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Indie Game: the movie

Allora, “indie game: the movie” è un documentario che è possibile vedere online, ad esempio sulla piattaforma di gaming di Valve, Steam, come suggerisce il nome tratta di videogiochi indipendenti, ovvero videogiochi nati dall’idea di una o due persone, e sviluppati dagli stessi senza avere alle spalle colossi milionari, ma solo i propri risparmi e quelli di qualche sprovveduto, o qualche volta lungimirante, investitore, un esempio eccellente è “World of Goo” di qualche anno fa che viene brevemente citato nello stesso documentario, gioco a cui sono molto affezionato, o il più famoso “Minecraft”, gioco nato ormai diversi anni fa (ricordo di aver giocato a una versione gratuita anni fa, forse la beta), ma letteralmente esplosa solo di recente, con un fatturato mi pare di 400 milioni di dollari e un’offerta di acquisto da parte di Microsoft di 2 miliardi di dollari.

Il film (accessibile a tutti e non solo agli appassionati di informatica/videogiochi) segue le vicende di due progetti: lo sbarco sul market di Xbox di Super Meat Boy e il lancio di Fez.

Si penserà che il documentario (che su imdb vanta un meritatissimo 7,8) sia un elogio dell’impresa privata, un film in qualche modo “capitalista”, invece è un viaggio nella drammatica solitudine e nell’assenza di prospettive certe che nell’IT, e più in generale nel mondo del lavoro informatico, è più radicato che in altri campi, forse perché è il settore economico più giovane, lo specchio del nostro tempo. Non è l’informatica ad aver contribuito alla precarizzazione del lavoro, ma essa ne è la prima vittima. I protagonisti delle storie di “Indie game”, seppur fortunati, seppur di successo, hanno tutti avuto una storia di depressione o paranoia, e sfido chiunque a restare sani quando si lavora per cinque o sei anni a un progetto, chiusi nella propria stanza, mentre tecnologie e gusti dei consumatori fuori dalla finestra cambiano in un tempo così breve che a te è sufficiente a malapena a completare un livello, senza un salario, ma solo col ricordo di un programmatore, uno di quelli che ce l’ha fatta, che anni prima ha visto la tua demo e ti ha detto “interessante, ci dovresti lavorare un po’ su”.

Questa è solo una delle riflessioni che suggerisce questo bellissimo documentario, ma ve ne sono altre di natura tecnica che non sono meno interessanti: la gran parte dei videogiochi indipendenti, in parte per necessità e in parte per scelta stilistica, hanno una meccanica e uno stile retrò, spesso sono bidimensionali, pixelosi, eppure Super Meat Boy raggiunge una delle votazioni più alte di sempre nelle riviste specializzate, ma la tendenza nell’industria videoludica va nella direzione esattamente opposta. La storia della tecnologia non si muove sui binari di un treno, non ha una strada segnata, non può procedere solo in avanti; la tecnologia è imprevedibile, a volte abbandona delle idee che vengono riprese anni dopo e noi le prendiamo come il frutto di un’evoluzione lineare, ma non è così: il touch screen è nato negli anni 80, caduto nel dimenticatoio è diventata poi una tecnologia “inevitabile” oltre ventanni dopo. Per rimanere nell’ambito videoludico: la console Dreamcast della Sega, del 1998, aveva un hardware superiore a qualsiasi altra console in commercio all’epoca, aveva 6 volte e mezzo la Ram della Nintendo 64, ma soprattutto aveva implementato uno schermo sul controller, eppure fu un progetto pressoché fallimentare, che fece abbandonare alla Sega il mercato delle console. Dieci anni dopo la Nintendo riprende l’idea dello schermo sul controller, con la Wii U, presentandola come innovazione rivoluzionaria. (Qualche altra riflessione sul percorso a zig zag della tecnologia qui)

quiqiqui:

Cose che nessuno sa

Una volta sentii dire a un critico di professione che il cittadino medio, quando deve esprimere un giudizio su un’opera che ha gradito, fa ricorso a un vocabolario e a una sintassi assai semplici, scimmiotta il linguaggio degli intellettuali, invece, nel tentativo di descrivere un lavoro che non ha riscosso i suoi favori. Alla faccia di quel critico, che considero un cretino, per questa recensione sarò il più diretto possibile: Cose che nessuno sa di Alessandro D’Avenia mi ha fatto schifo. Qualche ingrediente per rendere l’idea della pietanza: una nonna amorevole che sforna saggi proverbi in vernacolo come un jukebox del buon senso, un ragazzo ribelle che di nascosto scrive poesie, bambini buonissimi ed educati come nelle pubblicità delle brioche o nelle fiction della Rai , personaggi femminili la cui unica preoccupazione è avere un uomo accanto, la parola “amore” ripetuta 137 volte ovvero una volta ogni due pagine, personaggi che dopo essersi salutati cominciano a parlare di massimi sistemi con la stessa naturalezza con cui nella vita vera si discute di dove si è trovato parcheggio, e ciò nonostante l’autore pretende di salire in cattedra, mettendo in ammollo l’idea per un romanzo Teen (la cui seconda parte, devo riconoscere, non sarebbe stata male se privata delle caratteristiche che descrivo in questo periodo grammaticale) in un barile di supponenza letteraria e irritanti moralismi. Non mi dilungo per non contravvenire ai propositi iniziali, vorrei però dire al Professor D’Avenia che gli sono grato, davvero, infatti era da tempo che trovavo gradevole tutto ciò che leggevo, e mi aveva fatto visita il sospetto che mi stessi rincoglionendo.

