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Considerazioni a margine di una sbronza

L’idea è vecchia di dieci anni, ma si sta imponendo solo ora; dei micro dispositivi da areosol che vaporizzando una miscela (che può contenere nicotina) regalano un’esperienza paragonabile al fumo senza i relativi danni per la salute, ovvero le cosiddette sigarette elettroniche. Oggi mi è balenata in mente una domanda, che potrà suonare blasfema per qualche professore di italiano, ma che sinceramente giudico interessante al di là dell’effetto comico: ma oggi, con le sigarette elettroniche, Italo Svevo avrebbe scritto “La coscienza di Zeno”? La letteratura, come tutte le grandi imprese, nasce dall’inquietudine, che è innata nella natura umana e che non può essere lenita dalla tecnologia, ma inevitabilmente quest’ultima modifica le forme in cui essa si esprime. Foscolo avrebbe firmato “Gli ultimi tweet di Jacopo Ortis”? Il pescatore Santiago de “Il vecchio e il mare” di Hemingway, e soprattutto Ulisse, avrebbero usato un navigatore satellitare? L’Agostino di Moravia avrebbe liquidato i suoi turbamenti con una nottata su youporn (e tanti fazzoletti)? Madame Bovary si sarebbe accontentata dei fittizi tradimenti racchiusi in una finestra di chatroulette? Chissà se, oggi, il giovane Holden avrebbe chiesto dove vanno d’inverno le anatre di Central Park su Yahoo! Answers, o se Dorian Gray avrebbe ritoccato il suo ritratto con Photoshop. Chissà se Mattia Pascal avrebbe aperto un profilo facebook a nome Adriano Meis e se Amleto avrebbe cercato la risposta al suo dilemma su Google. Chissà se Voltaire sarebbe stato un amministratore di Wikipedia o si sarebbe limitato a creare una voce ogni tanto, e se Lutero avrebbe ottimizzato le novantacinque tesi per la visualizzazione su IPad. Chissà se avrei avuto speranze di entrare nel bloroll di Ennio Flaiano…

Ed ora una conclusione seriosa per far apparire tutto il resto meno cazzaro. La rivoluzione digitale – dalla seconda metà del novecento l’unica rivoluzione capace di stravolgere permanentemente la condizione di ogni classe sociale, più di quella sessuale con le sue sacche di recrudescenza reazionaria, più delle conquiste sindacali e dei lavoratori oggi rimesse in discussione – con le opportunità di accesso globale alla conoscenza, di comunicazione interpersonale, di maggiore dominio sul mondo fisico, spinge l’uomo a trovare il suo antagonista, o alleato, non più nel divino, nella natura o nel fato, ma solo e soltanto in sé stesso.

Dannazione

Madison Spencer è una ragazzina di tredici anni. Grassottella, insicura e ricca da fare schifo. Ma soprattutto morta, e all’inferno. Questo il punto di partenza dell’ultimo romanzo di Palahnuik. Non è la prima volta che lo scrittore di culto strizza l’occhio al soprannaturale, già lo aveva fatto con “Ninna Nanna” e “Diary” (mentre “Rabbia” è più inquadrabile nel filone fantascientifico, anche se incluso insieme agli altri due titoli in un’unica trilogia), e con qualche accenno in “Cavie”, ma mai la scelta era stata tanto plateale, ma soprattutto tanto grottesca, a partire dalla morte della protagonista; un’overdose di marjuana, ma nessuno muore di marjuana, e infatti c’è dell’altro, perché nulla mai è come sembra nella letteratura di Palahniuk. Considerate le premesse avevo paura che “Dannazione”, dopo il deludente “Senza Veli”, sancisse la (pur fisiologica) parabola discendente di uno degli scrittori più visionari dei nostri tempi, ma così, fortunatamente, non è. Siamo lontani dai fasti di “Soffocare” e “Survivor”, ma la lucida follia dell’ex meccanico di Portland è intatta. Ogni capitolo si apre con un appello di Madison a Satana, e il tenore è a volte quello che si riserva a un direttore d’albergo, a volte a una rockstar. L’immagine dell’inferno non tradisce le aspettative iconografiche più pulp, ma presto si rivela meno invivibile del previsto, fino a giungere alla considerazione che all’inferno, tutto sommato, non si sta poi così male, se non altro, come sosteneva Mark Twain, per la compagnia. I diavoli, per quanto ributtanti, si rivelano dei poveri diavoli, declassati e relegati a mansioni umilianti, dopo essere stati divinità e idoli di religioni dimenticate, che Palahniuk descrive minuziosamente attraverso la lente dell’antropologia culturale a cui mai rinuncia. Ma ovviamente non c’è nulla di esoterico nelle pagine di “Dannazione”, perché il regno in cui avviene il racconto altro non è che un’allegoria; il vero inferno di Madison è l’adolescenza, e “Dannazione” è il primo romanzo di formazione di Chuck Palahniuk, un romanzo di formazione allucinato e perverso, il Breakfast Club dei morti.

