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Considerazioni a margine di un’affermazione di Marco Giusti su cinema horror, politica e calcio

Quello di seguito è un post semi-serio, non se la prendano gli eventuali lettori che, loro malgrado, sono affetti dalla malattia accennata nel finale.

“il vampiro è borghese e pariolino, lo zombi è proletario e romanista” citazione di Marco Giusti da una puntata di Stracult.

Al di là (in questo caso ci stava anche scriverlo senza spazi) della tassonomia immaginifica della singola creatura, è innegabile che dietro la cinematografia dei morti viventi vi sia una sensibilità marxista o da essa derivata, perché incentrata su una particolare lotta di classe (viventi vs non-morti);  il topos cinematograficamente inventato da Romero e ripreso dalla tradizione voodoo, è spesso usato come metafora della società consumistica, e nello specifico dell’atteggiamento dei consumatori. Probabilmente nel background di genere oltre a Marx trova un posto anche Marcuse. La letteratura vampiresca è senz’altro più individualistica, è difficile non pensare al super-uomo di Nitzsche, ma non trovo sia di per sé politicamente caratterizzata; può essere di destra o di sinistra, a seconda, ad esempio, che il vampiro sia eroe o anti-eroe, di certo non sbaglia il Giusti a definirlo borghese, almeno nella sua accezione classica (accezione di vampiro intendo, non di borghese), infatti il vampiro è spesso ricco, ma il suo benessere fisico implica un rapporto parassitario sul resto della società, i vampiri sono coloro che vivono di rendita finanziaria, a scapito di chi vive di reddito da lavoro, e i secondi accusano metaforicamente i primi (a ragione) di succhiargli il sangue. Tramontato da tempo il topos di Frankenstein; la chimica del romanzo di Mary Shelley consta nella reazione fra ardore scientifico e paura verso la manipolazione scientifica della vita, tema attualissimo alla luce della bioingegneria e delle frizioni morali ad essa legate, eppure il mito di Frankentein è stato divorato anzitempo, probabilmente a causa del talento comico di Mel Brooks che ha partorito la nota parodia dopo la quale nessuno ha avuto più il coraggio di sfruttare il romanzo, e il relativo immaginario, non in chiave comica (fa eccezione il solo “Frankenstein di Mary Shelley” di  Kenneth Branagh, che tuttavia già nel titolo ricorda l’autrice originale, forse per far recapitare a lei eventuali perplessità sul soggetto), quindi il chiedersi da che parte si porrebbe politicamente oggi il genere frankensteniano è argomento più da cultori del modernariato letterario che da amanti della settima arte, è innegabile però che le tensioni del romanzo di Shelley rivivano oggi in un filone nato da una costola del cinema zombi, ovvero quello dei contagiati, non contagiati da un vagente già presente in natura, ma da un germe, da un virus o da una tossina creati dall’uomo, alla “28 giorni dopo” di Danny Boyle per capirci. Per finire e tornando alla frase di Marco Giusti, non saprei connotare calcisticamente i generi finora descritti, non me la sentirei di associare il romanismo al genere zombi, ma una cosa la posso affermare tranquillamente: Lazio merda!

Breve racconto poco Zen

Una  volta ho avuto un dialogo, tanto breve quanto surreale, con uno sconosciuto. Ero nel quartiere San Lorenzo a Roma, a via di Porta Labicana se la memoria non mi inganna, e una lunga scritta a spray rosso campeggiava su un muro condominiale. Un uomo la guardava incuriosito, avrà avuto circa cinquant’anni, e gli abiti che portava sembravano aver visto più cambi di stagione di lui, più per il taglio che per lo stato di conservazione. «Scusi» mi fa, proprio a me, che a poco più di vent’anni non ero abituato a sentirmi dare del lei, «Scusi se la disturbo, sa dirmi a chi si riferisce?», indicò la fine della scritta, una roba poco originale del tipo vi ammazzeremo tutti, io controllai il resto della proposizione, mi strinsi nelle spalle e la buttai lì: «Alla polizia», anche se vi era una leggera incertezza nella mia risposta, tipo un punto interrogativo tra parentesi, lo sconosciuto però non se ne accorse, mi guardò con interesse, ripeté la mia risposta e poi rilesse a mezza voce tutta la frase sul muro, come se stesse ripassando la parafrasi di un verso di Dante. «Sì, penso proprio che lei abbia ragione» disse all’improvviso raggiante. «La ringrazio tanto», aggiunse, e simulò di togliersi il cappello, che non aveva, in segno di saluto. A pensarci ora mi viene in mente quella scena di Brian di Nazareth in cui il protagonista viene beccato da un centurione mentre scrive una frase contro l’oppressore romano, e invece di essere arrestato per quello che ha espresso subisce una reprimenda per aver declinato male le desinenze latine, oppure, con un capitombolo pindarico, penso a un crononauta, uno scienziato del futuro che catapultato nel 2000 ha cannato l’abbigliamento. Ma la verità è che all’epoca pensai subito a uno squinternato, e la mancanza di indignazione o al contrario di compiacimento, per il contenuto della frase, ma solo la sincera soddisfazione per averne imbroccato l’analisi logica, mi affascinarono, e mi parve di intravederne un’invidiabile forma di saggezza.

