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Bava e affinità elettive

Mario Bava è l’impersonificazione cinematografica dell’antico adagio nemo propheta in patria; quando Tim Burton, in un’intervista italiana, confessò l’influenza esercitata su di lui dal regista sanremese, rimase di stucco davanti allo sguardo interrogativo dei giornalisti nostrani che non avevano la minima idea di chi fosse Mario Bava. Ma lo sapeva Scrorsese, che lo adorava, e lo sapeva Ridley Scott, che da “Terrore nello spazio” trasse ispirazione per “Alien”, lo sapeva David Lynch, che omaggiò l’opera di Bava con delle citazioni in “I segreti di Twin Peaks”. E lo sa Quentin Tarantino, che da Bava (e da Fulci) prende i canoni per la composizione dell’inquadratura e il gusto per la fotografia. Il capolavoro di Bava è unanimamente considerato “Cani arrabbiati”, film del 74 che non uscì nelle sale per il fallimento della casa di produzione (destino comune a molti film, ad esempio ci è andato vicino anche il “My name is Tanino” di Paolo Virzì, dopo i guai giudiziari della Cecchi Gori), uscì per la prima volta in homevideo più di ventanni dopo in Germania, su impegno di Lea Lander che nel film interpretava una parte, poi si diffuse in tutto il mondo, spesso in varie versioni e altri titoli (ben sei diverse edizioni secondo wikipedia), come “Semaforo rosso”, e “Kidnapped” (rapito) in una versione statunitense, rimontata e con scene inedite girate dal figlio di Mario, Lamberto Bava. Ma quando l’opera maledetta di Bava toccò il suolo stelle e strisce, un ragazzo dal cognome italiano e che di quel regista aveva il culto, aveva già girato la sua opera prima con un titolo molto simile, parlo di Quentin Tarantino e de “Le iene”, il cui titolo originale è “Reservoir dogs” (“Cani da rapina” in una riedizione italiana), mentre il titolo inglese della versione da sala del capolavoro di Bava fu “Rabid dogs” (uscito nel 1998, sei anni dopo il film di Tarantino). Ma le affinità non si esauriscono al titolo, infatti entrambe le storie partono dalle conseguenze di una rapina finita male, con tanto di ostaggio, che nel film di Tarantino viene tagliuzzato da un tipo (Mr Blonde) che avrebbe potuto indossare il soprannome destinato a uno dei tre rapinatori di Bava, ovvero “Bisturi”. Ma l’elemento comune più interessante è forse la trovata narrativa del braccaggio, che pur non palesandosi mai fa impazzire i protagonisti fino a metterli gli uni contro gli altri. Background lo chiamano, anche se personalmente preferisco l’immagine di una frequenza radio, e quando uno vi si sintonizza, con una vecchia radiolina a pile o con un potente impianto hi-fi, in mezzo a una campagna desolata o in cima ad un attico metropolitano, accede alle stesse melodie, alle stesse atmosfere, agli stessi mondi.
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Upload delle ore 20: Zac mi segnala che nel pomeriggio di oggi, su Sky Cinema, è andato in onda un documentario intitolato “Italiani senza gloria”, in cui Tarantino parla a lungo di Bava. Ecco, scrivevo di frequenze di fondo e strane sintonie…
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Nota personale: suggestionato dalla somiglianza dei titoli dei film di Tarantino e Bava, cerco su Wiki il titolo del racconto tripartito da me pubblicato su questo blog la settimana scorsa, ovvero “Il mantenuto”. Ne viene fuori l’opera prima come regista di Ugo Tognazzi, film praticamente sconosciuto e di cui è difficile sapere qualcosa. Ma il nome di Tognazzi mi porta alla mente un film da lui interpretato, e diretto da Lattuada, “Venga a prendere il caffè da noi”, tratto dal romanzo di Piero Chiara “La spartizione”. In questo film Tognazzi interpreta un reduce della seconda guerra mondiale che, arrivato a una certa età, decide di accasarsi, la sorte lo porta nelle braccia di tre sorelle, tre donne non più giovanissime barricate nel loro bigottismo di paese. Approfitto per invitare alla riscoperta di un’altro autore che non può, e non deve, essere dimenticato: Alberto Lattuada.

Bastardi senza Gloria (Inglourious Basterds)

La trama dell’ultimo film di Tarantino, così come è stata raccontata dai media, non mi diceva nulla; un gruppo di soldati americani di origine ebrea, appunto i bastardi senza gloria, viene mandata nella Francia occupata dai nazisti prima dello sbarco in Normandia, per uccidere più ufficiali possibile e indebolire così il morale e la forza del nemico. Ma quale film di Tarantino, raccontato in poche parole, può definirsi vagamente interessante? Nel caso specifico, poi, il soggetto è anche errato; i bastardi senza gloria, comandati dal tenente Aldo Raine (Brad Pitt), anche se danno il titolo alla pellicola, non sono i soli protagonisti della storia. Tarantino ritrova il gusto per l’intreccio, di cui aveva dato lezioni accademiche in Pulp Fiction, senza abbandonare l’esercizio stilistico, magnificato nei due Kill Bill. La storia è divisa in cinque capitoli, ognuno è un omaggio a un mondo cinematografico; il primo richiama il western italiesco, il secondo il film di guerra, il terzo il noir francese, il quarto lo spy movie, e il quinto è un carosello del cinema a stelle e striscie, dal film d’azione alla commedia grossolana. Inoltre Tarantino si concede un’avventura non da poco; sfida, con la sua storia, la Storia. Catapultando, nel finale, l’occhio dello spettatore in un sogno orrendo, o in un dolce incubo. Tra gli attori il più interessante è Christoph Waltz, che interpreta il colonello Hans Landa, uno dei più affascinanti cattivi che il cinema di questi anni ricordi (e ricorderà). Oltre a due splendide donne; Diane Kruger (che interpreta Bridget von Hammersmark), e Mélanie Laurent, nei panni di Shosanna Dreyfus, forse la vera protagonista. Un elemento nella storia, però, stride con la mia estetica filmica; la presenza del cinema, non intesa come citazione stilistica, ma come cinema e basta. Mal sopporto, in una storia di celluloide, la presenza di registi, attori, sceneggiature e via dicendo… è come una donna (le settima arte), dotata di rara bellezza e intelligenza, che parla solo di sè, senza interesse alcuno verso il mondo fuori. Ma in Bastardi senza gloria, il cinema è anche la sala cinematografica, anzi soprattutto la sala, e pensare questo film senza questo elemento, sarebbe come pensare a un altro film.

E difficile trovare qualcuno che sia indifferente all’opera di Quentin Tarantino, quello che fa è talmente sopra le righe che non può lasciare indifferenti; o lo si apprezza o lo si disprezza. Una delle accuse, a mio avviso più inutili, che gli si fa, è quella di usare la violenza come pentagramma. E allora? Ogni autore ha il suo angolo del reale preferito, chi l’erotismo, chi il lutto, chi il paradosso, chi l’ingiustizia sociale, e così all’infinito. Tarantino declina la violenza, gioca col concetto stesso di violenza, e lo spettatore che sta al gioco, ma anche quello che si alza per andare via a metà proiezione, elaborano e scoprono una fetta della propria visione della realtà. Il cinema disturbante, scomodo, irritante, forse addirittura il brutto cinema, è essenziale e utile come il buon cinema.