“Dannazione” può anche lasciare perplessi, forse addirittura deludere qualche fightclubbista, personalmente ho trovato più interessanti le pagine terrene, e considerata la natura del testo potrebbe intendersi come un parziale fallimento, ma una cosa è innegabile; ci sono pochi scrittori in giro disposti a reinventarsi ad ogni romanzo (e di conseguenza a rischiare editorialmente, come nel caso del controverso “Pigmeo”), per offrire ai propri lettori una merce sempre più rara: l’imprevedibilità.

Processo a Enrico Brizzi

Scrivere diventa reato e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Questa la premessa dell’intervista a Enrico Brizzi, autore – parafrasando il suo quarto titolo –   dallo stile impeccabile, 36 anni al momento dell’intervista, accento bolognese e una grande passione, oltre che per la letteratura, per il rock e per i viaggi a piedi. Il suo ultimo libro s’intitola “Gli picoaltleti”, pubblicato da Dalai editore mentre era ancora caldo il corpo de “La vita quotidiana in Italia ai tempi di Sivio”, edito da Laterza.

1. Scelga tra gli scrittori e le scrittrici, anche del passato, il suo avvocato. – Rabelais. Mi sentirei tutelato.

2. “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è stato uno dei romanzi d’esordio più eclatanti della recente letteratura italiana. Il cinema e certi libri a volte raccontano di autori che finiscono per odiare i loro lavori più popolari, più ingombranti, rimangono schiavi dello spettro di quel successo e delle aspettative che da esso sono scaturite. Per lei è stato così? – Riesco a guardare al mio ingombrante esordio, signori della corte, con una certa serenità. In fondo è cominciata da lì, la mia irresistibile carriera criminale. D’altronde, benchè appena ventenne, va detto che seppi rifuggire alle moine più eclatanti dello show-biz paraletterario: non accettai di scrivere, nonostante le reiterate proposte, “Jack Frusciante II: lei torna dall’America”, né controfirmai la proposta di contratto che voleva trasformare il mio romanzo in una linea di cartoleria. Volevano fabbricare astucci e quaderni di Aidi & il vecchio Alex, ma io ascoltavo i Black Flag, i Beastie Boys e i Clash, non la cacca commerciale, e mi sentii obbligato a dire di no. Nel pronunziare la sentenza si valutino, vi prego, anche questi elementi.

3. “Bastogne” non era certo un romanzo per educande. E’ stato mai inibito, nello scrivere, dall’idea di poter scandalizzare qualche lettore/lettrice che conosceva personalmente, tipo una vecchia zia o la sua professoressa di italiano delle medie? – A giudicare dal risultato, pare di no.

4. Ha molti sensi di colpa? – E di che? A trentasei anni ho tre figlie; ho viaggiato in mezzo mondo (escluse le Americhe, ché Colombo vi approdò a quaranta, e chi sono io per precederlo?); ho camminato dall’Alto Adige alla Sicilia. Ascolto buona musica. Ho tatuaggi interessanti a ricordare le tappe della mia vita sulla terra. Oggi pomeriggio vado a suonare in acustico per Popolare network. E ho pubblicato dieci romanzi. Fra parentesi l’ultimo, “Gli Psicoatleti”, parla proprio di come riconoscere ed evitare le ombre della colpa: si tratta, semplicemente, di seguire le tracce dell’Uomo verde, e interrogare le orme di chi ci ha preceduto.

