, la storia, li mortacci, l’arte, maremma maiala, la moda, cazzofiga.

Per crederci meglio ce lo siamo raccontati tra di noi, ci siamo venduti a vicenda il mattone nel parcheggio dell’autogrill. Ci abbiamo perfino chiamato tre partiti politici.

Alessandro Manzoni avrà anche regalato la lingua all’Italia, ma è Piero che gli ha insegnato a vendersi, e a campare.

Appunti preliminari per un’antropologia del grillominkismo

Anche se ormai ho abbandonato il commento dell’attualità politica su questo blog, vorrei tuttavia condividere con voi alcune considerazioni, che ho maturato negli ultimi mesi, su quella tipologia italiana che vado a definire come Grillominkia. Il significato di tale termine è abbastanza intuitivo, soprattutto per chi frequenta assiduamente il Web e ne conosce il gergo; la radice Grillo si riferisce a Beppe Grillo, il resto della parola richiama il termine “Bimbominkia”, usato per indicare chi in chat o forum ha un comportamento infantile, che si riflette anche e soprattutto nella forma grafica, caratterizzata da infiniti punti di sospensione e punti esclamativi, uso smodato delle maiuscole, sostituzione delle C con le K anche quando la terza lettera dell’alfabeto non è seguita da una H (il che rende comprensibile la traslitterazione qualora si voglia o si debba risparmiare un carattere), e uno sdoganamento pressoché totale dell’errore grammaticale. Il grillominkia non è il semplice elettore o eletto del Movimento 5 Stelle, non è sufficiente nemmeno la lettura quotidiana del blog di Beppe Grillo; il grillominkia è colui che sbandierando lo slogan “uno vale uno” accetta, più o meno coscientemente, che Grillo, parafrasando Orwell, valga più uno degli altri. Ho individuato alcuni idealtipi del grillominkia, sono ovviamente delle tipologie pure, la personalità di un grillominkia reale si muove all’interno del poligono che possiede i seguenti vertici:

Grillominkia digitale: l’assioma esistenziale di questo grillominkia è che la civiltà non è nata con la parola, col fuoco, la ruota o la moneta, bensì col modem 56k. La sua parola più frequente è “rete”. Tutto ciò che storicamente viene prima della rete è sbagliato, tutto ciò che oggigiorno è esterno alla rete è sbagliato e in più malvagio. Spesso vede dovunque congiure e cospirazioni di carattere planetario (Bilderberg e New World Order). Il suo unico canale di informazione è ovviamente la rete, ma talvolta, o per una carenza di strumenti cognitivi o per deferenza verso il dio rete, non distingue le informazioni dalle bufale (vedi sottocategoria Grillominkia micro-chip)

Grillominkia anti-casta: il delirio di persecuzione di questo grillominkia non è di carattere internazionale ma più modestamente italico. Il grillominkia anti-casta vede una minaccia in chiunque abbia, o abbia avuto, una tessera di partito o sindacale, sia egli effettivamente un corrotto criminale che un misero e impotente cittadino come lui. Questa tipologia attribuisce alla cosiddetta Casta qualsiasi suo fallimento o frustrazione, ma è soprattutto il denaro ad ossessionarlo; per lui eliminando i rimborsi elettorali si risolverebbero i problemi strutturali del nostro Paese. Vuole il reddito di cittadinanza e lo finanzierebbe con i rimborsi elettorali, darebbe internet a banda larga gratis per tutti coprendo i costi con i rimborsi elettorali, eliminerebbe tutte le tasse tanto ci sono i rimborsi elettorali! Pensa che i rimborsi elettorali siano così cospicui che un partito, primo fra tutti il Pd, possa permettersi di pagare degli individui col compito di criticare il M5S anche solo con un tweet. La sottocategoria dei grilliminkia ragionier Filini raccoglie quei soggetti che, partendo dal quadro ossessivo finora descritto, provano sollievo solo nello spulciare, con solerzia notarile, note spesa e rendiconti dei propri eletti. Un tentativo di discussione politica con loro si trasforma sempre in un corso di aggiornamento per commercialisti. Per loro dimostrare che il proprio eletto non ha intascato un solo centesimo in più equivale al risanamento del debito pubblico. La sottocategoria dei grilliminkia No-E (no equitalia, no euro) sogna lo smantellamento dell’attuale sistema economico, non preoccupandosi però, di offrire un progetto sostitutivo fattibile. L’ultima sottocategoria individuata, probabilmente la più numerosa, è quella del grillominkia mangia-partiti: tale soggetto non si accontenta di eliminare i privilegi del sistema partitico, egli è un vero e proprio iconoclasta della forma partito, e infatti non manca mai di ricordare che il M5S è un movimento e non un partito. È una categoria verbalmente aggressiva (seconda solo al grillominkia cripto-fascista), ma è anche quella che maggiormente accusa il colpo quando gli vengono fatte notare le contraddizioni del movimento, quali la mancanza di democrazia interna. Al culmine della rabbia il grillominkia mangia-partiti produce un verso che generalmente segna la fine della diatriba (almeno sul piano della dialettica razionale): “Troll!”.

Di fronte all’evidente monarchizzazione del Movimento, le categorie viste finora superano la dissonanza cognitiva con un trasfert sui mass-media; se Beppe Grillo viene fuori con uno dei suoi proclami da ventennio nero, il grillominkia accusa la stampa e i telegiornali di aver decontesualizzato e manipolato la dichiarazione, anche prima che la stessa venga effettivamente ripresa dai soggetti in questione. Ma vi sono almeno due categorie che promuovono l’autocrazia di Grillo:

Grillominkia cripto-fascista: categoria aggressiva e violenta anche con altri grilliminchia, è dedita all’attività minatoria attraverso commento anonimo, specie se si tocca l’argomento cittadinanza. Attacca gli esponenti politici avversari con appellativi omofobi, razzisti e volgari. Ambisce alla rivolta armata. Cita sempre la guerra civile del momento prefigurando una situazione simile per l’Italia nell’immediato futuro.

Grillominchia mistico: come in tutte le dittature vi è un manipolo, più o meno folto, che sviluppa un’adorazione religiosa nei confronti del leader. I reperti associabili a questa categoria sono quasi completamente contenuti nei commenti al blog, alquanto ripetitivi a dire la verità, come del resto tutte le preghiere: “W Beppe”, “Forza Beppe”, “Grillo sei tutti noi” e via dicendo. Si noti che questi reperti, comprese versioni più articolate, sono sempre avulsi dall’argomento trattato nel post. Per scuotere un grillominkia mistico dalla sua catarsi è necessaria la blasfemia; non argomentazioni inoppugnabili ma solo l’attacco diretto a Beppe Grillo riescono a strapparlo dalla contemplazione, allora il grillominchia mistico può uscire dal tempio del blog e ammonire gli infedeli con frasi del tipo “dovreste solo dire grazie a Grillo”, “Vergogna!” e il celeberrimo “Sveglia” seguito da un numero imprecisato di punti esclamativi.

Ce lo faremo raccontare (replica)

19/7/2011: Dieci anni dal G8 di Genova, dieci anni da un evento che per la mia generazione è stato un rito di passaggio collettivo all’età adulta, uno di quei momenti in cui scopri come un ideale si può pagare sulla pelle, con l’umiliazione, la tortura, anche nella benestante e democratica Europa.  Tutte quelle frasi del tipo “siete giovani potete cambiare il mondo”, ti apparirono ridicole, e ti sentisti ridicolo ad averci creduto un po’. Qui sotto un racconto dedicato a quei giorni, non è autobiografico.