Tutti i santi giorni

Guardando Tutti i santi giorni di Paolo Virzì ho realizzato quanto il regista livornese sia profondamente italiano. Usando questo aggettivo non intendo indicare una determinata cifra, l’inclinazione a determinati stilemi o a particolari poetiche; quando dico che Virzì è profondamente italiano intendo che ha una maestria non comune nel descrivere l’ethos del popolo italiano, in tutte le sue declinazioni regionali e metropolitane. Che Virzì ci sappia fare non solo con la Toscana e col toscano lo ha dimostrato con diverse pellicole successive al duemila, come My name is Tanino, Caterina va in città e Tutta la vita davanti, in queste storie i protagonisti decidono, o sono costretti dagli eventi, a “migrare”, a trovarsi in un altrove che parla con un accento diverso o addirittura un’altra lingua, e ciò non serve a creare gag à la noiovolevamsavuà, ma a dare corpo fonetico alla solitudine dei personaggi. “Ora mio fratello passa le giornate in via Garibaldi con i suoi amici africani, nessuno sa in che lingua si parlano, ma forse mio fratello non è mai stato malato, era semplicemente straniero”, questa battuta (trascritta a memoria quindi sicuramente imprecisa) tratta da Ovosodo, descrive meglio di qualsiasi analisi la sensibilità di Virzì sull’argomento. Anche Guido e Antonia, protagonisti de Tutti i santi giorni, non sono esenti da questo destino. Il soggetto, tratto dal romanzo La Generazione di Simone Lenzi, cosceneggiatore insieme al solito Francesco Bruni e allo stesso Virzì, è un ritratto di coppia; buona parte del film, come si evince dal trailer, è la lettura in chiave comica delle vicissitudini cliniche della coppia nel tentativo di avere un figlio, un luogo narrativo abbastanza frequentato (mi pare di ricordare, ad esempio, un episodio per la regia di Cesena con Aldo Giovanni e Giacomo e un altro episodio in un film di Giovanni Veronesi), ma lo slittamento dalla risata alla lacrima che Virzì padroneggia come se non avesse fatto altro nella vita, stacca la pellicola dal gruppone dei film da spermiogramma e lo porta vicino ai picchi della comprensione e compassione dell’animo umano raggiunti da La prima cosa bella.

Pietà

Il cinema sudcoreano è ormai una certezza per i cinefili di tutto il mondo, ma non solo, dagli studi di Seoul spesso vengono fuori pellicole di genere indirizzate a chi non necessariamente ha un palato fine. Sull’abecedario del cinema, quello sudcoreano lo troveremmo alla lettera V; vengeance and violence, vendetta e violenza. È curioso come il tema della vendetta abbia imperniato tanto il cinema coreano, si pensi alla trilogia di Park Chan-Wook (Mr Vendetta, Old Boy, Lady Vendetta), all’efferato I Saw the Devil di Kim Ji-Woon o a La Samaritana dello stesso Kim Ki-duk, per citare quelli di maggiore successo e risonanza nelle nostre sale. Penso che questa caratterizzazione di una cinematografia nazionale attorno allo stesso tema sia abbastanza peculiare, escludendo il cinema di propaganda penso che solo il tema del sogno americano, del successo, ebbe una tale pervasività nella sua cinematografia di riferimento, ma in quel caso era funzionale alla struttura culturale della società in cui nasceva, mentre la vendetta dei film sudcoreani è spesso disfunzionale, si pensi alla critica verso il sistema giudiziario (ad esempio in Lady Vendetta), forse la parentela più stretta, a sorpresa, la vendetta di celluloide coreana la trova nella pietas del neorealismo italiano (anch’essa culturalmente disfunzionale), quindi non sorprenda che l’ultimo film di Kim Ki-Duk, vincitore del leone d’oro 2012, si intitoli appunto Pietà.

Pietà rientra a pieno titolo nel filone della doppia V sopra descritto. Un riscotitore dell’usura sottopone dei poveri artigiani in crisi a delle torture fisiche e psicologiche, che, metto in guardia, molti potrebbero ritenere insopportabili, a tale attività, inevitabilmente, è collegato il congegno ad orologeria della vendetta. Seppure ciò che attiene strettamente le due V sia notevole e ben girato, il telaio che le tiene insieme è apparso a chi vi scrive, assai fragile, a partire dall’evoluzione psicologica del protagonista, troppo repentina e patetica, passando al comportamento delle vittime (inverosimilmente sottomesso), fino ad arrivare ad alcuni dialoghi che, mi spiace scriverlo, definirei quasi dilettantistici; mi riferisco in particolare al primo dialogo del film, un dialogo che nella vita vera non sarebbe mai avvenuto, perché ciò che si dicono i personaggi evidentemente già lo conoscono perfettamente, ma il dialogo avviene comunque a favore di pubblico, per comunicare una premessa che altrimenti sarebbe stata più complessa da veicolare.