5. Lei ama camminare, ama il contatto con la natura, passioni che ha anche riversato su carta. Come vive il fatto che per stampare dei libri bisogna abbattere degli alberi? – Le personcine perbene, sensibili al messaggio di Greenpeace, usano ormai carta FSC a basso impatto ambientale. In realtà vivo con più rabbia il fatto che le convention editoriali, i festival e i saloni, producano un grande spreco di risorse. Mi piacerebbe si tenessero, appunto, sotto un grande albero o nel cuore d’una foresta.

6. Quale vizio, se ne ha, non riesce a perdonarsi? – Dopo cena con gli amici, a volte, bevo amaro montenegro invece di una buona grappa.

7. Hanno arrestato tutti gli scrittori italiani; con chi vorrebbe dividere la cella? – Immagino non valga fare il nome di una scrittrice. Così rispondo agitandomi come un pazzo: «Mettetemi in isolamento!». Scherzi a parte, dividere la cella con uno scrittore sarebbe un incubo, a meno che non sia già un amico.

8. Lei conosce l’Italia molto bene, l’ha anche attraversata a piedi, ma se potesse, anzi, dovesse, scegliere un altro Paese in cui vivere, se dovesse scegliere lo Stato in cui andare in esilio, per quale meta farebbe il biglietto? – Un altro Paese che conosco bene e ho traversato a piedi. Tipo la Francia, l’Inghilterra, o la Svizzera. Le classiche mete degli esiliati ottocenteschi, insomma.

9. Un classico; è davanti al plotone di esecuzione, qual è il suo ultimo desiderio? Una sigaretta come nei film, una telefonata come in un vecchio spot, o cos’altro? – “Ehi, ragazzi, so che state facendo il vostro lavoro, ma prima vorrei scrivere le mie memorie! Giuro che mi sbrigo! Portatemi ordunque un quaderno, tre bic nere, una caraffa di mojito e un posacenere!”

10. Quali sono le sue parole da uomo libero? – Tranquille, ragazze. Ricordatevi che ho visto tre volte “Papillon”.

Processo a Gianluca Morozzi

Scrivere diventa reato, e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Questa la premessa dell’intervista a Gianluca Morozzi, classe 71, autore e coautore di 24 titoli (ma mentre scrivo potrebbe averne pubblicati altri tre o quattro), il suo ultimo lavoro è “Bob Dylan spiegato a un fan di Madonna e dei Queen”, edito da Castelvecchi.

1. Aldo Busi parlò a lungo del suo romanzo Blackout all’interno di una pseudo lezione di letteratura durante una puntata di Amici di Maria de Filippi. Si ritiene più correo o parte lesa? – Ignaro. Non sapevo niente! Un amico mi ha detto di accendere la tv su canale 5, e ho visto la De Filippi e Busi con il mano Blackout. Ho pensato a una candid camera personalizzata. Voi a cosa avreste pensato?

2. Lei ha una produzione sovrabbondante, se le dessero un giorno di reclusione per ogni pagina scritta sarebbe spacciato; rinuncerebbe a qualcosa che ha scritto per un po’ di libertà in più, e a cosa? No, anzi, da recluso avrei ancora più tempo per scrivere.

3. Scelga uno scrittore, o una scrittrice, anche del passato, come suo avvocato. – Ho sempre sognato di farmi difendere in tribunale da Charles Bukowski. Voi no?

4. Fedeltà al proprio partner, fedeltà ai propri ideali, fedeltà alle proprie passioni. Quale di queste potrebbe tradire più facilmente? È obbligato a sceglierne una. –  Be’, il tradimento ai partner è un po’ più semplice, no? Poi si può sempre scriverne, e finire in un turbine di passioni e piatti rotti e urla e recriminazioni.. tutto materiale da romanzo.