5/7/2011: Ripubblico in occasione della sentenza di terzo grado sui fatti della Diaz, una “sentenza che restituisce dignità” sostiene Carlo Bonini, prendendo in prestito la frase da un testimone di quella terribile notte che ha atteso con lui la sentenza, accogliendola con un pianto di commozione. Più cupo Roberto Saviano: “non posso fare a meno di pensare che una giustizia che arriva dopo 11 anni, comunque, non è giustizia”.

Erano le dieci del mattino del 20 luglio, e anche al quarantunesimo parallelo nord faceva un caldo tropicale; un fuoco invisibile bruciava la pelle e l’aria di Roma. Davide teneva la testa sotto il cuscino, respirava male e sudava, ma almeno le fottute tre parole di Valeria Rossi sembravano meno odiose, smorzate da quella sindone imbottita. Quando ebbe raggiunto il suo primato di apnea, spinse lontano il cuscino, inspirò profondamente e poi strillò a Carmine, il tipo che divideva con lui la camera doppia, di spegnere quella merda. Ovvero la radio. O meglio; lo stereo che faceva girare la cassetta con quel brano registrato dalla radio. Il siciliano non assunse la posizione verticale prima del trentesimo piegamento, dopo aver tonificato a sufficienza pettorali e deltoidi sbilanciò in avanti il bacino, indicò con entrambe le mani l’inguine e con la bocca modulò: “Suca!”. Anche Valentino era a letto, e sudava, in realtà aveva il condizionatore, ma non l’usava mai, quel coso succhiava troppa corrente, e non che gliene fregasse qualcosa della bolletta, tanto quella gliela pagava il padre, anzi tecnicamente la pagava qualcun altro, tipo la segretaria o qualcosa del genere. Non accendeva quel frigorifero senza sportello per non inquinare, per non contribuire all’effetto serra, c’era poco da scherzare, a Kyoto avevano parlato chiaro, e dopo quattro anni stavano ancora parlando, e basta. Fabio guardava affondare i biscotti nel latte, era uno spettacolo ipnotico e in qualche modo macabro; sembravano degli uomini che annegavano e nel frattempo si decomponevano. Quando ne ebbe abbastanza andò in bagno e versò il latte con le membra disciolte degli uomini di grano, in quella tazza più grande fissata al pavimento, e poi tirò lo sciacquone. Tornò in cucina e mise sul fuoco la moka. Da qualche tempo non digeriva più il latte, lo aveva detto alla madre, ma quella continuava a fargli trovare la spremuta di mucca nel pentolino. Non insistette, pensò che per la madre era un modo per pensarlo ancora bambino, e comunque da qualche mese era diventato più paziente col suo unico genitore, forse da quella cosa lì, da quella cosa di Novi Ligure; l’aveva letto sul giornale, quel giornale che si trovava gratis nella metropolitana, l’aveva letto mentre andava all’università, aveva letto del massacro di Erika e Omar, e da quel giorno di febbraio, Fabio, non lesse più il giornale che si trovava gratis nella metropolitana.

Partirono tutti e tre nel primo pomeriggio, con una Fiat Uno che aveva visto tempi migliori, prestata a Davide da uno dei suoi sette coinquilini. Valentino disse che era meglio prendere un treno, che la città sarebbe stata blindata e che quel coso smarmittato inquinava come una pila di pneumatici in fiamme. Davide sosteneva che i treni non sarebbero arrivati prima di notte, e che per una cazzo di volta voleva viaggiare comodo, di treni ne aveva presi fin troppi in vita sua, treni pieni come navi negriere. Fabio non disse nulla, si sedette sul sedile posteriore e basta. Partirono, e la macchina li abbandonò prima ancora dell’autostrada.

Davide girava la chiave, ma il rumore che veniva dal motore era sempre più tenue, Fabio gli chiese di smetterla, gli chiese per pietà di non far rantolare più quel malato terminale. Davide scese dall’auto, fece due passi e poi si sedette a terra, quasi si lasciò cadere, con le spalle in avanti e la faccia incazzata. Valentino si infilò due dita nel calzino: «L’avevo conservata per Genova, ma ormai…». Tirò fuori un briciola di fumo, una storia da diecimila lire, e cominciò a rullare. Fabio chiuse il triangolo sedendosi di fronte gli altri due, e chiese se secondo loro, la zona rossa sarebbe stata violata, chiese quanta gente ci sarebbe stata al corteo di sabato, e quando cominciarono a sparare i primi numeri, la canna era già finita, e la matematica già un’opinione. «Magari le cose cambiano davvero, perché se guardi la storia no, le cose cambiano cazzo, e magari oggi a Genova le cose cambiano, magari sto cazzo di duemila, sto nuovo millennio, comincia oggi a Genova…». Si fomentò Valentino. «E noi ce lo faremo raccontare, come sempre… siamo tre falliti». Aggiunse Davide. Poi scoppiarono a ridere all’unisono, e risero forte, così forte da piangere, e quando ebbero finito non ricordavano più cosa li avesse fatti ridere. Si misero in cammino, in quello sputo cementizio a nord di Roma, alla ricerca di un meccanico, ma trovarono solo un bar; ordinarono un caffè e due aperitivi. C’era un televisore acceso nel locale, sintonizzato su Rai3, un tubo catodico appoggiato sopra il frigorifero delle bibite, che trasmetteva immagini di vetrine rotte, di fumogeni,  di cassonetti rovesciati, di poliziotti coi manganelli, di gente in nero, di gente coperta di sangue. Ma non si capiva nulla, perché non c’era l’audio, le uniche parole diffuse nell’aria erano quelle di una canzone, forse proveniente dalla stanza di una quindicenne che sognava di stare al mare, o dalle casse di un’autoradio testimone di uno scomodo amplesso pomeridiano, ed erano parole che parlavano di Sole Cuore Amore, e di un bacio che non fa parlare…

Davide si laureò in legge nel 2003, abbandonò il sogno di diventare magistrato, ed ora è un bravo tributarista.Valentino, dopo la terza trombatura alle elezioni amministrative, si è ritirato dalla politica e si è convertito allo sperpero del patrimonio di famiglia.Fabio, dopo i fatti del G8 di Genova, cadde in depressione, e dopo l’11 settembre di quel maledetto 2001, smise di frequentare l’università, e nessuno lo vide più.

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Una proposta senza pretese

Egregie Ministre Anna Maria Cancellieri e Paola Severino, Egregio Ministro Corrado Passera

Prima di esporre la mia modesta proposta vi chiedo di visionare questo video da un’inchiesta del Corriere della Sera, qualora non aveste tempo ve lo riassumo io; un ex agente penitenziario, alla sbarra per una serie di reati effettuati con la divisa, ammette davanti alla telecamera come nell’istituto penitenziario in cui prestava servizio, era comune picchiare, spesso senza motivo alcuno, i detenuti, non qualsiasi ospite carcerario però, solo quelli non affiliati a organizzazioni malavitose, a quest’ultimi invece si riservavano tutti i riguardi. In realtà avrei potuto scegliere altri reportage o citare dossier più completi o atti giudiziari, ma ho scelto questa confessione perché mette l’accento su un aspetto che in questo contesto ho intenzione di sottolineare, e che personalmente, scusate l’informalità dell’espressione, mi fa incazzare come una bestia: la questione della videosorveglianza. Come saprete tutte le nostre carceri e tutte le nostre caserme e commissariati sono attrezzati con dispositivi di videosorveglianza, eppure l’autorità giudiziaria in molti spiacevoli casi di cronaca che si sono svolti nei suddetti luoghi, non ha trovato in questo strumento tecnologico alcun aiuto, nonostante l’evidenza di altre prove e l’esito dello stesso iter processuale, la ragione è amaramente prevedibile e ce ne dà conferma l’ex agente del filmato: il controllo è affidato al controllato, il personale che potenzialmente può trasgredire la legge, oltre che le più basilari norme morali, può facilmente occultare le prove documentali, o impedire che queste vengano create (ad esempio spegnendo il sistema o privandolo del supporto di memorizzazione). Prima di andare avanti ci tengo a dire che il buon funzionamento del sistema di videosorveglianza è anche a tutela del personale di pubblica sicurezza; non credo e non voglio credere, come invece fa intendere il succitato ex agente, che la sospensione dei diritti umani sia la norma nei luoghi dove lo Stato si assume momentaneamente la custodia di alcuni suoi membri, che scampoli di macelleria messicana si svolgono giornalmente nelle nostre città, nei nostri quartieri.