La nostra vita

“Ora devi elaborare il lutto”
“No, quello che devo elaborare ora, sono i sordi”
In questa singola battuta si nasconde il motore degli eventi dell’ultimo film di Daniele Luchetti, che è valso il premio per la miglior interpretazione a Cannes 2010 al protagonistra Elio Germano, ex equo con Javier Bardem. Premiazione che a sua volta è stata il motore per una polemica politica e mediatica: “Dedico questo premio agli italiani che sono migliori della loro classe dirigente”, immediata la replica stizzita del governo e una presunta censura del Tg1; la cosa divertente è che Germano non aveva fatto riferimento diretto ed esclusivo al centro-destra e al governo, a leggere le sue interviste si scopre che l’attore ce l’aveva anche con classi dirigenziali insospettabili, come quella sindacale, ma il ministro Bondi si sentì subito chiamato in causa, quando si dice la coda di paglia…
“La nostra vita” racconta il tentativo di mettersi in proprio di Claudio (Elio Germano), operaio edile rimasto solo con tre figli dopo la morte della moglie (la splendida Isabella Ragonese), ma anche della sua ambizione di arricchirsi, speculando su una tragedia e minacciando un amico. Ma questo non è un film da guardare con la bussola morale in mano; come nella grande tradizione autoriale italiana Luchetti ci porta a fare un giro nell’umanità vera, che nella fattispecie vive e si spezza la schiena nei cantieri della periferia romana, questo non è un film della Warner Bros, qui non ci sono buoni e cattivi, qui c’è la realtà, e sotto questa luce è da valutare la scelta di Luchetti e degli altri due sceneggiatori, Sandro Petraglia e Stefano Rulli, di inserire elementi e snodi narrativi, che alcuni potrebbero ritenere troppo indulgenti, su alcune tematiche scomode, quali la sicurezza sul lavoro (la morte di un custode non a regola), e il razzismo spicciolo (“Lo vuoi svelato un segreto? I negri non servono per fare i tetti, so’ boni per sgobbà, ma non per fare i tetti: hai mai visto un tetto in Africa tu?”). La regia di Luchetti asseconda l’impressione dello spettatore di spiare la realtà dal buco della serratura, come del resto in “Mio fratello è figlio unico” dello stesso regista, tratto da un romanzo (“Il fasciocomunista”) del neo premio Strega Antonio Pennacchi, e in cui ritroviamo la coppia Elio Germano – Luca Zingaretti. Ma la decima fatica di Luchetti non è un film perfetto; nella parte finale sperpera una tensione drammatica che aveva saputo egregiamente costruire fino a quel momento. Ciò nonostante penso che Daniele Luchetti*, per troppo tempo considerato solo il ragazzo di bottega di Nanni Moretti, sia da annoverare come uno dei più bravi autori italiani di cinema in attività, un onesto capomastro, tanto per restare in tema col suo film, come del resto lo ero Bruno Pupparo, a cui è dedicato il film, che personalmente ho avuto la fortuna di conoscere anni fa attraverso amicizie comuni, un saggio capomastro dell’audio, forse il più bravo, di sicuro il più esperto.
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*A pochi minuti dai titoli di coda appare in un cammeo di due secondi: di profilo e con una videocamera in mano.