Ciò nonostante, con i suoi limiti, Pietà rimane un bel pugno nello stomaco, ma, per quanto mi riguarda, Kim Ki-Duk è ancora molto lontano dalla perfezione espressa da Park Chan-Wook, suo conterraneo e quasi coetaneo collega.

Reality

Una volta sentii dire ad Angelo Branduardi queste parole: “tutti conoscono almeno un verso de Alla fiera dell’est, ma in pochi conoscono il mio nome, questo vuol dire che sono passato alla storia senza passare dalla cronaca”. Non mi ero mai chiesto, fino ad allora, quale fosse la differenza, la sfumatura semantica, tra cronaca e storia, e sono giunto alla conclusione che, almeno nell’universo della narrazione, nessun racconto è destinato in partenza a una delle due categorie; se un fatto è vero, autentico, è solo il modo di raccontarlo a decretarne la nobiltà, per quanto misera possa essere la porzione di umanità o di realtà rappresentata, perché indubbiamente non tutti i fatti sono uguali, ma è anche vero che un volgare pezzo di vetro, se ben lavorato e levigato, brilla più di un diamante grezzo. Matteo Garrone è un regista evidentemente affascinato dalla cronaca, il suo primo grande successo, ovvero L’imbalsamatore, è ispirato alla storia di Domenico Semeraro, noto come il nano di Termini (chi è interessato al caso può leggere l’avvincente pezzo di Yari Selvetella in Roma Criminale), mentre Primo Amore riprende le sevizie del “cacciatore di anoressiche” Marco Mariolini (Garrone si ispirò all’autobiografia del criminale). Quando venne fuori la notizia che il regista romano, dopo il successo internazionale di Gomorra, stava preparando un film sul Grande Fratello, sicuramente non fui l’unico a storcere il naso; seppure è innegabile che la trasmissione sia rilevante in quanto motore o catalizzatore di taluni cambiamenti culturali, la stessa richiama immagini e situazioni ben circoscritte nel tempo e nello spazio sociale, insomma, in poche parole pensai che Garrone stesse passando dalla storia alla cronaca. Fortunatamente, come spesso succede in barba ad un vecchio adagio, la prima impressione si è rivelata sbagliata. Il sogno di Luciano di entrare nel Grande Fratello non è solo il resoconto di un’ossessione, ma è la rappresentazione scientifica, la riproduzione in laboratorio, di un concetto che in sociologia è noto come anomia, e che nell’accezione data da Merton si può definire come lo stato di malessere che sopravviene quando una società stabilisce delle mete culturali, degli scopi esistenziali, realmente accessibili solo a una piccola parte dei suoi membri.

I dialoghi e il ritmo del film sono di una godibilità assoluta, la regia, meno asciutta rispetto alle altre prove dell’autore, si concede notevoli, e spesso vertiginosi, piani sequenza, come quelli che aprono e chiudono il film, probabilmente realizzati con l’ausilio di un’invisibile computer grafica. L’intervento digitale è però meno discreto nella scena del grillo che costituisce, a mio giudizio e a livello formale, l’unica pecca dell’opera vincitrice del Gran Prix Speciale della giuria al Festival di Cannes 2012.

Insomma, Garrone ha intagliato il vetro e ne ha fatto una splendida gemma.

Il caso Vittorio

Marta e Claudia si conoscono negli scout, sono delle bambine, e sono cattoliche. Passa qualche anno e si scoprono di sinistra; partecipano a una manifestazione contro il primo governo Berlusconi, e vi incontrano Vittorio, quel compagno di scuola indecifrabile. Parlano un po’, passano insieme il resto della mattinata, ridendo e fumando le prime sigarette. Un giorno come tanti, eppure quell’anonimo stralcio di quotidianità determinerà per sempre il corso delle loro vite.

La prospettiva narrativa de Il caso Vittorio è un pendolo che oscilla con precisione matematica dalla soggettiva di Marta a quella di Claudia e viceversa, senza trascurare i passaggi intermedi. È questo l’elemento più impressionante del notevole stile che ha dato forma a questo romanzo del 2003, che la minimum fax ha deciso di riproporre in una nuova edizione nel 2011. Impressionante ed efficace; il lettore attraversa oltre dieci anni di storia recente mano nella mano con le due protagoniste, impara a conoscerle, ad amarne i pregi, a odiarne i difetti, può addirittura immaginarne i cambiamenti fisici anche quando questi non vengono descritti sulla pagina. Attraverso i loro occhi impara a comprendere a fondo anche gli altri personaggi, eccetto uno, Vittorio, l’alieno (come suggerisce la forma della sua testa), un enigma, un vero e proprio caso.

Ciò che mi ha colpito maggiormente dell’umanità ritratta da Francesco Pacifico è la necessità di un codice, di una filosofia, di un’ideologia con cui interpretare e affrontare il mondo. Spesso gli stessi personaggi barcollano intellettualmente passando dal nichilismo all’edonismo, da un paradigma inventato ai tempi del liceo e chiamato “Verità Creativa” all’integralismo cattolico (quest’ultimo oggetto d’interesse anche del più recente romanzo di Francesco Pacifico, Storia della mia purezza, edito da Mondadori), ma non possono esimersi da quello che appare quasi un istinto cognitivo primordiale, la ricerca di un centro di gravità permanente detto con le parole di Franco Battiato. Ma quando i ragazzi e le ragazze, gli uomini e le donne di questo libro, pensano di aver trovato la distanza giusta per mettere a fuoco la propria vita, si accorgono che nel frattempo la stessa si è spostata un po’ più in là.

