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Minoranze elettive

Ero in cucina a bermi del succo d’ananas, no, non sono a dieta, dovrei piuttosto mettere su qualche chilo, semplicemente era in offerta al supermercato, e poi era oggettivamente troppo presto per una birra, insomma, ero lì a bere direttamente dal brick (odio i formalismi di ogni sorta, ma non odio abbastanza me stesso da impormeli anche quando sono solo), e sento un vociare isterico provenire dalla strada, quattro piani più giù. Mi affaccio e vedo una fila di persone allineate contro il muro, e poco distante una ragazza con un cane, un bellissimo labrador non ancora adulto e non più cucciolo, riesco a distinguere una parola ricorrente: “schifo!”. Lì per lì ho pensato che il labrador avesse lasciato la conseguenza solida del suo metabolismo in mezzo al marciapiede, e la persona dall’altro capo del guinzaglio, una ragazzetta di poco più che vent’anni, non fosse munita di apposito kit per la rimozione. E che ce l’avessero con lui lo avrà pensato anche il cane, che orecchie basse e coda tra le zampe aveva puntato il naso verso un portone, accompagnando lo sguardo con alcuni timidi passi. Ok mi dico, è una cosa che non piace neanche a me, ma la sommossa popolare mi sembra un tantino eccessiva, poi ho focalizzato la platea e mi sono accorto di alcune dita puntate, ho seguito l’ideale retta passante per la scapola e il dito indice di uno dei soggetti, e ho visto qualcosa muoversi tra il muso di un auto parcheggiata e il culo di quella davanti: un topo, un ratto che di certo non ha avuto problemi di sviluppo, tanto che a circa 15 metri di distanza riuscivo a distinguerne la coda. Il roditore, probabilmente fuoriuscito e disorientato dai lavori in corso sul lato opposto della strada, vagava impaurito, nascondendosi come meglio poteva, poi un eroico vecchietto, magari un ex militare con la divisa incelofanata nell’armadio pronta per essere indossata in cerimonie ufficiali quali battesimi, matrimoni e il suo funerale, si è staccato dal gruppo e ha cominciato a inseguire il topo, accanendosi con una sorta di rituale fatto di piedi sbattuti e strani versi con la bocca, soprattutto quando l’animale (quello inseguito) si è fermato su una grata del marciapiede, per intenderci quelle che servono a far scorrere l’acqua piovana e a farci cadere le chiavi dentro, non ci si sarebbe potuto infilare nemmeno se fosse passato prima sotto a un rullo compressore, ma lui per un attimo ci ha creduto, fino a quando non ha ceduto all’abilità tattico-strategica del vecchietto e scappando ha voltato l’angolo. Il domatore di ratti si è voltato soddisfatto, impettito, ora il problema era di quelli dell’altra strada, lui aveva difeso gagliardamente il confine, non erano più cazzi suoi. L’eco di tali gesta riecheggia nel tempo, tanto che mentre scrivo, a distanza di un’ora, una signora dal balcone ragguaglia la vicina col seguente bollettino urlato a squarciagola “ce sta ‘n sorcio!”.

Non ho mai avuto grande simpatia per i ratti di fogna, ma io, se non si fosse già capito, ho tifato per il sorcio. Non riesco a non provare empatia verso chi è in difficoltà, per chi è destinato a perdere. Come in Caro Diario di Nanni Moretti “Stavo pensando una cosa molto triste: cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi troverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone: mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza”. Devo averlo fatto dire anche al protagonista di questo romanzo a puntate, da qualche parte, non che Spartaco Scimè sia il mio alter-ego, ma indubbiamente questi afflati di misantropia che mi assalgono come attacchi allergici al pollice opponibile, sono stati d’ispirazione. Volevo finire il post valorizzando il sentimento della minoranza elettiva, sottolineando come in tutte le civiltà degne di questo nome, anche il criminale più crudele e  flagrante merita un avvocato, e se tale modello di giustizia si è tramandato nei secoli è perché c’è sempre qualche romantico, irrazionale, egocentrico e masochista rompicoglioni disposto a spendere due parole per lui. Non male come finale, però non sapevo come incastrarlo, e dato che adesso sì, è l’ora giusta per una birra, la lascio appoggiata così, con le transenne e il nastro della municipale intorno, sperando che non vi scappi via qualche creatura del sottosuolo.

Il gigantesco criceto della plastica – reprise

fonte Repubblica.it: E’ lungo quasi un metro e vive nei bassifondi del Bronx. L’immagine del ratto gigante ha fatto il giro del web, rimbalzando da Facebook a Twitter. A mostrarlo è un commesso di una nota catena internazionale di abbigliamento sportivo. Secondo Robert S. Voss, del museo di Storia naturale di New York, si tratta di una specie originaria del Gambia. E’ infatti escluso – sostiene l’esperto – che un ratto autoctono possa raggiungere dimensioni simili

Beh, praticamente la notizia mi serve su un piatto d’argento la replica di un racconto scritto tre mesi fa: Il Gigantesco criceto della plastica