5. Le danno il carcere duro, però ha diritto una volta a settimana o ad un ipod per ascoltare Bob Dylan, o ad una radio per seguire le partite del Bologna, o ad una rassegna stampa per tenersi informato, cosa sceglie? – Io voglio sempre sapere cosa sta facendo il Bologna.

6. Quale dei suoi personaggi non vorrebbe mai come compagno di cella? – Il simpatico Aldo Ferro di Blackout no, grazie. Anche l’Orrido, che costretto in una cella all’astinenza sessuale, dopo un po’, chissà…

7. In quale paese andrebbe in esilio? – In Irlanda. Si scrive bene, secondo me, tra i pub e le scogliere.

8. La condannano all’istituto psichiatrico, preferisce finire in un padiglione in cui tutti pensano di essere Bruce Springsteen, Roberto Saviano o Umberto Bossi? – Springsteen. Magari cantano, e mi allietano.

9. Le danno la possibilità di commutare il carcere con una partecipazione al Grande Fratello, che fa, accetta? – Accetto, e mi faccio cacciare via dopo un giorno. Così ho scampato la pena.

10. Quali sono le sue ultime parole da uomo libero? – “sono liberi gli uccelli dalle catene del cielo?”

La bellezza e l’inferno

“Questo libro va ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra divenisse un testo pericoloso…”, questa è la dedica in copertina del secondo libro di Roberto Saviano, anzi del suo primo libro e mezzo: si tratta di una raccolta di scritti per la maggior parte già pubblicati su carta stampata e web. Cercando di formulare un pensiero sintetico sul libro, ho pensato a “La bellezza e l’inferno” come a un appendice a Gomorra e al romanzo non scritto sulla vita del suo autore,  materiale succulento per gli ammiratori dello scrittore, caricando la dedica anche di una precisa indicazione commerciale, una sorta di “solo per appassionati”, come quegli album di b-side che escono in versione limitata per i fan più accaniti e per i collezionisti. Ma quelle de “La bellezza e l’inferno” non sono b-side, per niente. Sono pillole di letteratura reale per una terapia d’urto. Il mostro di Gomorra rivive nelle pagine dedicate a Miriam Makeba (“Miriam Makeba: la rabbia della fratellanza”), alla tragedia de L’Aquila (“Quando la terra trema, il cemento uccide”), al business della coca (“La magnifica merce”), ai boss Zagaria (“Costruire, conquistare”), all’intossicazione della terra (“La peste e l’oro”). E poi ci sono i ritratti e le vite degli altri, del musicista Petrucciani (“Ossa di cristallo”), del calciatore Messi (“Giocarsi tutto”), dei pugili Russo e Valentino (“Tatanka Skatenato”), del leggendario Joe Pistone (“L’uomo che era Donnie Brasco”), del giornalista Siani (“Siani, cronista vero”), di Enzo Biagi (“Il guardiano del faro”), di Beppino Englaro (“Nel nome della legge e della figlia”), della coraggiosa madre di Peppino Impastato (“Felicia”). Ma c’è anche tanto Saviano uomo e scrittore, e non solo nell’immagine di lui in pantaloncini del Napoli e Peroni in mano mentre risponde al telefono e intuisce, tra rumori e singhiozzi, che il film di Garrone ha vinto un premio a Cannes (“Da Scampia a Cannes”), non solo nei vari e diffusi rimandi alla sua vita post-gomorra, nel bene e nel male (ad esempio “I fantasmi dei Nobel” e “Discorso all’Accademia di Svezia”), ma c’è tanto Saviano proprio dove meno te lo aspetti, quando parla di cinema e letteratura, quando racconta del film 300 e del fumetto da cui è tratto (“Questo giorno sarà vostro per sempre”), quando attribuisce al “Dispacci” di Michael Herr il merito di aver infranto la regola per cui la storia la scrivono i vincitori (“Apocalypse Vietnam”), e in quest’ultimo articolo specialmente, ma anche in altri, come nell’omaggio al documentarista De Seta (“Combattere il male con l’arte”), che Saviano confessa la sua formazione, il suo metodo, la sua estetica, insomma la stanza degli alambicchi (scusate l’autocitazione), dove umori e regole, sentimenti e metodi, diventano letteratura.