P.s. mi sono interessato a Il caso Vittorio a causa del suo titolo, curiosamente simile a uno dei primi racconti pubblicati su questo blog, Nel caso di Vittorio (che mi rifiuto di linkare per pudore e rispetto del romanzo recensito). Una coincidenza, e a giudicare dalle impressioni finali sul testo direi una fortunata coincidenza.

Dannazione

Madison Spencer è una ragazzina di tredici anni. Grassottella, insicura e ricca da fare schifo. Ma soprattutto morta, e all’inferno. Questo il punto di partenza dell’ultimo romanzo di Palahnuik. Non è la prima volta che lo scrittore di culto strizza l’occhio al soprannaturale, già lo aveva fatto con “Ninna Nanna” e “Diary” (mentre “Rabbia” è più inquadrabile nel filone fantascientifico, anche se incluso insieme agli altri due titoli in un’unica trilogia), e con qualche accenno in “Cavie”, ma mai la scelta era stata tanto plateale, ma soprattutto tanto grottesca, a partire dalla morte della protagonista; un’overdose di marjuana, ma nessuno muore di marjuana, e infatti c’è dell’altro, perché nulla mai è come sembra nella letteratura di Palahniuk. Considerate le premesse avevo paura che “Dannazione”, dopo il deludente “Senza Veli”, sancisse la (pur fisiologica) parabola discendente di uno degli scrittori più visionari dei nostri tempi, ma così, fortunatamente, non è. Siamo lontani dai fasti di “Soffocare” e “Survivor”, ma la lucida follia dell’ex meccanico di Portland è intatta. Ogni capitolo si apre con un appello di Madison a Satana, e il tenore è a volte quello che si riserva a un direttore d’albergo, a volte a una rockstar. L’immagine dell’inferno non tradisce le aspettative iconografiche più pulp, ma presto si rivela meno invivibile del previsto, fino a giungere alla considerazione che all’inferno, tutto sommato, non si sta poi così male, se non altro, come sosteneva Mark Twain, per la compagnia. I diavoli, per quanto ributtanti, si rivelano dei poveri diavoli, declassati e relegati a mansioni umilianti, dopo essere stati divinità e idoli di religioni dimenticate, che Palahniuk descrive minuziosamente attraverso la lente dell’antropologia culturale a cui mai rinuncia. Ma ovviamente non c’è nulla di esoterico nelle pagine di “Dannazione”, perché il regno in cui avviene il racconto altro non è che un’allegoria; il vero inferno di Madison è l’adolescenza, e “Dannazione” è il primo romanzo di formazione di Chuck Palahniuk, un romanzo di formazione allucinato e perverso, il Breakfast Club dei morti.

“Dannazione” può anche lasciare perplessi, forse addirittura deludere qualche fightclubbista, personalmente ho trovato più interessanti le pagine terrene, e considerata la natura del testo potrebbe intendersi come un parziale fallimento, ma una cosa è innegabile; ci sono pochi scrittori in giro disposti a reinventarsi ad ogni romanzo (e di conseguenza a rischiare editorialmente, come nel caso del controverso “Pigmeo”), per offrire ai propri lettori una merce sempre più rara: l’imprevedibilità.

Riportando tutto a casa – Nicola Lagioia

“Riportando tutto a casa” è il secondo titolo per Einaudi di Nicola Lagioia, gli altri si possono trovare nel catalogo della piccola e agguerrita Minimum Fax. È la storia di un’adolescenza nella Bari degli anni 80, tra capelli cotonati ed eroina, tra entusiasmo imprenditoriale e quartieri popolari, tra seghe alla vergognosa e prestiti a strozzo. Il libro si apre con la travolgente ascesa economica del padre del protagonista, che con furbizia sottile e chilometri macinati passa dalla vendita porta a porta di accappatoi a feste in yacht dove, inspiegabilmente per lui, a un certo punto tutti si spogliano. E poi c’è lui, il protagonista, la sua vita che si intreccia con quella di Giuseppe Rubino e Vincenzo Lombardi, ricchi e incasinati. La voce narrante è la sua, suo il lungo ricordo di quegli anni, ma non è un semplice esercizio di memoria, è una ricerca attiva; il protagonista, a decenni di distanza, cerca e interroga gli attori della sua adolescenza, ed è spesso un’attività dolorosa, alla quale tuttavia nessuno si sottrae completamente. Le tresche del liceo Cesare Baronio, le losche attività dello Sghigno, il declino del bancario Di Liso e tutti quegli episodi che cambieranno le piccole vite di quel piccolo posto, scorrono parallelamente a quei cambiamenti epocali che porteranno a un nuovo assetto mondiale e alla fine della guerra fredda, anzi, a ben pensarci non scorrono in maniera perfettamente parallela…

Lagioia esplora la crisi, sia essa economica che esistenziale, decretando come questa non è un effetto collaterale del binomio successo e prosperità, ma ne è il gemello siamese. È strano e interessante leggere oggi questo libro popolato di professionisti e imprenditori trafficoni, anche se non propriamente malavitosi, nella città di Bari (che il compianto Edmondo Berselli definiva la Milano del Sud), elementi che hanno portato sfortuna al più noto interprete degli ultimi venti anni di politica italiana, e con cui proprio in questi giorni fa i conti.