Casa Steiner*

Avete presente la location del finale del film “L’audace colpo dei soliti ignoti”, quella piazza incorniciata fra palazzacci squadrati (gli stessi di questa foto d’epoca) e quella che sembra una grande chiesa? Si tratta di piazza Don Bosco e omonima basilica, er cupolone de Cinecittà, non inteso come cinema italiano ma semplicemente come quartiere. All’epoca un lapillo di Eur caduto in borgata, oggi una piazza come tante della Roma anonima e continentale, non in centro e non più in periferia. A meno di cinquecento metri in linea retta sorge un’altra grande chiesa costruita dieci anni dopo, San Policarpo, ma lo stile è ben altro, e anche il quartiere intorno, costruito a misura d’uomo e con tanto verde, sembra distante chilometri ma è solo sull’altra sponda della Tuscolana. Don Bosco era dietro casa mia, una casa in cui ho abitato dieci anni, ma non ci passavo mai, ognuno ha una sua geografia personale, che non rispecchia quella reale, e nella mia Don Bosco non c’era, oppure era un macchia sbiadita sulla cartina. Oggi, che non abito più da quelle parti, mi è capitato di passarci; mi sono guardato intorno, mi ha colpito subito il degrado delle facciate dei casermoni, e la luce perfetta che probabilmente aveva ispirato Nanni Loy. Attraverso i giardinetti in mezzo alla piazza e scorgo un palo, quelli che hanno la funzione di sorreggere un rettangolo di marmo con l’indicazione topografica, ma prima che la mia mente richiamasse il concetto di segnaletica stradale, avevo già letto il nome inciso sulla targa: Piergiorgio Welby. Perché è qui che abitava Welby, e da una di quelle finestre che si sarà affacciato l’ultima volta, prima che la malattia lo condannasse definitivamente all’immobilità, e contro quella chiesa che un gruppo di cattolici del posto, e non di atei mangiapreti, protestò contro l’infame diktat vaticano che gli negò i funerali religiosi. E’ qui che si recitò l’ultimo atto di una vicenda che toccò l’Italia e che fece vacillare le sue leggi e la morale costituita. E’ curioso pensare come uno cerchi i cambiamenti del proprio tempo fra le pagine dei giornali e nei reportage dai nuovi fronti, quando qualche volta basterebbe andare a prendere un caffè nella piazza dietro casa.
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*Piazza Don Bosco, per la sua parentela architettonica con l’Eur, è stata usata anche per girare gli esterni di casa Steiner, nel film “La dolce vita” di Federico Fellini.

Good Morning Aman

Aman (Said  Sabrie) è un ragazzo di origine somala che bazzica i dintorni di Termini e sogna di vendere auto. Una notte, su un tetto, conosce Teodoro (Valerio Mastandrea), un insonne come lui, si scambiano poche parole, nasce una strana amicizia, alimentata dai centoni che Teodoro infila nella tasca del giubbino di Aman, e diosolosa quanto Aman ne abbia bisogno. Perché Teodoro lo fa? Cosa vuole da lui?
L’Italia è un paese multietnico, sembra strano ma è così, sono numerose le comunità ormai radicate da tempo nelle nostre città metropolitane (ma non solo; si pensi alla comunità cinese di Prato, probabilmente la più grande e la più importante dello stivale). Il cinema nostrano si è accorto dei migranti soprattutto dopo lo sbarco dei ventimila albanesi a Bari nel 1991, l’immagine della vecchia nave che tracimava corpi si è impressa nell’inconscio di tutti coloro che all’epoca avevano raggiunto l’età della ragione. Ma non ricordo molti film che abbiano esplorato lo stato e le storie dei migranti di seconda generazione, o meglio, degli italiani di nuova generazione. “Good Morning Aman” non ha solo questo merito*, il film dell’esordiente Claudio Noce, che firma lo script insieme all’attore/sceneggiatore Diego Ribon, è un film importante, snobbato dal pubblico e dalla critica che lo ha menzionato solo per l’egregia prova di Valerio Mastandrea (che ha talmente creduto nel film da co-produrlo). Il soggetto è solido e tagliente, la sceneggiatura a tratti presenta qualche opacità, ma ha il merito di essersi spinto in un territorio parzialmente inesplorato. La regia ha personalità da vendere, stupendi i primi piani, mai banali, come la composizione dell’inquadratura. Davvero difficile credere che sia un esordio.
*In realtà Aman non è nato in Italia, ma vi è arrivato da piccolo, molto piccolo, ed è a tutti gli effetti italiano, con tutti i pregi e i difetti del caso.