Illustrate le fattezze del secondogenito Saviano, dedico poche righe a quello che l’autore rappresenta per me. Su Saviano si è scritto tanto e si è detto di più; qualcuno lo ha osannato, qualcuno lo ha infamato, qualcuno ora lo snobba perché ormai lo conoscono tutti, qualcuno lo ama solo perché lo amano gli altri, qualcuno lo odia perché lo amano gli altri, qualcuno sostiene che ha una scrittura ampollosa, qualcuno pensa che abbia il dono della scrittura perfetta. Io posso dire che quando lo lessi per la prima volta, quando lo vidi e sentì parlare, non ebbi l’idea di un grande scrittore, non subito, la prima impressione fu quella di un ragazzo della mia età che stava facendo una cosa grande, dietro quella poco celata intolleranza verso gli abiti da sera, dietro il suo modo di gesticolare, c’era un ragazzo che sarebbe potuto essere mio amico, un collega di università con il quale si litiga di politica, un compare con il quale ci si scambia libri e si fa tardi la notte a parlare di cinema, un amico che si stima. Ultimamente ho letto che Saviano avrebbe confessato di essersi pentito di aver scritto Gomorra, le ragioni si conoscono ed è inutile ricordarle. Ma soprattutto è inutile sindacarle. Non so se è anche inutile dire, che per me, lui non è uno dei miei scrittori preferiti, ma un amico di cui vado fiero, e la stessa cosa vale per migliaia di persone. Non so se è utile dirlo, ma lo dico lo stesso.

Solo un attimo

-Signora suo figlio ha sempre la testa tra le nuvole.
Così dicevano a mia madre quelli di scuola. E tutto questo, probabilmente, è cominciato allora. Perché prima di diventare un adulto distratto ero un bambino molto distratto. E quando tornavo da scuola giù di botte, e la cosa che mi faceva più male era che non capivo perché. Sono distratto, e allora? Si picchia un bambino forse perché è triste o allego? Le distrazioni hanno segnato la mia vita. Ho una cicatrice di trenta centimetri sulla schiena; avevo sedici anni, ero in motorino, non mi accorsi del semaforo rosso, mi prese sulla destra un furgone di surgelati. Ho le gambe ustionate; una notte di inverno ero di guardia e mi addormentai con la coperta elettrica sulle gambe, e presero fuoco, sia le gambe che la coperta. L’ultimo segno è un taglio al lato del sopracciglio sinistro, nulla di eroico; lavavo i piatti e mi ero dimenticato che c’era lo sportello dello scolapiatti aperto. Ma la ferita che mi fa più male è quando misi incinta quella ragazza, durante il Car, mi hanno raccontato che ha abortito, non volevo farla soffrire, ma soprattutto non volevo metterla incinta, fu, come spesso nella mia vita, una semplice distrazione. E una semplice distrazione mi ha fatto finire nell’esercito; mi dimenticai di chiedere il rinvio quando studiavo all’università, e mi arrivò la cartolina. Poi ci sono rimasto perché l’esercito è la cosa più bella che mi sia mai capitata, se qui fai una cazzata  il più delle volte non succede nulla, il peggio che ti può capitare è una cazziata, perché qua se uno sbaglia fa una figura di merda tutto il plotone, il suo superiore, e il superiore del superiore. Però dicono che stavolta l’ho fatta troppo grossa; da due anni sto in ufficio, mi ci hanno messo perchè dicono che in una polveriera un tipo come me può stare solo in ufficio. Registro arrivi e partenze, controllo scorte; un lavoro di responsabilità, una roba importante. Fatto sta che lunedì tutti erano in agitazione per il carico per l’Iraq, munizioni e artiglieria leggera, e in tutto quel casino mi sono distratto un attimo, ho sbagliato i codici dei carichi, sembra una cazzata, ed effettivamente lo è, ma per questa cazzata i carichi sono rimasti fermi per due settimane all’aeroporto di Bagdad. Addio licenze. Mi hanno fatto due palle così. Ma soprattutto mi hanno rimosso dalle mie mansioni, mi hanno messo a fare il piantone di notte, sti stronzi, come se non lo sapessero che ho quasi perso le gambe a stare di guardia la notte. Però ho deciso, basta, l’unica cosa che sono riuscito a fare nella vita me l’hanno bruciata così, solo perchè ho la testa fra le nuvole, come dicevano a scuola, e come se fosse una colpa, forse si punisce un soldato perché è triste o allegro? Il tritolo nell’Hangar 4 per gli aplini in Afghanistan non arriverà mai, stasera fuochi d’artifico, lo uso io il tritolo, serve a me; farà un tale botto che chiunque nel raggio di cinque chilometri non potrà che distrarsi. Chi starà lavorando, chi starà studiando, chi starà dormendo, chi starà mangiando, chi starà scopando, chi starà pensando, chi starà facendo qualunque cosa, non potrà che distrarsi, almeno per un attimo. Magari qualcuno sarà licenziato, qualcuno sarà bocciato, qualcuno si strozzerà, qualcuno metterà incinta la ragazza, qualcuno avrà il mal di testa a vita, e allora il mondo, o questa porzione di mondo, capirà cosa si prova a pagare per una distrazione, una semplice distrazione di un attimo. Certo qualcuno morirà, io per primo, ma è il destino degli eroi; questo non lo faccio per me, lo faccio per la patria. E se per uno scherzo del destino dovessi sopravvivere, dirò che mi ero solo distratto un attimo.