Ministro Passera, lei si appresta a varare una serie di riforme nel nostro Paese per modernizzarlo e ridurne il gap tecnologico rispetto ad altri Paesi, alla luce di quanto da me esposto, e che trova in altre ben più autorevoli voci un’analisi più complessa e puntuale, non sarebbe forse il caso di pensare a una regia nazionale, magari ministeriale (e qui mi rivolgo a Voi, Ministre Severino e Cancellieri), dei filmati di sicurezza di carceri e caserme? Ciò sarebbe facilmente realizzabile qualora la banda larga diventasse una realtà nel nostro paese, obbiettivo al centro dell’agenda digitale del governo, ma anche senza di essa sarebbe possibile, attualmente, inviare all’ipotetico centro di archiviazione centrale quantomeno un montaggio automatico (pochi secondi stabiliti per ogni videocamera a successione randomica) in bassa qualità. La registrazione remota prevista da questo sistema non impedirebbe comunque la registrazione locale. Certo non è un metodo infallibile, ma sicuramente è un grosso passo avanti rispetto all’autogestione attuale che rende sostanzialmente inutili i dispositivi di videosorveglianza, se non quando il contenuto video documenta il corretto operato del personale di pubblica sicurezza. “L’Italia riparta da Internet e dalla tecnologia” è uno degli slogan dell’attuale ministero dello Sviluppo Economico, centralizzare la videosorveglianza penitenziaria potrebbe costituire un’opportunità per diverse aziende che operano nel settore dell’information technology, ma personalmente ritengo che non è tanto alla ricchezza economica che un sistema del genere potrebbe dare una mano…

Cordiali saluti.

(Re-bloggate o condividete se vi pare e se lo ritenete opportuno)

Rear view mirror, 2010

Dopo aver pubblicato l‘almanacco dei racconti 2010 di Magari Domani, diciamo i vangeli secondo Barabba (mh… buona, me la devo ricordare…), provo a rievocare l’anno che sta per concludersi attraverso alcune notizie e relativi post da esse ispirati:

Gennaio: A Rosarno, in Calabria, è rivolta fra i migranti, un idiota su un tetto comincia a sparare contro i manifestanti [Articolo 3]. Fa discutere un editoriale del direttore del Tg1 Minzolini su Craxi, “C’è chi gli vuole intitolare una strada…” [la toponomastica spiegata a un bambino di otto anni].  Esce il nuovo film di Paolo Virzì, ed è un gran bel film [La prima cosa bella].

Febbraio: Un’indagine della magistratura rivela il marcio dietro il G8 a L’Aquila [l’esame]. Parlamento, un’ordinaria storia di cazzotti e voti [Il grande giorno di Evangelio Fabiani]. Berlusconi invoca i paladini della libertà in vista delle elezioni regionali di marzo [ci provo col pensiero laterale].

Marzo: disastro organizzativo del centrodestra in vista delle elezioni, rischiano di saltare la lista Formigoni, la lista Polverini e il Pdl per la provincia di Roma [L’autogol]. Dal palco di piazza San Giovanni, durante la manifestazione del Pdl in chiusura di campagna elettorale, Silvio Berlusconi annuncia che entro pochi anni il governo sconfiggerà il cancro [Una volta ho quasi vinto il Nobel per la fisica].

Aprile: indignazione per una dichiarazione del cardinal Bertone che mette sullo stesso piano pedofilia e omosessualità [Malachia e l’Arcigay, e un approfondimento su vaticano e omosessualità]. L’Eurpol fa sapere che il numero di nuove sostanze stupefacenti, sintetizzate per aggirare le tabelle delle sostanze proibite, è raddoppiato rispetto all’anno precedente [I-Buffalo]

Maggio: nuove rivelazioni su Diego Anemone e Bertolaso, la banda delle emergenze, intanto a S. Onofrio (VV) un singolare caso di processione sciolta per infiltrazione mafiosa [Il sangue amaro]. Continua il suo iter parlamentare il Ddl Alfano per la riforma della giustizia, nel testo diverse norme liberticide, tra cui una subito ribattezzata norma anti-d’addario [Arrestate Nanni Loy!, e anche Al capezzale dello stato di diritto – Bis].

Giugno: Marchionne minaccia Pomigliano, ma lui lo chiama referendum [Quinto: onora il padrone, perché egli ti ha dato la vita]. Tonfo della nazionale di calcio ai mondiali in Sudafrica [Le porga la chioma]. Berlusconi si produce in quello che diventerà uno dei suoi hobby preferiti: la telefonata in diretta a Ballarò [La testa nel forno e i piedi nel congelatore]. Un video che gira su internet inchioda l’autore Daniele Luttazzi; buona parte del suo reperterio appartiene ad autori americani [Non leggete questo post e Dagli appunti del dottor B.M. / 9 (il caso Luttazzi)]

Luglio: Vendola lancia la sua candidatura a leader del centro-sinistra [Lo sparigliamento]. Nuovo testo per la riforma della Giustizia, ai blog viene richiesto il diritto di rettifica esattamente come per la stampa [Al capezzale dello stato di diritto – Quater]. Un sindaco della provincia di Treviso dichiara guerra agli omosessuali [I valori]. Caldo eccezionale, Roma invasa dagli scarafaggi [Gli striscianti]

Agosto: Tre operai dello stabilimento Fiat di Melfi vincono una vertenza, ma l’azienda prova a togliergli la dignità [Barozzino, Lamorte e Pignatelli]

Ottobre: La trasmissione televisiva Report manda in onda un servizio sulle dimore del Presidente del Consiglio nel paradiso fiscale di Antigua, intanto viene fatto ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani [Everybody can be “Ministro”]. Visita del Papa a Palermo, maluomori per il denaro pubblico investito per l’evento, e atti di squadrismo nei confronti di chi manifesta il proprio dissenso [Il Papa e la cupola], Breve riepilogo della destra extraparlamentare [la riva nera]. Giro di vite sulla pirateria, chiuso il sito Mulve [Guardie e pirati].

Novembre: Grande attesa per le rivelazioni del sito di Wikileaks [Mail, bugie e Wikileaks]. Nasce Futuro e Libertà, il partito di Gianfranco Fini [Il curioso caso di Gianfranco Button (storia di un partito nato vecchio)].  Giuliano Pisapia, outsider di Sinistra e Libertà, vince le primarie come candidato di coalizione di centro-sinistra a sindaco di Milano [Di ideali e altre quisquilie].

