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Di sguardi e memoria

Non so se avete mai visto il film “Il giocattolo” (1979) di Giuliano Montaldo, io l’ho visto di recente, e sono rimasto colpito da una scelta di sceneggiatura che qualche maestrino della materia potrebbe definire addirittura un errore. Il protagonista Vittorio Barletta, interpretato da Nino Manfredi, e sua moglie Ada (Marlène Jobet), invitano a pranzo Sauro (Vittorio Mezzogiorno), un poliziotto che Manfredi ha conosciuto in palestra e con cui condivide la passione per i film western. Durante il pranzo Sauro e Ada si lanciano degli sguardi, sguardi languidi e imbarazzati, e Vittorio se ne accorge, rimanendo per un attimo interdetto. La nostra abitudine filmica ci porterebbe a pensare che quel pranzo preannunci un tradimento (in gergo si parla di metonimia, che oltre ad essere una figura retorica è anche una tecnica narrativa), una liaison, e invece no, quel tango di sguardi non si rivelerà utile nemmeno per tratteggiare aspetti caratteriali dei personaggi, aspetti determinanti per il resto della storia, tipo la gelosia di Vittorio o la debolezza di Sauro verso le donne degli amici. No. In quel pranzo succederà qualcosa che segnerà irrimediabilmente la storia a seguire*, ma quell’embrione di triangolo amoroso ne sarà estraneo e rimarrà confinato per sempre tra il primo e il dessert di quel pranzo. Ecco, un maestrino dicevo, un maestrino definirebbe quella scena inutile e sbagliata; il mondo filmico che abbiamo creato è un mondo estremamente meccanicistico, dove ogni elemento è un ingranaggio atto al movimento della macchina filmica, spesso l’ingranaggio non funziona, è rumoroso, fa vibrare la macchina fino a mandarla in pezzi, ma il solo fatto di essere congruente con il flusso degli eventi ne giustifica la presenza, e raramente vi è spazio per le false piste, o quelle che nei romanzi gialli vengono chiamate “aringhe rosse”, insomma in un film “canonico” ogni sviluppo della trama deve essere anticipato da altri elementi. È qui che a mio parere la scrittura cinematografica perde con la letteratura vera e propria la sfida sul realismo. La vita vera è piena di storie abortite, presunti segni che non segnalavano niente, falsi allarmi, noiosi vicoli ciechi o inaspettati cambiamenti di trama, e un romanzo, anche per l’esigenza di riempire uno “spazio” narrativo più ampio rispetto a un film, spesso non lesina raccontare le digressioni e i ripensamenti del destino. Ciò nonostante, seppur meno realistica, la scrittura filmica è più naturale di quella letteraria, in che senso? Provate a pensare ad un’avventura che avete avuto nella vostra vita. Ora raccontatela. Fatto? Bene, son sicuro che nello stesso periodo vi sarà successa almeno un’altra cosa degna di essere raccontata; prendetevi un po’ di tempo per pensarci, per raccogliere i ricordi, e quando siete pronti raccontate anche questa. Ora confrontate le due storie; se nella prima la vostra preoccupazione principale era il lavoro, nella seconda potreste scoprire che il vostro cruccio era un altro, tipo un problema di salute o una bega sentimentale, se nella prima storia il vostro amico Mario era sempre presente fino a ritagliarsi il ruolo di coprotagonista, nella seconda potrebbe essere meno di una comparsa, e vostra madre apparire come la figura preminente per voi in quel periodo, eppure siete sempre voi, ed è sempre lo stesso periodo. La realtà ci sottopone a un bombardamento di informazioni che non possiamo memorizzare in toto, non nella memoria direttamente consultabile almeno, quella più “vicina” alla coscienza, per questo la nostra mente opera una sintesi, in questa sintesi non vi è spazio per ciò che non è funzionale, ai dettagli apparentemente inutili, nel momento in cui cerchiamo di ricordare qualcosa la nostra mente diventa uno sceneggiatore, e taglia tutto ciò che ritiene superfluo alla storia raccontata. Insomma, se siete in autobus, in aeroporto, al supermercato, e vi scoprite a scambiarvi uno sguardo malizioso e intenso con un perfetto sconosciuto/a, anche se sapete che non rivedrete più quella persona, non cancellate dalla mente quel particolare, quell’immagine, potreste utilizzarla se farete un film, e magari far riflettere qualcuno sull’umana percezione della realtà.