Michele Lu Santu

Michele Carbone è detto Lu Santu, perché quando ammazza quelli che deve ammazzare, lo fa senza che quelli se ne accorgano. Non lo fa per essere più buono, lo fa perché spera che quando arriverà il suo momento, l’altro avrà la sua stessa accortezza. Uno con una vita normale si abitua all’idea di morire di morte naturale, e si augura che succeda nel sonno per non accorgersene, Lu Santu si è abituato all’idea di morire ammazzato, e si augura pure lui di non accorgersene. Lo ricorda ancora il suo primo omicidio, o meglio il primo a cui ha assistito; lo avevano mandato insieme a L’Animale a imparari lu mestieri. L’Animale era chiamato così non perchè fosse particolarmente crudele, ma perché era un incapace mezzo ritardato. Quel giorno doveva sistemare uno spacciatorillo di vicino Leuca, quello stava tranquillo seduto ai tavolini di un bar, L’Animale e quel bambino che sarebbe diventato Lu Santu, erano in sella a una vespa, accesa ma ferma. L’Animale era stato capace di sputtanare un caricatore senza prendere il tipo neanche di striscio, quello ovviamente scappò; lo ritrovarono in un vicolo, senza più il fiato neanche per ansimare, si limitava a grattare il muro. Lu Santu rivide ripetersi la stessa scena diverse volte , negli anni successivi, e capì che quel gesto era il coplo di coda dell’istinto di sopravvivenza, un disperato tentativo di arrampicarsi sul muro. Ma quel giorno a Leuca ancora non lo sapeva, la paura del condannato lo nauseò, solo la paura e non la morte in sè, anzi quella fu una specie di liberazione. E a dirla tutta non è che il suo metodo sia più romantico: uno è tranquillo, magari sta chiacchierando, magari parla dei figli e da un momento all’altro non è più vivo, senza aver avuto neanche il tempo di finire la frase. Non c’è nulla di romantico nello sparare, sarà per il fischio nelle orecchie e la puzza di bruciato a cui Lu Santu non si è ancora abituato, per il resto è un lavoro come un altro. Fa una smorfia Lu Santu, pensando a quella puzza. Fa una smorfia ma non se ne accorge. Il suo Suv beve l’asfalto della litoranea ionica verso la villa di Zu’ Ntoniu. C’è vento di tramontana, il mare è una tavola. Domani porterà il figlio Gregorio a pesca con la barca nuova. Vuole bene a quel bambino. In fondo è suo figlio, anche se non lo è: dopo dieci anni di tentativi, quando lui era da un pezzo che ormai si era messo l’anima in pace, arriva Rachele dicendo che è incinta. No. I miracoli non esistono, e se esistono non capitano a gente come lui. Nonostante il suo soprannome.