Dicembre: Voto di fiducia per il governo Berlusconi dopo lo strappo di Fini, il governo si salva per tre voti alla Camera. Nel frattempo scontri a Roma tra alcuni facinorosi e la polizia durante una manifestazione contro il governo, arrestati alcuni studenti che poi vengono scarcerati scatenando le ire di Alemanno, Maroni e Alfano [Nevica, governo infame!]. Niente funerali religiosi per Mario Monicelli, la leggenda del cinema italiano suicidatosi a 95 anni, finale amaro di cui non a caso era indiscusso maestro [Addio Mario]

La riva nera

Extraparlamentare. Un tempo era un termine che evocava seminterrati fumosi, ciclostili, impegno viscerale e qualche volta eversione. Oggi, invece, è la condizione di tanti, la trasposizione della precarietà dal lavoro alla politica, vedi un partito dalla nobile storia come Rifondazione, o Sel, dalle cui fila potrebbe venire il prossimo candidato premier per il centrosinistra, e poi i Verdi, i comunisti italiani e sinistra critica, Ferrando e i trotzkisti. Partiti e movimenti di sinistra. E la destra? Contrariamente a quanto si possa pensare al di qua del fiume, le terre del neo-fascismo e dell’estrema destra, non sono di così semplice lettura. Provo a tracciare i capisaldi della relativa geografia. Il partito più “continentale” è “la Destra” di Francesco Storace, ex presidente della regione Lazio, condannato lo scorso 5 maggio a un anno e sei mesi relativamente all’inchiesta nota come “Laziogate”. La Destra nasce come corrente di Alleanza Nazionale (D-Destra), da cui si staccò definitivamente nel 2007. Simbolo una mano che regge una fiaccola, sullo sfondo un tricolore sventolante. L’articolo 1 dello statuto de La Destra dipinge un partito tutto Dio Patria e Famiglia, e relativamente al rapporto col fascismo, Storace ha più volte definito il suo partito come non-nostalgico ma non-antifascista. Nelle fallimentari elezioni politiche del 2008, La Destra si è presentata in coalizione con Fiamma Tricolore, nome completo Movimento Sociale-Fiamma Tricolore, partito di ben più antica fondazione, 1995, su spinta di Pino Rauti e di altri missini contrari alla svolta di Fiuggi. Lo stesso Rauti uscirà da Fiamma per fondare nel 2004 Movimento Idea Sociale, misero partitino da un decimo di punto percentuale, cosa che fece abbandonare al partito i suoi intenti indipendentisti per tentare l’alleanza con i giganti di centrodestra della Casa delle Libertà, nel 2006, alleanza che naufragò per l’impresentabilità di alcuni candidati, Rauti si accontenterà poi di apparentarsi con Forza Nuova. Ma torniamo a Fiamma Tricolore, attuale segretario è Luca Romagnoli, un soggetto che nel 2006, ai microfoni di Sky Tg 24, dichiarò di non conoscere prove certe sull’esistenza delle camere a gas naziste. Fiamma Tricolore è un partito nazionalista che nel suo statuto si prefigge di costituire uno “Stato Nazionale del Lavoro” attraverso l’alternativa corporativa, il riferimento è all’istituto fascista del corporativismo, codificato nella Carta del Lavoro del 1927. Ora possiamo tornare a Pino Rauti e ai suoi nuovi amici, quelli di Forza Nuova, una storia di amore e odio, cominciata anni prima quando i due fondatori di FN, Roberto Fiore (segretario ininterrottamente dal 97) e Massimo Morsello, furono accompagnati alla porta di Fiamma Tricolore proprio da Rauti, a indispettire il camerata Rauti sembra fu il consenso che i due riscuotevano fra i giovani del partito, ma evidentemente i tre avevano varie cose in comune, come la militanza nell’eversione nera, infatti Roberto Fiore fu uno dei fondatori di Terza Posizione e per questo arrestato a Londra negli anni 80 niente meno che da Scotland Yard, mentre Massimo Morsello, morto sempre a Londra nel 2001, militò nei Nar, i nuclei armati rivoluzionari, quelli di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, accusati tra i vari omicidi anche della strage della stazione di Bologna, mentre nonno Rauti poteva vantare un arresto nel 51 per la partecipazione ai Fasci di Azione Rivoluzionaria. Anche Forza Nuova propugna il corporativismo, e a differenza degli altri partiti fin qui citati, è dichiaratamente antieuropeo, e la cosa curiosa che l’unico seggio che Fn vanti lo ha ottenuto proprio alle elezioni europee del 2004. Il programma di Forza Nuova è sintetizzato in otto punti, fra cui l’abrogazione della legge sull’aborto, e il ripristino in toto del Concordato del 29, cancellando di fatto il laicismo dello stato italiano. Negli anni Forza Nuova ha saputo costruirsi un certa fama, superiore al suo reale consenso, grazie a quello che, con una perifrasi di moda, viene descritto come “radicamento nel territorio”, oggi però deve guardarsi da Casa Pound, un movimento che non nasce da costole di partito, ma dalla strada, esattamente da via Napoleone III a Roma, sede dell’originale Casa Pound, centro sociale occupato. La novità di Casa Pound è la sua propensione e abilità nella comunicazione, a partire da Gianluca Iannone, leader del movimento nonchè front-man del gruppo rock ZetaZeroAlfa, alle azioni di “squadrismo mediatico”, atte ad attirare l’attenzione delle televisioni, come l’assalto alla bolla del Grande Fratello nel 2008, all’attribuzione abusiva di personalità artistiche come quella di Rino Gaetano nonché dello stesso Ezra Pound (nella foto), il poeta americano richiamato nel nome, “omaggio” che la figlia del poeta, Mary de Rachewiltz, non ha affatto gradito. Ma al di là della mitologia fascista più volte richiamata, come nel caso dell’Autarchia questa volta chiesta a livello europeo, l’impegno politico e sociale di Casa Pound spesso lambisce argomenti propri della sinistra, proposte di CP sono quelle di un mutuo sociale per la casa, nazionalizzazione delle banche, riduzione degli orari di lavoro settimanali a trenta ore, Rca statale, e altre svariate proposte tra cui spiccano però, altre di più chiara sfumatura cromatica, come il blocco dell’immigrazione, e regole per favorire i lavoratori italiani rispetto a quelli stranieri. Simbolo del movimento, e dal 2008 del relativo partito, una tartaruga con carapace ottogonale.
In questo breve escursus ho tralasciato svariati corpuscoli vaganti nell’aree di estrema destra, come il Movimento Fascismo e Libertà, l’Azione Sociale di Alessandra Mussolini (disciolto nel 2009), il Fronte Sociale Nazionale (sciolto nel 2008), Area Destra, e altri.