* Una vera e propria “pistola di Cechov”

Cavie

ex-Carcere di Procida ... in lontananza Capo Miseno e i Campi Flegrei - Porfirio in licenza CCCe l’ho il biglietto ce l’ho! Ce l’ho il biglietto ce l’ho ce l’ho! – Urlando queste parole mi si parò davanti un vecchio ragazzo, mi agitava sotto al naso il rettangolo di carta che la cassiera del cinema gli aveva consegnato. Il suo tono era pregno di paura. Poi una (bella) ragazza lo allontanò gentilmente da me e mi chiese scusa. E di cosa risposi io. Dopo capì che quella ragazza, e un’altra che vidi solo in sala, dovevano essere delle psicologhe tirocinanti o qualcosa del genere, e avevano portato gli ospiti di una casa famiglia al cinema. Mi divertii a guardarle; le severe reprimende che inscenavano verso gli ospiti più scalmanati non le appartenevano, non ancora almeno, vestivano l’autorità come una divisa di tre taglie più grandi, il loro era più che altro una reazione all’imbarazzo, l’imbarazzo per gli improbabili commenti ad alta voce che il vecchio ragazzo proponeva durante le scene di sesso. Ma tornando al biglietto, quella fu la prima volta, anche se solo per una frazione di secondo, che mi sentii come… come immagino si senta una guardia, se si esclude il breve periodo in cui sono stato un assistente universitario, ma allora era diverso, la prepotenza istituzionale che ero chiamato a rappresentare era fatta di giudizio, un giudizio una tantum, e così gli studenti, spesso miei coetanei, mi guardavano in modo ambiguo, sorrisi tirati e falsi, ma dopo i miei voti sempre troppo alti, anzi più precisamente dopo la verbalizzazione da parte della professoressa del voto che avevo deciso io, quella tensione vaporizzava, i lei si trasformavano magicamente in tu, e io tornavo ad essere ai loro occhi un pischelletto con cui magari avrebbero scambiato due chiacchiere nei corridoi della facoltà, o magari no, non più un potenziale stronzo che avrebbe potuto rovinargli la giornata, o un sadico capace di fargli saltare la sessione di laurea. Un segno convenzionale a penna su un foglietto di carta stabiliva le regole del gioco di ruolo, un pezzo di carta, come il biglietto del cinema. Il contesto sociale determina la percezione della realtà sociale, suggerisce la visione di un ordine naturale anche quando quell’ordine naturale non esiste, quando è un compromesso, un’illusione. Un esempio che mi pare appartenga a Bunuel: una donna entra in ascensore, nella cabina c’è anche un uomo, l’uomo chiede alla donna di togliersi le mutande, la donna risponde con uno schiaffo, l’ascensore si ferma, l’uomo e la donna entrano nella stesso appartamento, è uno studio medico, l’uomo è un ginecologo, la donna una paziente, l’uomo ripete la richiesta e la donna esegue senza trovarci nulla di strano. Gli attori sono gli stessi, anche la richiesta è la stessa, ma cambia il contesto, e quindi anche il senso sociale, le regole. Nel 1971 lo psicologo Philip Zimbardo realizzò un esperimento che sfuggì drammaticamente di mano a lui e a si suoi collaboratori e che diventò un caso emblematico nelle scienze sociali, si tratta dell’esperimento carcerario di Standford; nel seminterrato della facoltà di psicologia dell’università di Stanford venne ricreato un carcere, gli studenti volontari che accettarono di prendere parte all’esperimento vennero assegnati casualmente al ruolo di guardia o di detenuto, dopo alcuni giorni si crearono delle dinamiche perverse, per capirci immaginate un crudo prison movie o i resoconti della caserma di Bolzaneto nel 2001. Una parte degli studenti/guardie cominciò scientificamente a minare la dignità degli studenti/detenuti, e cercò di spezzare la solidarietà che si stava creando tra i membri del gruppo in difficoltà. L’esperimento fu sospeso e furono registrati gravi casi di depressione tra i partecipanti. Il fatto che fosse un esperimento, e che i volontari chiusi dietro le sbarre non avessero commesso nessun crimine e che recitassero quel ruolo, piuttosto di quello di guardia, solo per puro caso, non inibì la comparsa di comportamenti che gli stessi protagonisti consideravano intollerabili in altri contesti. L’abito non fa il monaco dice un vecchio adagio, ma evidentemente può fare l’aguzzino. Se vogliamo quello di Zimbardo è un metaesperimento, un esperimento su un esperimento, perché la detenzione è la più grande forma di esperimento involontario della storia umana: avete presente i test sugli animali? Per stabilire la dose letale di un particolare farmaco la cavia viene bombardata da dosi massicce di principio attivo, analogamente il detenuto è sottoposto a una somministrazione massiva di obblighi, divieti e privazione della libertà, elementi comunque presenti, ma in quantità nettamente inferiori, nella vita dei cosiddetti cittadini liberi. Dalle situazioni carcerarie i governi traggono involontariamente (?) informazioni su quanto, e come, possa essere oppressa la società che amministrano, qual è il punto di non ritorno oltre il quale le regole del gioco di ruolo non valgono più.