Lagioia ha un’abilità nel manovrare le parole davvero invidiabile, la loro scelta è di una precisione chirurgica. La sintassi è talvolta acrobatica; come per il lessico non vi sono sbavature, ma certi carpiati possono distrarre e scoraggiare il lettore meno avvezzo, ma si tratta in genere di brevi passaggi, il resto della lettura è, dal punto di vista formale, godibile, e il romanzo, nel suo complesso un’opera davvero notevole.

P.S. La copertina del libro è di Gipi, fumettista di fama internazionale che da circa una settimana è nelle sale con il suo primo film da regista, “L’ultimo terrestre” (che ha firmato col suo nome completo; Gian Alfonso Pacinotti), in concorso a Venezia e accolto calorosamente da pubblico e critica. Il film parte dallo sconcerto degli autori per la velocità e il modo con cui il popolo italiano deglutisce e assimila tutto ciò che lo riguarda rimanendo sempre lo stesso, impassibile e apatico. Da questa premessa la voglia di simulare cosa succederebbe se lo stesso soggetto fosse esposto alla più eclatante e sensazionale delle notizie: l’arrivo degli alieni.

La vita oscena

Come incontrare un amico, anzi no, non un amico, un amico di un amico, un conoscente, lo incontri dopo anni, parlate un po’ insieme e poi pensi, ma perché ci siamo persi di vista? Di Aldo Nove avevo letto “Superwoobinda” e “Puerto Plata Market”, in un periodo, forse dieci anni fa, in cui divoravo libri e film, avevo letto quei due libri ma mi erano scivolati via, anche la loro presenza mi appariva invisibile ogni volta che scorrevo con gli occhi i titoli nella libreria (quella di legno), poi mi capita qualche giorno fa, in libreria (quella di cemento), che i miei occhi vengano attratti da una mini pila di cinque volumi di “La vita oscena”, nascosti, infilati in basso, probabilmente in attesa di essere esposti più in vista, fra le ultime novità, come quando sei in mezzo alla gente e ti guardi intorno e incroci lo sguardo di qualcuno e… ciao… come stai?.. quanti anni saranno passati? E poi capita che quello cominci a parlare, e ti racconta la sua vita, e ti rendi conto che quell’amico di un amico, in realtà, non lo conoscevi affatto. E anche Aldo Nove racconta la sua vita, perché “La vita oscena” è la sua vita, una vita oscenamente drammatica e raccontata con oscena sincerità. La vita come una femmina gelosa, che ti sorride solo quando si avvicina un’altra donna, la morte. E poi poesia e pornografia. Un binomio che arreda lo spazio esterno del protagonista, attraverso libri e riviste, e lo spazio interno, sottovuoto spinto. Quello di Nove è un mondo post-moderno, tragicomico, disperato ma al tempo stesso predisposto alla speranza. Non è semplice leggere “La vita oscena”, bisogna avere spalle larghe e innocenza da bambino, una mancanza di sovrastrutture intellettuali che permetta di comprendere il mistero di un uomo che piange per una bottiglia di cola da discount: “Quella bottiglia mi sembrava simile alla vita dei più, di quelli che non ce la fanno, oh quanti, mi portava alla commozione e piansi. Era da tempo che non mi accadeva. Aveva quella bottiglia, qualcosa di cristiano, un’imago Christi da poveracci, incolpevole. Lei aveva fatto la sua ascesi dalla fabbrica ai banconi del discount dove aveva atteso di essere scelta in quanto oggetto di minor valore, in quanto imitazione ma dignitosa, quasi uguale, e si sarebbe manifestata nel suo splendore quando fosse riuscita ad assurgere alla stessa grandiosità del modello, e non ci sarebbe riuscita mai, povera bottiglia, e sarebbe rimasta una merce tra tante. Ma era mia. Era la mia bottiglia sul comodino dell’ospedale“. Questo è Aldo Nove, questo è l’amico di un amico che credevate di conoscere.