Ce lo faremo raccontare

Erano le dieci del mattino del 20 luglio, e anche al quarantunesimo parallelo nord faceva un caldo tropicale; un fuoco invisibile bruciava la pelle e l’aria di Roma. Davide teneva la testa sotto il cuscino, respirava male e sudava, ma almeno le fottute tre parole di Valeria Rossi sembravano meno odiose, smorzate da quella sindone imbottita. Quando ebbe raggiunto il suo primato di apnea, spinse lontano il cuscino, inspirò profondamente e poi strillò a Carmine, il tipo che divideva con lui la camera doppia, di spegnere quella merda. Ovvero la radio. O meglio; lo stereo che faceva girare la cassetta con quel brano registrato dalla radio. Il siciliano non assunse la posizione verticale prima del trentesimo piegamento, dopo aver tonificato a sufficienza pettorali e deltoidi sbilanciò in avanti il bacino, indicò con entrambe le mani l’inguine e con la bocca modulò: “Suca!”. Anche Valentino era a letto, e sudava, in realtà aveva il condizionatore, ma non l’usava mai, quel coso succhiava troppa corrente, e non che gliene fregasse qualcosa della bolletta, tanto quella gliela pagava il padre, anzi tecnicamente la pagava qualcun altro, tipo la segretaria o qualcosa del genere. Non accendeva quel frigorifero senza sportello per non inquinare, per non contribuire all’effetto serra, c’era poco da scherzare, a Kyoto avevano parlato chiaro, e dopo quattro anni stavano ancora parlando, e basta. Fabio guardava affondare i biscotti nel latte, era uno spettacolo ipnotico e in qualche modo macabro; sembravano degli uomini che annegavano e nel frattempo si decomponevano. Quando ne ebbe abbastanza andò in bagno e versò il latte con le membra disciolte degli uomini di grano, in quella tazza più grande fissata al pavimento, e poi tirò lo sciacquone. Tornò in cucina e mise sul fuoco la moka. Da qualche tempo non digeriva più il latte, lo aveva detto alla madre, ma quella continuava a fargli trovare la spremuta di mucca nel pentolino. Non insistette, pensò che per la madre era un modo per pensarlo ancora bambino, e comunque da qualche mese era diventato più paziente col suo unico genitore, forse da quella cosa lì, da quella cosa di Novi Ligure; l’aveva letto sul giornale, quel giornale che si trovava gratis nella metropolitana, l’aveva letto mentre andava all’università, aveva letto del massacro di Erika e Omar, e da quel giorno di febbraio, Fabio, non lesse più il giornale che si trovava gratis nella metropolitana.

Partirono tutti e tre nel primo pomeriggio, con una Fiat Uno che aveva visto tempi migliori, prestata a Davide da uno dei suoi sette coinquilini. Valentino disse che era meglio prendere un treno, che la città sarebbe stata blindata e che quel coso smarmittato inquinava come una pila di pneumatici in fiamme. Davide sosteneva che i treni non sarebbero arrivati prima di notte, e che per una cazzo di volta voleva viaggiare comodo, di treni ne aveva presi fin troppi in vita sua, treni pieni come navi negriere. Fabio non disse nulla, si sedette sul sedile posteriore e basta. Partirono, e la macchina li abbandonò prima ancora dell’autostrada.

Davide girava la chiave, ma il rumore che veniva dal motore era sempre più tenue, Fabio gli chiese di smetterla, gli chiese per pietà di non far rantolare più quel malato terminale. Davide scese dall’auto, fece due passi e poi si sedette a terra, quasi si lasciò cadere, con le spalle in avanti e la faccia incazzata. Valentino si infilò due dita nel calzino: «L’avevo conservata per Genova, ma ormai…». Tirò fuori un briciola di fumo, una storia da diecimila lire, e cominciò a rullare. Fabio chiuse il triangolo sedendosi di fronte gli altri due, e chiese se secondo loro, la zona rossa sarebbe stata violata, chiese quanta gente ci sarebbe stata al corteo di sabato, e quando cominciarono a sparare i primi numeri, la canna era già finita, e la matematica già un’opinione. «Magari le cose cambiano davvero, perché se guardi la storia no, le cose cambiano cazzo, e magari oggi a Genova le cose cambiano, magari sto cazzo di duemila, sto nuovo millennio, comincia oggi a Genova…». Si fomentò Valentino. «E noi ce lo faremo raccontare, come sempre… siamo tre falliti». Aggiunse Davide. Poi scoppiarono a ridere all’unisono, e risero forte, così forte da piangere, e quando ebbero finito non ricordavano più cosa li avesse fatti ridere. Si misero in cammino, in quello sputo cementizio a nord di Roma, alla ricerca di un meccanico, ma trovarono solo un bar; ordinarono un caffè e due aperitivi. C’era un televisore acceso nel locale, sintonizzato su Rai3, un tubo catodico appoggiato sopra il frigorifero delle bibite, che trasmetteva immagini di vetrine rotte, di fumogeni,  di cassonetti rovesciati, di poliziotti coi manganelli, di gente in nero, di gente coperta di sangue. Ma non si capiva nulla, perché non c’era l’audio, le uniche parole diffuse nell’aria erano quelle di una canzone, forse proveniente dalla stanza di una quindicenne che sognava di stare al mare, o dalle casse di un’autoradio testimone di uno scomodo amplesso pomeridiano, ed erano parole che parlavano di Sole Cuore Amore, e di un bacio che non fa parlare…

Davide si laureò in legge nel 2003, abbandonò il sogno di diventare magistrato, ed ora è un bravo tributarista.Valentino, dopo la terza trombatura alle elezioni amministrative, si è ritirato dalla politica e si è convertito allo sperpero del patrimonio di famiglia.Fabio, dopo i fatti del G8 di Genova, cadde in depressione, e dopo l’11 settembre di quel maledetto 2001, smise di frequentare l’università, e nessuno lo vide più.

La toponomastica spiegata a un bambino di otto anni

Il bambino percorreva quella strada quasi ogni giorno, era la strada che da scuola lo portava a casa; non ci mise molto a individuare la novità.
-Signore Signore…
Disse il bambino, richiamando l’attenzione di un uomo vestito come il suo papà: giacca, cravatta e scarpe marroni.
-Chi era quello?
E il bambino, che era un bambino intelligente e curioso, indicò una targa, e sulla targa c’era scritto “Via Bettino Craxi”.
-Era un ladro.
Disse l’uomo in giacca e cravatta.
-E perché gli hanno dato una strada?
Chiese il bambino.
-Perché era il più bravo di tutti.
Rispose l’uomo.
-Perché rubava ai ricchi per dare ai poveri?
-Non proprio…
Il bambino non capì, ma fece finta del contrario. Poi quasi cadde per uno schiaffo in piena faccia.
-Ora dammi gli spicci che hai in tasca.
Il bambino, piangendo, e già col moccio che gocciolava dal naso come da un rubinetto rotto, disse che aveva solo due caramelle e una gomma da masticare, e l’uomo in giacca e cravatta rispose che andavano bene lo stesso.
Da quel giorno il bambino capì che un criminale è un criminale anche se porta la giacca e la cravatta. O se gli dedicano una via.