Comunque alla fine il film non era un granché.

Phascolarctos cinereus

Era la fine degli anni ottanta, o i primissimi scampoli del decennio successivo, ero a casa di mia nonna a guardare la tv, e stranamente non davano un film con Jerry Lewis. Nell’ineffabile meccanismo che regola l’universo, c’era questo curioso effetto che mi materializzava a casa di mia nonna ogni qualvolta, nella fascia dieci-mezzogiorno, era prevista una pellicola del tipo Ragazzo tuttofare o Il Cenerentolo, e dubito che ci fosse un rapporto di causa-effetto, o che mia madre fosse segretamente in contatto con un responsabile dei palinsesti e stessero compiendo su di me un qualche tipo di esperimento pavloviano. Ad ogni modo, come già detto, quella volta non guardavo un film con Jerry Lewis, ma un documentario; in questo documentario, ad un certo punto, un koala scende dal suo eucalipto e arranca alla ricerca di un altro condominio vegetale. Mia nonna passò dalle parti del teleschermo ed esclamò: «Che carino quel cane!». «No nonna» le dissi io, «non è un cane. È un koala». La madre di mia madre guardò bene lo schermo e poi sentenziò perentoria: «No, è un cane». Rimanemmo per un tempo imprecisato a fissarci negli occhi sorridendoci, ma dietro quel sorriso io pensavo «Povera nonna, così ignorante che non sa nemmeno cos’è un koala», e mia nonna probabilmente pensava «Povero bambino, così stupido che non sa nemmeno riconoscere un cane»
Ieri un amico mi raccontava come suo nipote fosse stato beccato dalle maestre d’asilo mentre baciava in bocca una compagna. Non riuscivo a comprendere cosa ci fosse di così scandaloso, mi è stato risposto che non è un comportamento opportuno, soprattutto nei riguardi dei genitori della bambina; ok, mi sono fatto rispiegare la faccenda e… no, avevo capito bene, suo nipote non aveva baciato in bocca la madre della bambina, e quello sì sarebbe stato inopportuno, ma proprio la bambina, e ovviamente la cosa era stata consensuale, ciò nonostante al maschietto veniva riservata la reprimenda più severa; una concatenazione di elementi scontati per chi mi parlava, ma non per me, come quella frase finale, che da bambino avrò ascoltato mille volte e con la quale anche quel playboy col pannolino ha dovuto fare i conti: “Sei troppo piccolo per queste cose”. Ascoltando il suono di quelle parole mi è tornato in mente l’episodio che ho raccontato prima, e ho pensato che se mia nonna mi avesse detto “sei troppo piccolo per queste cose”, qualsiasi fossero le cose per cui ero troppo piccolo, mi sarei chiesto per quale diavolo di motivo quella vecchia talmente esperta del mondo e della vita da conoscere quattro animali al massimo, avesse accesso a delle attività a me precluse. O molto più semplicemente avrei fissato mia nonna e le avrei sorriso, pensando “sì, come no…”, e lei rispondendo alle mie pupille e ai miei denti da latte avrebbe pensato “certo che i bambini si bevono proprio tutto…”.
Poi ci sono sicuramente mocciosi che dicono “sì nonna, hai ragione tu, quello è un cane”, e ci credono sinceramente, nonostante la scritta in sovraimpressione ripetuta 10 volte e il commentatore che si sgola: “non crederle, è un koala! Uno stracazzo di koala! K-o-a-l-a!”. Immagino che quei bambini, crescendo, diventino quel genere di adulti che ti guarda con sospetto quando dimostri di sapere qualcosa che loro non sanno. “Studi chimica?” ti senti chiedere con diffidenza da questi individui perché magari, chiacchierando del clima e del caldo, ti è scappato che i metalli col calore si dilatano. Non sono stupidi o ignoranti, generalmente sono persone determinate e ferrate nei loro campi, ma sfugge alla loro comprensione come qualcuno possa interessarsi a qualcosa  senza che da tale studio possa trarsi un guadagno tangibile. Loro non capiscono, e quindi hanno paura. Io invece odio loro, come la burocrazia o i balli di gruppo. E così quando a quello dei metalli dico che no, non studio chimica, e un po’ per sdrammatizzare e un po’ per vaffanculo sto per aggiungere che sarebbe stato più appropriato chiedermi se studiavo fisica, quello se ne esce con un “Allora come lo sai?”. Per anni ho combattuto con l’incubo di questa domanda, non sapevo mai darvi risposta, per me era l’equivalente concettuale dell’oblio; non ricordo in quale cazzo di occasione ho appreso che i metalli si dilatano col calore, o quando ho letto che la capitale della Somalia è Mogadiscio e così via. Dopo anni di meditazione penso di aver trovato la risposta corretta, che tra l’altro, come spesso accade, era anche la più semplice: “Perché mi piace sapere le cose”. Finora mi è capitato poche volte, ma quando ho avuto la fortuna di mostrare la mia pietra filosofale, ho percepito nel mio interlocutore uno spiazzamento totale, con mio sommo piacere, perché c’è solo una cosa che mi piace di più di sapere le cose: destabilizzare quelli che mi guardano con sospetto quando dimostro di sapere qualcosa che loro non sanno.