La pecora nera

Ricordo che in un’intervista Celestini raccontò la genesi della propria poetica; era in sardegna, intervistava un ex minatore per la sua tesi di laurea in antropologia, e il vecchietto parlava e parlava, non si fermava mai, e non solo della miniera, di qualsiasi cosa, parlava e raccontava, ma comunque sempre di cose del passato, la moglie era lì e stava zitta, l’ex minatore a un certo punto disse a Celestini: “Scusi mia moglie eh… ma è malata e non si ricorda niente”. Quel minatore si era fatto carico della sua memoria e di quella della moglie, ricordava per lui e per lei. Ascanio Celestini capì che avrebbe voluto fare qualcosa del genere, teatro e letteratura della memoria, avrebbe ricordato per lui e per tutti quelli che non ricordavano più. Ora nel raccontare tutto questo potrò esser stato impreciso, ma considerando la materia, la cosa mi sarà perdonata, presupposto della metodologia di Celestini (e di tutti coloro che si basano sul racconto orale, e per gli esponenti del “teatro di narrazione”) è che una cosa “inventata” comunque fa parte del reale, perché essa esiste nella mente di chi l’ha inventata. Attraverso la stessa lente bisogna guardare la “Pecora Nera”, primo lungometraggio di fiction dell‘attautore romano. Il film è tratto da uno stupendo libro dello stesso Celestini e da relativo monologo teatrale, nati da uno studio sul passato “elettrico” della psichiatria italiana e sull’istituto manicomiale. Il film è decisamente fedele al libro, fino a ripetere, attraverso la voce off di Celestini (che interpreta il ruolo di Nicola), interi paragrafi del romanzo breve. Quello che non viene riprodotto però, è il ritmo della trasposizione teatrale; chi conosce Celestini sa che le sue narrazioni viaggiano come un treno sui binari della sua voce, e la cosa è croce e delizia di chi lo ammira, il film invece ha delle atmosfere più rarefatte, e soprattutto in alcuni punti il viaggio cinematografico rallenta fino quasi a fermarsi, per poi riprendere subito dopo a velocità di crociera. A godere della dimensione filmica, rispetto alla pagina, sono i personaggi della Nonna, Barbara Valmorin, di Marinella da grande, Maya Sansa, e l’altro Nicola, un soprendente Giorgio Tirabassi. “La pecora nera” è un film impegnativo senza essere elitario, è una lezione universitaria a cui può accedere anche chi non ha la licenza elementare.

Fantastic Mr. Fox e la recensione che non scriverò

Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere un bel film dal titolo “Il calamaro e la balena”, di tale Noah Baumbach, un film che a prima vista sembrava far parte di quell’odioso cinema “famigliare”, fatto solo di padri contro figli contro madri contro mariti contro figli ect…, ma che poi ha rivelato una profondità nell’analisi psicologica davvero rara, con una trovata narrativa (richiamata nel titolo) che mi ha ricordato quella piacevole inquietudine provata leggendo certe pagine di “The catcher in the rye” (“Il giovane Holden” ed. it.) di J. D. Salinger. Mi sono documentato sul regista/sceneggiatore scoprendo che è un collaboratore di Wes Anderson (“I Tenenbaum”, “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, “Il treno per Dajeeling”), autore di cui, a dire la verità, non vado matto. A leggere le loro collaborazioni mi salta all’occhio un titolo “Fantastic Mr. Fox”, un film d’animazione in “stop-motion” (altrimenti detto in “passo uno”), di cui mi aveva colpito il trailer (lasciate perdere il trailer ufficiale che fa schifo), soprattutto per l’impatto visivo, un finto “grezzo” in realtà curatissimo nei particolari, che scopro ora, leggendo qua e là su internet, non ha riscosso un’unanime approvazione, neanche fra chi ha poi apprezzato il film in generale. Il plot è costruito su un breve racconto dello scrittore (non solo per bambini) Roald Dahl, già autore de “La Fabbrica di cioccolato”, da cui sono stati tratti un primo film nel 1971 e il remake di Tim Burton nel 2005. I film di fantascienza e quelli di animazioni sono due universi per me parecchio affascinanti, almeno in via teorica, per le enormi potenzialità narrative, per la possibilità di reinventare realtà e ambienti, in pratica meno, non sapevo indicare nemmeno un film di fantascienza o uno di animazione che mi avesse fatto letteralmente godere. Poi ho visto “Fantastic Mr Fox”, e la pratica “animazione” è sbrigata. Non mi metterò a scrivere una recensione, semplicemente perché sul web ce ne sono di accuratissime, nonostante il film sia stato in sala pochissimo, ma soprattutto vedo con piacere che in molti hanno sottolineato la bellissima scena del lupo, una scena che non ho paura di definire come una delle più poetiche e misteriose che abbia visto negli ultimi anni, e che ha lo stesso odore di quella scena finale de “Il calamaro e la balena” (che con “Fantastic Mr. Fox” ha molte tematiche in comune), in particolare segnalo questo articolo da gli Spietati.it, che al film e alla scena dedicano una lunga analisi degna di una tesi di laurea. Se avete un figlio piccolo, un nipote, la prole di un amico/a a cui ogni tanto date un occhio, fatevi fare un regalo: con la scusa del marmocchio mettete su il dvd di “Fantastic Mr Fox”.

P.s. ho visto la versione in lingua originale con sottotitoli in italiano, non rispondo di eventuali zozzerie fatte in sede di doppiaggio…