Ho un sogno; una politica “contro” la Famiglia

Qualche giorno fa vado in banca per fare un favore a un amico; fatto quello che dovevo fare chiedo all’impiegato se presso il loro istituto era possibile fare versamenti attraverso sportello Atm, l’impiegato, che aveva grosso modo la mia età, fa finta di niente, allora io insisto, lui tergiversa, pongo nuovamente la domanda e lui mi guarda terrorizzato come se avessi chiesto di mettere tutto il contante in una busta e dopo di sdraiarsi a terra con le mani dietro la nuca, a questo punto sono stato io a far finta di niente. Oggi vado a farmi un paio di occhiali nuovi, scelgo un grosso centro aperto da poco ma che gode già di una certa fama, scelgo la montatura, poi do alla ragazza col camice bianco i miei vecchi occhiali per prenderne la gradazione. La ragazza smanetta un po’ con un macchinario e poi urla a un signore di mezza età dall’altra parte del negozio: “Ah pà, qua me dice 0,93”, e l’interpellato risponde: “Ao ma che non l’hai capito ancora che i gradi sò a murtipli de cinque?”. Vi ricordate il libro “La Casta” e tutta la polemica che generò? Era focalizzata sui privilegi della classe politica, ma il libro descriveva anche altre anomalie come le provincie, e la settarietà di alcune categorie professionali (ad esempio notai, avvocati e giornalisti), che si passano di padre in figlio il mestiere come un qualsiasi bene immobile. E se è ormai ritenuto naturale piazzare i propri figli e nipoti nel settore pubblico, figuriamoci se non lo è nel settore privato. Che bella cosa la Famiglia, mette daccordo tutti, Stato e anti-Stato, infatti è anche la parola più nota legata al gergo mafioso. E poi è un brano del jukebox politico che non passa mai di moda, nessun avversario è così folle da criticare uno slogan sulla Famiglia*. Anche se io non ho mai capito perché il dramma di una famiglia di quattro persone che muore di fame, debba avere la priorità sul dramma di quattro single, senza famiglia, che muoiono di fame. In questi giorni ho sentito dire che il sistema Italia sta resistendo alla crisi grazie al suo più importante ammortizzatore sociale, appunto, la famiglia. Bene. Ma quanto è giusta e conveniente questa situazione? Quanto il sistema Italia è stato frenato nella sua crescita, precedentemente, da questa istituzione? Perché, si badi bene, la famiglia in Italia, non è soltanto il luogo di formazione affettiva e sostentamento, ma è la fornace di un fenomeno che in sociologia è detto familismo amorale, un fenomeno per il quale le categorie di bene e male sono percepite ed elaborate relativamente agli interessi del proprio nucleo familiare, e non della collettività, anzi spesso in contapposizione con le regole sociali pubbliche. Tale concetto è stato elaborato da Edward Banfield dopo uno studio di una comunità, guarda un po’, in Italia.

* L’ipocrisia e la demagogia sul tema della famiglia in politica è ben descritta nel film, pur non eccellente, di Umberto Carteni “Diverso da chi?”

Videocracy – Basta apparire

Avevo un po’ di timore ad andare a vedere questo film, in quanto la censura riservata dalla televisione italiana al trailer mi ricordava il caso di Shooting Silvio, film di Berardo Carboni che era stato cancellato dal palinsesto Sky direttamente per volere dell’imperatore; un film che nasce sotto questa stella non può che far nascere immense aspettative in chi si appresta a vederlo, se poi la pellicola è mediocre (e dire mediocre, credetemi, è un eufemismo) l’effetto delusione rischia di moltiplicarsi all’ennesima. Ma a differenza di Shooting Silvio, Videocracy sa il fatto suo, certo non sarà studiato nelle scuole di cinema e di giornalismo come esempio di documentario perfetto, ma non gli si possono nascondere alcuni meriti; l’incipit è notevole, con le immagini di repertorio di un’infima trasmissione locale trasmessa dal retro di un bar, un colpo grosso ante litteram che aveva fatto infuriare i padroni della zona in quanto, per colpa di quella trasmissione, gli operai arrivavano in fabbrica un po’ sbattuti, da quel miraggio del paleolitico catodico, in un montaggio serrato di volti televisivi, ma soprattutto di natiche e seni, si giunge al giorno d’oggi, col padrone delle televisioni del Paese che è diventato anche il padrone del Paese stesso. La descrizione dell’inquinamento del senso di realtà e dei sogni, ad opera del cancro televisivo, è affidato al racconto di pochi personaggi, evidentemente inconsci dell’ottica e delle intenzioni dell’autore; come Riccardo, ragazzo che vive il sogno di apparire in tv come un diritto irrununciabile, o Lele Mora, che ammette candidamente di essere amico di Berlusconi e “mussoliniano”, o Fabrizio Corona, al quale forse, Erik Gandini attribuisce più rilevanza mediatica di quanto ne abbia realmente il personaggio. Il bisturi incide, ma non va fino in fondo; l’autore, nella seconda parte del documentario, rinuncia allo studio analitico e si arrende al ritratto del tragicomico.

Ma ora veniamo alla cronaca; nel film Berlusconi ha un ruolo secondario, non si parla quasi mai di lui in veste di politico, ai suoi guai giudiziari si accenna di sfuggita, quello che interessa a Gandini è scattare una polaroid a uno dei più potenti mostri mediatici attualmente in vita, e forse è questo ad aver irritato maggiormente il diretto interessato, non le critiche in sè, ogni giorno se ne leggono di peggiori, ma la lingua con la quale le critiche sono comunicate, la stessa lingua che lo ha reso quello che è. Interessante è l’opinione di un regista Mediaset, che descrive la rete come la proiezione materiale del mondo interiore di Berlusconi, fatto solo di effimero, canzonette e donne nude.

Ultime righe per concedermi una considerazione personale: nel film si parla di rivoluzione culturale ad opera della televisione commerciale, “rivoluzione” è un termine che indica un cambiamento repentino, non esprime un giudizio di valore sul cambiamento stesso. Alcuni amici che hanno visto questo film, me lo hanno descritto come desolante e deprimente, relativamente all’immagine che dà del livello culturale raggiunto dal popolo italiano. Loro probabilmente non avrebbero avuto dubbi nell’usare il termine “involuzione”. O sicuramente non avrebbero usato “evoluzione”. Io non lo so se l’Italia è peggiorata o migliorata con l’avvento della televisione commerciale, nell’82 ero troppo piccolo, non saprei dirlo con certezza ma temo che me la facessi ancora addosso, però ho un’impressione, ed è quella che gli italiani si stiano sempre più polarizzando; un tempo si diceva che i ricchi diventano sempre più ricchi ei poveri sempre più poveri, ed è ancora così, e purtroppo succede anche che chi è informato è sempre più informato e gli ignoranti sempre più ignoranti.

Siamo tutti Ivanone

Questa notte ho sognato che ero su un molo, con un mare leggermente increspato, guardavo con un binocolo l’orizzonte, e riuscivo a vedere il profilo di qualcosa, forse un isola, forse una costruzione in mezzo al mare, come una piattaforma petrolifera, all’improvviso qualcuno, dalla spiaggia accanto al molo, mi urla di fuggire, mi guardo intorno e scopro il perché; vedo arrivare un motoscafo della guardia costiera, il mio pensiero in quel momento è “pensano che io sia straniero”, la barca accosta il molo, io la guardo e il mio sguardo “spinge” la barca giù, affondandola, con i due pubblici ufficiali che vengono risucchiati dal fondo in una postura assurda, tipo omini della Lego. Ora le voci dalla spiaggia sono molte, e mi urlano che sono un assassino. Io scappo, trovo riparo in una stradina buia e sento le sirene delle pantere circondare l’isolato. E io penso che se solo riuscissi a far capire che non sono straniero sarei salvo, ma mentre lo penso sento la mia voce parlare un italiano ridicolo, come la parlata di Oreste Lionello che doppia Peter Sellers in “Hollywood Party”. Appena sveglio ho pensato al sogno e mi è venuta in mente questa notizia, ascoltata la notte prima nella rassegna stampa notturna; ero troppo stanco per elaborare una considerazione in merito, l’ho appresa come farebbe un computer. Ma il mio inconscio era probabilmente meno stanco.