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De Angelis, il prof di matematica, meglio noto come Kratos, il protagonista di God of War, per via della pelata e della faccia incazzata, era in realtà un brav’uomo, nonostante avesse minacciato di bocciarlo. Ripetere l’anno sarebbe stata una rottura di coglioni epica, per tre anni l’aveva sfangata, un’interrogazione o un compito in classe allo scadere, una palla deviata dal destino sul triplice fischio e aveva passato l’ennesimo girone, l’upgrade dell’istruzione, ma questa volta era troppo dura; di trigonometria non ci capiva davvero un cazzo, aveva intuito solo che c’erano delle cose che si chiamavano seni e altre coseni, stop, troppo poco per affrontare un compito, come scrivere un tema usando solo due lettere. Kratos gli aveva parlato in disparte, da uomo a uomo, e questo Paolo lo aveva apprezzato, gli aveva detto che non convocava i suoi genitori perché aveva fiducia in lui, contava sul fatto che avrebbe recuperato l’insufficienza. Paolo gli era grato, non per le lusinghiere aspettative, non per l’incoraggiante 3 all’ultimo compito in classe, ma per non aver chiamato i genitori, per avergli dato tre mesi di ossigeno, tanto sarebbe stato bocciato comunque, ma almeno aveva novanta giorni per agire, per diventare ricco con un video su youtube. Al costo di 0,10€ per click serviva un video da tre milioni e tre di visualizzazioni per fare circa dieci mila euro, considerando 3 click sugli annunci pubblicitari ogni 100 visualizzazioni. Questo lo sapeva calcolare anche senza saperne un cazzo di seni e coseni. Dieci mila euro. Non tantissimi, ma una buona base per mandare affanculo il padre carabiniere e il diploma di liceo scientifico.

Ipotesi per un video da tre milioni e tre di visualizzazioni: scoop giornalistico, parodia musicale, sciroppo di glucosio tipo cuccioli e simili, porno homemade e infine misteri, alieni, profezie e roba del genere.

Per uno scoop giornalistico non sapeva da dove cominciare, di politica ci capiva zero, appena sentiva la sigla di un telegiornale gli si attivava un firewall dentro al cranio, aveva una tolleranza verso quegli argomenti paragonabile solo a quello che aveva per le trasmissioni della De Filippi, un flusso di parole che gli mandava in crash il sistema nervoso. Non sapeva cantare, aveva provato a imparare a suonare la chitarra, quella vera, non quella di Guitar Hero, ma l’unico risultato che aveva ottenuto era un crampo alla mano sinistra che gli aveva impedito per due giorni di afferrare il joypad. Al target quindicenni innamorate e zitelle tardone non ci pensava nemmeno, va bene che doveva diventare ricco il prima possibile, ma voleva conservare un minimo di dignità. Scartata a priori l’ipotesi del video porno; a parte che su youtube non poteva essere postato, ma questo era il male minore, infatti poteva ricorrere al più redditizio circuito di siti per porno amatoriali, ma il problema vero era: con chi? Era l’unico della sua classe che ancora non aveva scopato. Però ci stava lavorando, l’estate prima era riuscito a portarsi in spiaggia, di notte, la sorella di un tipo che andava con lui a tennis, o più precisamente di uno che sarebbe andato con lui a tennis, se Paolo fosse sopravvissuto alla prima lezione. La tipa era un palo della luce; mentre pomiciavano lui la toccava, lei non aveva reazioni evidenti, stava lì in stand-by con gli occhi chiusi e la bocca semiaperta che sapeva di mentine. Le tette erano piccole ma dure, oppure era il reggiseno a dare rigidità al tocco, questo Paolo non sapeva valutarlo. La toccò in mezzo alle gambe, da sopra i jeans attillati, lei non si mosse, non mugolava come le tipe su youporn o redtube, stava lì che sembrava attendere un intervento chirurgico. Provò a infilarle una mano nei pantaloni, ma erano troppo stretti, con nonchalanche tentò di sbottonarli, ma non ci riuscì, e lei non offriva nessun aiuto se non il passivo abbandono. Dopo un po’ si ruppe e lasciò perdere, accontentandosi di salvare il file in una cartella nominata “la prossima volta”.

Lui non era stupido, lo sapeva. Non riusciva a fare fino in fondo le cose, a seguire un pensiero o un compito per troppo tempo, ma era per via dei troppi processi in corso; ogni notte, nel suo letto, prima di addormentarsi, provava ad aprire il task manager del suo cervello, e vedeva la Cpu sempre fissa al 100%. Forse aveva passato troppe ore a giocare ad Halo, oppure troppe notti a immaginare il futuro, troppi fumetti, troppe seghe mentali, troppe sit-com, tutta roba che gli aveva lasciato dei processi in background. Altro che stupido, aveva una scheda madre da paura, e se non capiva la trigonometria era perché si trattava di un linguaggio di programmazione obsoleto, incompatibile col suo sistema operativo. È vero, a volte fissava la gente che gli parlava senza ascoltarla, senza capire cosa gli stessero dicendo, ma era come se l’hardware del suo cervello avesse solo uno slot disponibile per gli altri, come se la comunicazione interpersonale gli arrivasse da una porta usb 1.1. Lui non era stupido, anche se qualche volta glielo dicevano, lui non era stupido, e lo avrebbe dimostrato con un video bufala che avrebbe preso per culo tutti.