Redacted

Le guerre riempiono i libri di Storia. Ma c’è qualcosa che la cronologia delle battaglie, le cronache militari, i resoconti politici, non restituiscono; quello è il compito della narrazione. Ogni guerra genera una produzione letteraria, e quindi cinematografica. Eppure le espressioni “storia di guerra” e “film di guerra” non evocano le stesse immagini: un storia di guerra può essere una racconto di miseria, di borsa nera, di radiogiornali, di rifugi antibombardamento, di giovani che si ostinano a innamorarsi nonostante il presente nero, mentre il film di guerra è sempre militare, o almeno è quello che ci si attende dall’etichetta. In passato, il film militare, è stato il film di genere per eccellenza, puro intrattenimento, e specie per Hollywood è stato il pulpito perfetto per impartire quel mito patriottistico tanto caro ai repubblicani. Poi qualcosa è cambiato, innanzitutto fuori dalla sala cinematografica; c’è stata la guerra in Vietnam, la contestazione, la rivoluzione culturale, e anche il film militare si è ribellato, con i Viet-Movies nasce un filone di film di guerra “contro natura”, la battaglia diventa non più il luogo dell’eroismo, ma della miseria umana, lo sprezzo del pericolo lascia il posto all’orrore della violenza, l’amor di patria all’incubo della morte. Uno dei protagonisti di quella stagione, Brian de Palma (“Ciao America!” 1968, e poi sempre sul Vietnam “Vittime di Guerra”, 1989), è tornato in divisa tre anni fa per “Redacted”, ambientato nel Vietnam moderno, ovvero l’Iraq, con riferimenti al vicino Afganistan. Il pretesto narrativo all’inizio del film, appare a chi vi scrive -scusate il gioco di parole- un po’ troppo pretestuoso: il soldato Salazar decide di filmare la sua vita e quella dei commilitoni, per poter accedere, a missione finita, alla scuola di cinema. Ma non è quello di Salazar l’unico “meta-obbiettivo”, alcune sequenze sono, nella finzione del film, catturate dalle telecamere di sicurezza della base militare, altre scene sono spezzoni di telegiornale della fantomatica Atv, e ancora ci sono videochat e un sito simile a Youtube. Le transizioni* sono pacchiane e spixelate, per richiamare i montaggi amatoriali. Non è una scelta casuale questa di De Palma, ma non tutto il film è sottoposto a tale artificio; nella prima parte c’è una lunga sequenza in cui vengono mostrate le regole di ingaggio di un posto di blocco americano. Dopo aver tratteggiato la noia del deserto iracheno, e dopo aver annusato l’odore della paura, la sceneggiatura di De Palma si concentra su una tragedia, un delitto ispirato a un fatto realmente accaduto: “Ho letto un episodio della guerra in Iraq in cui i membri di un plotone dell’esercito USA erano stati accusati di aver stuprato una ragazza di 14 anni e di aver massacrato la sua famiglia, sparando in faccia alla vittima e dando fuoco al suo corpo. Com’era possibile che questi ragazzi si fossero spinti tanto in là? Cercando le risposte a questa domanda, ho letto blog di soldati e libri. Ho guardato i video di guerra artigianali realizzati dai militari, ho navigato nei loro siti e ho esaminato i loro post su YouTube. Era tutto a disposizione e tutto su video“.
In questa dichiarazione dell’autore si ritrova la genesi di quella particolare regia a cui sopra si è accennato, e che è valsa a De Palma il riconoscimento alla 64a Mostra di Venezia. “Redacted” è un film di raro coraggio creativo e la cui importanza artistica e storica sarà chiara solo alle future generazioni, quelle che apprenderanno il conflitto iracheno come la mia generazione ha appreso la guerra in Vietnam, ovvero attraverso la settima arte.

* Per i non avvezzi allo slang da filmaker: con “transizione” si indica l’effetto che può accompagnare lo stacco da un’inquadratura all’altra, spesso viene posta alla fine di una scena per suggerirne la chiusura e l’indipendenza rispetto alla scena successiva. La transizione più comune è la dissolvenza in nero.

La prima cosa bella

Bruno è un insegnante quarantenne di un istituto alberghiero, convive da sempre col demone della malinconia, dell’insoddisfazione, del vuoto. Un giorno appare all’improvviso sua sorella Valeria, per rapirlo dalla sua vita milanese e riportarlo a Livorno dove la madre, quella madre che Bruno non chiama mai, quella madre malata terminale di cancro, sta per morire. Con un incipit così sembra improbabile poter classificare “La prima cosa bella” come commedia, genere elettivo di Virzì, eppure si ride tanto, senza che questo scalfisca mai la sacralità della morte. Questa commistione tra comico e drammatico potrebbe far pensare alla commedia all’italiana, quella di Monicelli e Risi (che nel film viene anche omaggiato), lo stesso Virzì confessa di essersi ispirato, per questo film, alle pellicole di quello che considera il suo maestro, Ettore Scola. Ma rispetto a quelle storie, quella scritta da Bruni, Piccolo e Virzì (più che un terzetto di sceneggiatori, una piccola-grande impresa del made in italy, settore cinema), manca di convincenti elementi di satira sociale e di costume, ma in compenso regala un ispiratissimo studio psicologico dei personaggi. Mastrandrea (Bruno Michelucci) si conferma un ottimo interprete, e con questa prova in livornese scaccia definitivamente l’ipotesi che l’efficacia dei suoi tempi comici derivi dalla romanità. Forse non all’altezza Micaela Ramazzotti (Anna Nigiotti, mamma di Bruno, da giovane), in due scene chiave l’ho trovata monoemotiva,incapace di dare delle sfumature ai sentimenti del suo personaggio. Decisamente meglio Claudia Pandolfi (Valeria Michelucci), completamente a suo agio nella Livorno di Virzì, come in quel film del ’97 che la lanciò, “Ovosodo”. Accanto a loro due monumenti come Stefania Sandrelli (Anna Nigiotti da anziana) e Marco Messeri (Il Nesi). Dal punto di vista tecnico-registico Virzì sembra addirittura maturato, nonostante sia ben lungi dal potersi considerare un giovane regista; le due inquadrature dall’alto, la prima di Bruno steso su un prato, e la seconda di Anna stesa sul letto, posizionate simmetricamente rispetto all’inizio e alla fine della storia, nonché il piano sequenza in cui i due fratelli si confrontano a casa della madre, sono delle gemme perfettamente intagliate e incastonate. Non c’è molto altro da dire su “La prima cosa bella”, se non che è un gran bel film. Anzi, un gran bel Film.