Nel finale del bellissimo “Ovosodo” di Virzì, il protagonista elenca tutti i personaggi alla fine della storia, compreso il fratello ritardato Ivanone, ed esattamente dice di lui (recito a memoria quindi potrei essere impreciso): “Ora mio fratello passa le giornate in via Garibaldi con i suoi amici africani, nessuno sa in che lingua si parlino, ma forse mio fratello non è mai stato malato, era semplicemente straniero”. Quello che intendo è che non c’è bisogno di scomodare Camus per capire che la condizione di straniero non è una condizione solo geografica. Tutti nella vita siamo stati stranieri; e lo siamo quando cominciamo un nuovo lavoro, quando finisce una relazione, quando perdiamo un amico, quando scopriamo di avere il conto in rosso, quando scopriamo di avere una malattia, quando ci fanno una multa, quando cambiamo quartiere, quando non ci sentiamo rappresentati, quando ci rubano in casa, quando dobbiamo lavorare di domenica, quando non abbiamo lavoro, quando facciamo cilecca, quando ci mandano a cacare, quando finisce la carta igienica, quando si rompono gli occhiali, quando nessuno ci ascolta, quando siamo incompresi, quando siamo soli.

Siamo tutti Ivanone. Anche Maroni.

I giovani non esistono

Stamane pensavo a Giorgia Meloni (la mattina c’ho i pensieri random), ministro della Gioventù… ma un tempo non si chiamava ministero delle politiche giovanili? Sto “Gioventù” mi apre un portale spaziotemporale nella testa e mi rivedo ai giochi della gioventù, e cosa che non mi spiego mi vedo con la divisa da balilla (io sono del 79), e altra cosa che non mi spiego è che la Meloni mi è simpatica, mi sarebbe piaciuto averla come compagna di liceo, per farci gli occhi neri ogni volta che si sarebbe parlato di politica, praticamente sempre. Ma soprattutto stamattina mi sono chiesto a che cazzo serve un Ministero della Gioventù? Per caso esiste un Ministero della terza età o uno dell’età di mezzo? Chi ha inventato questo dicastero mi spieghi cosa hanno in comune: un hacker, un terzino della Pescatori Ostia, un militante politico, uno che ha l’ambizione di finire su canale 5, uno che desidera diventare medico, uno a cui hanno insegnato a non avere ambizioni, uno che lavora da quando ha tredici anni, uno che non lavorerà mai perché è figlio di papà, uno che il padre non l’ha mai conosciuto e uno che avrebbe preferito non averlo conosciuto mai, uno che la madre è l’unica donna della sua vita e uno che la venderebbe per tremila lire a un nano [cit.], uno per cui esiste solo il Milan, uno che studia per il concorso in polizia, uno che va bene a scuola senza studiare e uno che anche se studia come un mulo proprio non ce la fa, uno che comincia a perdere i capelli, uno che passa le giornate in palestra, uno che si siede all’ultimo banco, uno che risparmia per comprarsi la moto, uno che ruba, uno che fa volontariato, uno che picchia gli immigrati e uno che picchierebbe chi picchia gli immigrati ma non ha il fisico, uno che conosce a memoria i film di Nanni Moretti e uno che pensa sia il signore coi baffi sulla birra, uno che si ammazza di seghe su youporn, uno che si tromba le sorelle degli amici, uno che c’ha una sorella e un sacco di amici, uno che scrive su un blog, uno che non sa scrivere, uno che vuole andare a New York, uno che ha paura dell’aereo anche se non ha mai volato, uno che c’ha lo zio onorevole, uno che c’ha lo zio col tumore, uno che per l’ultimo Nokia si venderebbe un rene, uno che il telefonino ce l’ha ma l’ultima volta che ha squillato è stato un anno fa (avevano sbagliato), uno che fotografa tutto, uno che spacherebbe tutto, uno che è stanco senza aver fatto nulla, uno che pippa, uno che quando ha provato a fumare una sigaretta ha vomitato, uno che pesa cento chili, uno che è alto un metro e un cazzo, uno che è sempre in lista per entrare nei locali giusti, uno che va a letto presto, uno.
Ecco, mi spieghi quel genio cosa hanno in comune. Ovviamente non vale rispondere l’età.
L’unico Ministro della Gioventù credibile sarà quello che dirà che i giovani non esistono.

Questo post è dedicato a tutti quelli che sono, ed erano, vecchi da ragazzi e bambini da adulti. A me e ad Enzo Jannacci.

Lavanderia Lazio

C’è un articolo di questo blog particolarmente cliccato; Idiots Network, un articolo in cui censivo su Facebook le allusioni a vari criminali organizzati. I contatti arrivano principalmente dalle ricerche su Google e Liquida di due nomi: Franco Giuseppucci e Maurizio Abbatino, due boss della banda della Magliana. Per chi ha letto il capolavoro di De Cataldo, oppure visto il film di Placido o la serie televisiva di Solimma, Giuseppucci ha ispirato il personaggio di Libanese (in realtà soprannominato “Er Fornaretto” e “Er Negro”) e Abbatino il Freddo. Strana storia quella della Banda della Magliana; ma non mi riferisco tanto all’epopea criminale, bensì alla percezione di quel periodo storico da parte dei romani. Non poche volte ho sentito dire da qualcuno “quello è figlio di…”, “nipote a…”, se non addirittura ammettere dirette parentele o amicizie, a volte con un po’ di imbarazzo, altre con una punta di stupido orgoglio. Ma soprattutto mi è capitato di ascoltare la “spiegazione” di ricchezze materiali (quali ville, appartamenti e anche carriere) come eredità di quei soggetti oggi visti come membri di un’aristocrazia decaduta, per le strade e nei tribunali, ma non in banca e negli studi notarili. Certamente gioca a livello socio-psicologico il fatto che i crimini della Magliana sembrano lontani nel tempo, relegati a un’Italia che fu, in cui si sbranava per non essere sbranati. Ma è davvero finita quella Roma?

Liberainformazione, osservatorio sulle mafie e organo dell’Associazione Libera (la stessa che si adopera per riqualificare i beni confiscati alle mafie), è convinta di no. Anzi forse più che mai, oggi il Lazio è il crocevia per ogni genere di traffico e un’enorme lavanderia di denaro sporco. Il Dossier di Liberainformazione non inventa niente; tutti i dati riportati sono dati ufficiali raccolti dalla Dda e dalla Dna, alla faccia del negazionismo politico che cerca di vendere Roma come una “città sotto controllo” (espressione usata dal prefetto Achille Serra), in cui magari c’è un problema di microcriminalità, ma non di criminalità organizzata. La premiata Lavanderia Lazio comincia a Latina, provincia confinante col casertano, sia a livello territoriale che criminale. Ma a Latina non fanno affari solo i casalesi (Mendico, Moccia, Di Maio), ma si può parlare di un vero meltin’pot fra ndrine (Alvaro, Galati, Ienco, Tassone) e mafie esteuropee. Il segno più evidente dell’infiltrazione criminale a Latina è la miracolosa moltiplicazione del cemento, un’edificazione selvaggia in barba a un piano edilizio discusso ma mai varato, un’edificazione non supportata da una reale domanda, e così campeggiano nella città voluta da Mussolini, palazzoni a dieci piani (che forse sarebbero piaciuti allo stesso) completamente sfitti. Ma se nel Basso Lazio (oltre a Latina e provincia, anche Frosinone e soprattutto Cassino) la penetrazione criminosa è un fatto compiuto, la parte settentrionale della Regione non è da meno, l’inchiesta Cobra del 2002 ha mostrato come i fratelli Rinzivillo (legati ai Madonia), avessero tessuto una trama di rapporti con imprenditoria e istituzioni per controllare l’appalto del porto di Civitavecchia. Inoltre Rieti e Viterbo si stanno trasformando in terreno fertile per i “gemelli ammazza economia”; Racket e Usura. La regione Lazio è al secondo posto per quanto riguarda l’usura, col 28,7% di commercianti indebitati, del resto anche ai tempi della Magliana l’usura era uno degli affari preferiti, ottimizzata dall’attività di Enrico Nicoletti (“Il secco” nei film e nel libro sulla Banda). Ma veniamo alla grande centrifuga della Quinta Mafia: Roma. A Roma tutti i capitali del crimine laziale e molti capitali delle altre organizzazioni diventano alberghi, ristoranti, autosaloni, finanziarie, negozi di abbigliamento e grande distribuzione, sale giochi (videopoker ecc.), supermercati, centri commerciali, outlet, catene e discount. Al secondo e al terzo lavaggio, i capitali riciclati sono praticamente impossibili da individuare, e soprattutto da dimostrare in sede giudiziaria.