Post strampalato della domenica

Stimolo 1: Un negozio dalle parti di casa mia ha appeso alla vetrina la scritta “Non stiamo chiudendo”; sembra che molti clienti passando e vedendo la vetrina in allestimento, entravano per consolare il proprietario, pensando all’ennesima chiusura nel quartiere. Quando mi chiederanno un ricordo di questa seconda Grande Depressione, io risponderò col ricordo della chiusura di tutte le videoteche del mio quartiere. La chiusura delle videoteche sarà per me l’equivalente di chi ha visto nel 29 i manager buttarsi dalle finestre di Wall Street. In realtà non è solo colpa della crisi economica, il web ha sicuramente inciso non poco; lungi da me una condanna della nuova frontiera del home video, ma per “noi” è la fine di un’epoca, e come tale merita un commiato. E per noi intendo tutti quelli che ritengono il cinema un’esperienza intima, da fare in camera, come il sesso. La sala cinematografica è un tempio, un luogo in cui una folla si riunisce in un rito di adorazione, ma la videoteca è un bordello, uno squallido bar americano per single; adocchi una locandina, la studi per bene, e poi le offri da bere, a casa tua, e se qualche volta scegli male, e ti alzi il giorno dopo chiedendoti come cazzo ti era venuto in mente di portartela a casa, poi ci torni lo stesso, in videoteca.

Stimolo 2: -Tuo padre ha deciso di crescersi i capelli- mi dice ridendo mia madre al telefono. Io lì per lì dico che è uno scherzo, ipotizzo che abbia litigato col suo barbiere storico, ma lei, mia madre, giura che è vero. Mio padre, mio padre che non ha mai portato i capelli più lunghi di un dito e mezzo, mio padre che mi fracassava i coglioni quando li portavo io, i capelli lunghi. Mi è balenato in mente un pensiero, cioè il fatto che avere i capelli lunghi a settantanni è sicuramente più ribelle che portarli a diciotto, ma poi mi sono ricordato che non è un mio pensiero ma un patetico spot della Diesel, quindi ho virato sulla più probabile, naturale e rassicurante, ipotesi della demenza senile.

Stimolo 3: Un mio amico è medico in un ospedale pediatrico. Mi ha scritto una mail in cui mi raccontava che durante la nevicata che ha sorpreso Roma pochi giorni fa, i bambini sono corsi a guardare fuori dalla finestra, e poi mi ha raccontato della guarigione di un altro bambino, ricoverato in condizioni drammatiche, ma si era incasinato con la punteggiatura, e leggendo sembrava che i due fatti fossero misteriosamente correlati.

Questi tre spunti sarebbero potuti diventare altrettanti post. Sarebbero. Ma sono finiti nello stesso strampalato post. Eppure c’è qualcosa che unisce questi tre episodi, ma è un qualcosa che è noto solo a me, e che mi è impossibile spiegare per le implicazioni di una legge della meccanica quantistica. In realtà tale legge non esiste, al momento, ma potrebbero formularla. Potrebbero.

Terremoto a Roma

Ore 3:40 am, Roma: Forte scossa di terremoto, durata circa 20-30 secondi. Nel quartiere Tuscolano zona Quadraro non sembrano esserci stati danni. Sostanzialmente questo post è inutile; domani tutti i giornali ei siti ne parleranno ampiamente, ma volevo provare l’ebrezza di dare la notizia in anteprima, un vezzo  inutile e sciocco… ma la vita è breve, e pochi minuti fa ne ho avuto il sentore.

Postilla del giorno dopo: ho deciso di non modificare questo telegrafico post, anche se le informazioni e la mente fredda consentirebbero un racconto più articolato e una riflessione più complessa, ma da una parte penso che sia “giusto” che rimanga così, una polaroid un po’ mossa scattata quasi per caso.