L’uomo nero

E’ strano provare a scrivere una recensione su “L’uomo nero”, è strano e paradossale; attraverso gli occhi del piccolo Gabriele (Guido Giaquinto) riviviamo l’ossessione di un uomo verso un’arte, la pittura, un’ossessione che diventa quasi follia quando la passione di suo padre, il capostazione Ernesto Rossetti (Sergio Rubini), incontra proprio il cinismo e l’ipocrisa della critica, una critica di provincia che parla per bocca del professor Venusio (Vito Signorile, odioso e perfetto nell’interpretazione), aizzato dal viscido avvocato Pezzetti (Maurizio Micheli). E’ strano, paradossale e anche difficile, per me, scrivere questa recensione, perché mi è difficile capire quanto uno spettatore estraneo all’ambientazione geografica del film, possa godere, quanto ho goduto io, del ritratto di quei posti, di quelle facce, di quei modi di parlare, di comportarsi, di pensare. Ma “l’uomo nero” non è solo nostalgico folclore, Rubini, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Carla Cavaluzzi e a quella preziosa risorsa del nostro cinema scritto che è Domenico Starnone, tesse un intreccio forte, con un colpo di scena che sarebbe piaciuto a De Filippo e a Pirandello, una storia che avrebbe funzionato con qualsiasi altro abito regionale, e in qualsiasi altra ambientazione storica. Proprio per il robusto plot, “l’uomo nero” sembra avvicinarsi, più di altre pellicole di Rubini, a “Colpo d’occhio”, in quel caso, però, il meccanismo non funzionava, nonostante gli ingranaggi luccicanti. Ma Rubini, oltre a essere regista e soggettista/sceneggiatore, come sempre nei suoi film, è anche attore, e come attore ci ha abituato a standard altissimi, la sua interpretazione nel film, anche se in senso assoluto è ottima, non spicca rispetto a quelle di altre pellicole, mentre merita un plauso Riccardo Scamarcio, che ha il merito (o la fortuna?) di vestire bene i panni di un personaggio (zio Pinuccio) scritto meravigliosamente. Fuori luogo Anna Falchi, che interpreta la fatale Donna Valeria Giordano. Brava la Golino (Franca Rossetti), ma a disagio con l’accento, cosa che in realtà si nota poco grazie al minestrone linguistico di Rubini, che mescolando cadenze del barese, del salentino e del brindisino, dà allo spettatore non avvezzo al tavoliere, l’impressione di una lingua assai eterogenea, tale tecnica è estesa anche ai luoghi e alle architetture. Ultimo argomento le musiche di Piovani, coinvolgenti ma troppo simili ai temi de “la vita è bella”. Ad ogni modo, per me, il miglior film di Sergio Rubini.

Questione di cuore

Che brutta cosa i titoli; sono come le apparenze, l’abito del monaco. Magari a uno sfugge il film o il libro della vita solo perché il titolo gli aveva fatto capire qualcos’altro. Oppure il titolo è parte integrante dell’opera? Forse sì, ma se così fosse un autore dovrebbe essere completamente libero di scegliere il titolo che preferisce, mentre temo che nel cinema valga la filosofia del marketing, e il titolo diventa l’etichetta di una bevanda. Secondo voi Charlie Kaufman e Michel Gondry avrebbero mai scelto per il loro bellissimo “Eternal sunshine of the spotless mind”, il titolo italiano “Se mi lasci ti cancello”? Io penso di no, anche se in qualche modo l’abberazione tricolore era più calzante alla storia di quanto lo fosse il titolo originale. Ma veniamo al film dell’Archibugi, il titolo in questo caso gioca col significato lato e letterale della parola cuore (ma è comunque preso dal romanzo da cui il film è liberamente tratto, “Una questione di cuore” di Umberto Contarello): lo sceneggiatore settentrionale Alberto (Antonio Albanese), e il meccanico romano Angelo (Kim Rossi Stuart), si ritrovano accanto nel reparto di terapia intensiva del Policlinico capitolino, due uomini completamente diversi, per istruzione, per storia personale, per modo di fare, di pensare, perfino per quadro clinico, eppure la loro amicizia nasce con la naturalezza di un fenomeno fisico, le loro solitudini si attraggono come due corpi, soli, nello spazio. Il soggetto di Umberto Contarello, adattato per lo schermo dalla stessa Archibugi, è un capolavoro, senza mezzi termini. Con una storia così si potrebbe perdonare una regia mediocre, ma non serve, perché funziona tutto, a partire dall’interpretazione dei due protagonisti. Un film che gronda umanità, come lo era, curiosamente, il film d’esordio alla regia di Rossi Stuart (“Anche libero va bene”), e come quel film è un ritratto vero della Roma vera, aldilà dei luoghi comuni, anzi, nonostante i luoghi comuni. Indimenticabile.