Chiunque voglia approfondire l’argomento può leggere il Dossier Lazio “Mafie&Cicoria” a cura di Alessio Magro, Gabriella Valentini e Adele Conte.

dossier_lazio

P.s. Per conoscere tutte le attività dell’Associazione Libera cliccate qui o andate sul sito http://www.libera.it. Per donare il 5×1000 a Libera inserite nel riquadro indicato come “Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale…” del Cud o 730, il codice fiscale di Libera. Associazioni nomi e numeri contro le mafie 97116440583

Idiots Network

Il 4 marzo è apparso sul sito di Repubblica un articolo in cui si raccontava che Nino Randisi, giornalista impegnato da anni nella lotta contro la mafia, era stato cancellato da Facebook. E Randisi Facebook non lo utilizza per cazzegiare con gli amici… il timore espresso dallo stesso Randisi era che l’account fosse stato cancellato su “richiesta” di qualche altro utente, ad ogni modo il profilo è stato ripristinato con tanto di scuse e spiegazione: Randisi era stato cancellato da un sistema automatico che individua flussi anomali di traffico, relativamente al numero di messaggi inviati, testi, foto e video caricati. Le condizioni d’uso di Facebook sono molto più rigide di quanto si pensi, riporto qualche divieto:

-caricare, pubblicare, trasmettere, condividere, memorizzare o rendere disponibili in altro modo video di natura differente da quella personale che: (i) rappresentano te o i tuoi amici, (ii) siano stati realizzati da te o da tuoi amici, oppure (iii) siano opere d’arte originali o animazioni create da te o da tuoi amici;

Quindi bando a quasi tutti i video di YouTube, cioè il 90%  dei video caricati sul social network

-registrare più di un account utente, aprire un account per conto di un altra persona o aprire un account per conto di un gruppo o di un’entità;

Questa regola è palesemente contraria alla consuetudine, chi conosce Facebook sa che è piena di qualsiasi tipo di gruppo, e di pagine aperte in “omaggio” ad alcuni personaggi, noti e non.

-impersonificare qualsiasi persona o entità oppure fornire informazioni false sulla tua identità, sulla tua età o sui tuoi legami con qualsiasi persona o entità;

E qui faccio i nomi; innanzitutto mi autodenuncio, in quanto iscritto con uno pseudonimo… poi denuncio tutte quelle tardone che si sono palesemente tolte gli anni per vanità, quelli che hanno aperto delle pagine col nome “Nutella” senza aver alcun legame con la Ferrero, una tipa che si è iscritta col nome Parmigiana… Ma a parte gli scherzi il caso Randisi mi ha fatto pensare a tutte quelle pagine che citano apertamente riferimenti al mondo criminale (che sarebbe poi vietato da una specifica condizione d’uso), è una storia già raccontata, anche dallo stesso Randisi, ma mi sono permesso di fare una piccola ricerca personale, cercando ad esempio alcuni dei nomi inseriti nell’elenco dei 30 ricercati più pericolosi d’Italia stilata dal Ministero degli Interni, e altri nomi del “settore”. Succede su Facebook alle 2 di notte del 7 marzo 2009 che:

Matteo Messina Denaro, super latitante di cosa nostra, conta: 2 iscrizioni come Personaggio Pubblico, rispettivamente con 39 e 11 fan, 2 gruppi indicizzati come Fan club, 2 gruppi catalogati rispettivamente come organizzazione no profit e organizzazione professionale, 2 persone iscritte con foto del boss. Toto Riina, penso non abbia bisogno di presentazioni: 1 presenza come personaggio noto – Artista, 164 fan, 1 gruppo iscritto come Club con 149 membri, 1 Fan club, e molte, ma molte altre pagine. Bernardo Provenzano, arrestato nel 2006 dopo 40 anni di latitanza: 3 presenze come personaggio pubblico rispettivamente con 99, 54 e 18 fan, 3 fan club e diverse pagine associate. ‘Ndrangheta: 2 iscrizioni come organizzazione, con 44 e 40 membri, 1 fan club. Francesco Schiavone, il più noto esponente dei casalesi: presente come personaggio pubblico, 75 fan. Michele Zagaria, altro casalese, latitante: presente come personaggio pubblico con 10 fan. Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, attualmente in carcere: 2 presenze come Personaggio pubblico, uno con 52 fan, l’altro con 16, un gruppo “Raffaele Cutolo Libero!” con 70 membri. Giovanni Strangio, membro della ‘ndrangheta: 1 gruppo iscritto nella categoria Affari-Aziende. Sacra Corona Unita, nota anche come la quarta mafia: 1 gruppo con 101 iscritti, 1 persona iscritta. Banda della Magliana: Gruppo iscritto come Affari – Aziende, 1.121 membri. Franco Giuseppucci, detto Er Negro, primo e spietato boss della Banda della Magliana: presente come personaggio pubblico con 290 fan. Maurizio Abbatino, altro capo della Magliana: 2 presenze come Personaggio pubblico, con un totale di 137 fan. Raffaele Arzu, giovane criminale sardo, latitante: 1 gruppo descritto come organizzazione di volontariato, più, probabilmente, un altro gruppo “Raffaele Arzu Libero!” non direttamente collegabile al criminale per mancanza di foto.

Aggiungo in appendice un “simpatico” gruppo dal titolo “Tutti contro Saviano” che riporta nelle notizie recenti la frase “Fa bene a stare nascosto”.

Ho ovviamente escluso dal piccolo e incompleto censimento, gli omonimi (ad esempio Raffaele Cutolo è anche un giovane attore-cantante che sembra essere abbastanza noto) nonchè quei riferminenti a film, romanzi o video giochi (molti per la Banda della Magliana) .

Io penso (ma soprattutto spero) che la maggior parte degli utenti che aprono o si associano a queste pagine lo facciano per goliardia. A questi dico che una provocazione è tale quando è originale, se si ripete è un cazzata.

P.S.: Sembra che lo staff di Facebook faccia spesso tabula rasa almeno delle pagine dedicate ai criminali più noti, da questo articolo del Sole 24 ore si evince che al 7 gennaio 2009 i fan di Riina erano quasi 5000 (l’articolo si sofferma anche su criminali non facenti parte di organizzazioni, come Luciano Liboni, Olindo Romano e Rosa Bazzi ect), da altri articoli sparsi per il web si apprende che un grosso nome era anche quello di Giovanni Brusca,  che oggi conta solo 2 miseri Fan Club con un totale di 10 iscritti. Per dovere di cronaca si deve sotolineare che il numero di utenti iscritti a gruppi che apertamente dichiarano il proprio sdegno sia per la mafia in generale, che per la presenza di questi buontemponi, è decisamente maggiore. E tra i vari eroi dell’antimafia (i vari Falcone, Borsellino, Impastato ect), si trovano anche dei gruppi dedicati a personaggi poco noti, come un omaggio a Rocco Gatto, mugnaio comunista che negli anni 60 e 70 si ribellò alla ‘ndrangheta, con ben 717 iscritti.