Rilesse tre volte l’ “elenco delle creature leggendarie non umane” di Wikipedia, che aveva trovato cercando informazioni sui ghoul di Fallout 3. In quella lista c’erano divinità azteche, greche, egizie, demoni buoni, demoni figli di puttana, lupi giganteschi, felini giganteschi, pesci giganteschi e giganti in genere, ma anche nani, folletti e troll, ma nulla gli suggeriva un’idea per il video. Poi un amico era passato da casa sua in motorino per un giro; erano andati a fumare una canna, nella zona industriale, lontano dal centro abitato, per evitare che il padre o qualche suo collega di ronda li beccasse. Paolo non sapeva se gli piaceva fumare; da una parte gli si intasava la Ram, la memoria a breve termine, e questo non gli piaceva, dall’altra gli si overclockava la scheda video, l’immaginazione, e questo invece gli piaceva assai. E fu forse per via del fumo che ebbe la visione, il concept del suo video; lo avrebbe girato lì, nello stabilimento del riciclaggio della plastica, fra le muraglie di bottiglie compattate e le dune di materiali non compressi, se il mondo fosse stato ricoperto di plastica qualche animale sarebbe mutato, ad esempio i topi, che avrebbero cominciato a mangiare plastica e a cacare catrame e polistirolo, sì, lui avrebbe ripreso il sorcio mutante della plastica. Lo stabilimento era chiuso in attesa di accertamenti giudiziari, e per giunta un camion, la settimana prima, aveva sbattuto contro un muro aprendone un varco, sigillato miseramente con i nastri della polizia municipale; entrare era uno scherzo. Protagonista del colossal sarebbe stato Raziel, il suo criceto, chiamato così in onore alla saga Soul Reaver, lo avrebbe dipinto di verde fosforescente con l’Uniposca, lo avrebbe ripreso col telefonino in cima a una duna di plastica, poi con un programma di video editing avrebbe fatto il resto.

Fu preso dalla smania, urgente come il desiderio di vendetta dopo che in Gta IV avevano ammazzato Roman Bellic. Tornò a casa e prese la gabbia con Raziel e comprò il pennarello, salì su un autobus e fece un pezzo a piedi, e quando arrivò allo stabilimento era già il tramonto. Ispezionò la location, quando trovò la duna giusta aprì la gabbia per cominciare le operazioni di trucco dell’attore protagonista, doveva arrangiarsi con una sola mano, l’altra teneva lo smartphone che già registrava, così aveva anche il backstage, ma improvvisamente si accorse di alcuni rumori, non rumori di auto, ma di voci umane, che ridevano, o che gridavano. Lui si piegò sulle ginocchia, come in alcuni giochi quando si preme il tasto L3. Le voci erano sempre più vicine, era una donna, a tratti era come un urlo a labbra chiuse, si diresse lentamente in direzione delle grida; non pensava fosse così vicino, girò intorno alla montagnola di plastica e vide un uomo sopra a una donna, a terra, le teneva una mano sulla bocca, la donna si accorse di Paolo, e con gli occhi lo implorava di fare qualcosa, l’uomo seguì lo sguardo della donna e vide Paolo, e vide che in mano aveva un cellulare puntato verso di lui, si alzò di scatto, aveva il cazzo eretto, piccolo e storto, e fece per correre verso Paolo, ma inciampò nei pantaloni calati, bestemmiò, si tirò su i calzoni e scappò via. Paolo rimase immobile a guardare la donna, che ripeteva una parola che lui non capiva, forse era straniera, aveva il sangue sui denti e da lontano era difficile capire dove finissero le gengive. Paolo ebbe come l’impressione che il ronzio della ventola di raffreddamento del suo processore, alla quale ormai non faceva più caso, fosse cessato.

Il video non lo fece più, del resto gli avevano sequestrato lo smartphone, lui aveva tentato di spiegare che il filmato con la faccia del tipo si trovava nella micro Sd, ma quelli gli dicevano grazie e non lo ascoltavano. Kratos lo bocciò, ma il padre non si incazzò, non stava nella pelle per i complimenti dei colleghi e per gli articoli nelle pagine di cronaca locale, che raccontavano di come il figlio di un carabiniere avesse sventato uno stupro. Cominciò l’estate e Paolo cominciò ad avere problemi a dormire, ma forse non era solo per il caldo; si chiedeva che fine avesse fatto il povero Raziel, che aveva dimenticato lì, allo stabilimento del riciclaggio della plastica, diventava un pensiero ossessivo, atroce, allora per tranquillizzarsi immaginava che Raziel, dopo aver mangiato la plastica diventava davvero una creatura mutante, e gigantesca, come quelle dell’elenco di Wiki, un topo colossale che a morsi mangiava prima lo stabilimento, poi la caserma dei carabinieri, i seni e i coseni, i mezzi pubblici, le strade, la scuola, la città. E allora sì, riusciva ad addormentarsi.

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