Esercizi di filosofia etica da fare allo specchio*

Andate verso uno specchio e portate con voi una superficie lunga quanto o più del vostro viso, un libro va benissimo, coprite metà della vostra faccia con il libro, osservate il riflesso del vostro volto a metà. Ripetete l’operazione con l’altra metà della faccia. Scoprirete che le due metà, che i due emi-volti, sono diversi, e soprattutto scoprirete che una sola delle due mezze-facce la sentite vostra, che vi somiglia, una sola è la faccia che avete sempre pensato di avere. Ora guardate di nuovo il vostro riflesso, guardate il vostro lato “povero”, fatelo a lungo, a un certo punto avrete l’impressione che quella faccia a metà è la faccia di un estraneo, uno sconosciuto che vive in voi, e magari avrete scostato di scatto il libro dal volto; avete avuto paura. La familiarità di una delle due immagini dipende dalla predominanza di un emisfero sull’altro, quando vi guardate allo specchio la metà del volto che “vince” sull’altra è quella relativa al lato dominante. Ma sto divagando; quello che mi interessa è quella fitta di malessere che avete provato quando avete avuto l’impressione che il volto che stavate fissando non vi apparteneva. Nella letteratura, nel senso più ampio del termine, uno dei temi più ricorrenti è quello del doppio, della nostra parte oscura, ed è sempre malvagia, cruenta, è il demone che viene fuori nei raptus, è la nostra anima “cattiva”, “cattiva” perché minaccia la nostra identità dominante; l’identità è il nostro sistema operativo, non se ne può fare a meno, quando la gente si chiede se c’è vita dopo la morte in realtà si chiede se la propria identità, quella e solo quella, continuerà a riconoscersi, per questo la teoria della reincarnazione non è stata mai dominante nella nostra cultura, perché non appagante in questo senso. Noi sappiamo di essere quello che siamo e tutto ciò che destabilizza la nostra immagine provoca disagio, sofferenza, nevrosi. Noi ci conosciamo non solo in termini fisici (come sono i nostri capelli, i denti, i piedi…), o psicologici (i sentimenti che proviamo, quello che ci piace, quello che odiano…), ma anche in termini sociali, ovvero il nostro ruolo in famiglia, nel lavoro, nella comunità in senso ampio, tutto ciò che comporta una modifica dello status sociale è potenzialmente destabilizzante, tanto un licenziamento quanto una promozione, tanto un matrimonio quanto un divorzio, ma con dinamiche e impatti differenti. Mentre scrivo questo penso ai lavoratori stranieri sulla gru a Brescia, penso a un commento che ho sentito di sfuggita, forse in televisione, o letto in rete, la sostanza del commento era che va bene lottare per i propri diritti, o per un salario più equo, ma richiedere la cittadinanza è superare il segno, è chiedere troppo. Lo status di cittadino italiano (o bresciano) è probabilmente, per l’autore di quel commento, un tassello fondamentale della sua immagine di sé, lui si sente lui perché diverso da quelli di colore che lavorano nei cantieri, e qual è la “forma” che sancisce tale diversità? La cittadinanza. Magari lavoro in un cantiere e rischio la vita pure io, ma io sono diverso da te, perché io sono italiano. La stessa dinamica probabilmente muove gli ultras della famiglia contro il riconoscimento legale delle coppie di fatto. Per non parlare degli “eterosessualisti”. E pensare che l’ “altro” vive in noi: basta guardarsi allo specchio con un libro in faccia per scoprirlo.

* in realtà gli argomenti trattati sono propri della psicologia, psicologia sociale e sociologia. Ma il titolo suonava meglio così, e poi il termine filosofia dà sempre quel tono di apparente autorevolezza, come un film in bianco&nero, un portasigarette d’argento, il velluto marrone a coste.