Lu Santu sfoglia una rivista di nautica mentre aspetta Zu’ Ntoniu sul terrazzo di casa sua. Arriva Goran, la guardia montenegrina del boss. Arriva a braccia aperte. La stretta amichevole di quell’uomo parla un’altra lingua rispetto alla prepotenza del suo fisico. Lo slavo gli chiede se vuole qualcosa da bere, in un italiano perfetto. Lu Santu risponde di sì, e nell’attesa si volta a guardare il mare. Sì. E’ un tempo ideale per uscire in barca.

-Come sta tuo figlio?

Gli chiede Goran alle sue spalle.

-Cresce, domani lo por

Dog’s dick way post (post alla cazzo di cane)

L’altra sera ho visto il film “Soffocare”, tratto dal mio libro preferito del mio autore preferito, Chuck Palahniuk (in realtà è solo uno dei miei autori preferiti, ma così la frase suonava meglio). Il film mi ha abbastanza deluso; c’è una regola non scritta che vuole i film tratti da un libro sempre un spanna indietro rispetto all’opera originale. E’ una regola che odio. Posso citare almeno un caso in cui un film è nettamente migliore del libro da cui è tratto: “Auguri Professore” per la regia di Riccardo Milani, contro “Storie fuori registro” scritto dal pur bravissimo Domenico Starnone. Se fossi sincero direi anche che è l’unico caso che conosco. Ma la sincerità è una dote a cui non aspiro. Aspiro piuttosto a qualcosa che non viene comunemente definita  una dote, ma aiuta sicuramente a vivere meglio; non parlo dei sogni marzulliani, ma dell’ignoranza. Pensate al vantaggio esistenziale nel non incazzarsi al lavoro quando calpestano i vostri diritti, semplicemente perché non sapete di avere diritti. Pensate che bello la mattina aprire la home di Repubblica e non avere un reflusso gastroesofageo, leggendo le ultime cazzate dell’esecutivo, semplicemente perché non sapete leggere. Qualcuno dirà che non ci vuole niente a essere ignoranti, che è la cosa più facile del mondo, ma non è così: una volta uno psicologo mi spiegò che la difficoltà nel curare la depressione non è tanto la mancanza di una cura universalmente efficace, ma la tendenza del depresso a non seguirla, come se a quella vergine di Norimberga nella sua testa ci fosse affezionato. Anche se soffre come un cane non può farne a meno, perché quel dolore non è qualcosa di esterno, quel dolore è lui. Ecco la prima considerazione di questo post; come la depressione, la non-ignoranza è una malattia che si autoalimenta. C’è un bellissimo dialogo nel romanzo “Nero come il cuore” di Giancarlo De Cataldo (in realtà potrebbe essere un parto della mia immaginazione, ma dato l’oggetto del post sono giustificato);  in una sauna, un commisario si confida con l’avvocato protagonista della storia, e gli dice che loro non sono destinati alla carriera, perché sono intelligenti, e chi è intelligente sa che c’è sempre qualcuno che ha più diritto di fare strada, e inconsciamente si fa da parte, mentre chi questa sensibilità non ce l’ha ha, può andare dritto come un treno ad alta velocità. Indi, seconda considerazione, per fare carriera bisogna essere stupidi, e quindi necessariamente ignoranti.
Conclusione: mamme e babbi, crescete i vostri bimbi nel buio dell’ignoranza, non mandateli a scuola, bruciate i libri, insegnategli solo le parole necessarie alla sopravvivenza, e avrete dei figli felici e di successo.

P.S.: la non-ignoranza non è sapienza. La Sapienza non mi appartiene, ci ho semplicemente studiato.

P.P.S. Bis: cercavo su internet l’espressione “Dog’s dick way” e sono finito su una pagina di Wikipedia versione inglese, esattamente una pagina chiamata “Italian profanity” (qui), cioè una pagina in cui vengono “spiegate” le espressioni volgari italiane;  di quasi tutte le parole viene semplicemente descritto il significato, ma leggete questa:

  • coglione (pl. coglioni): roughly equivalent to testicle; where referred to a person, it usually means burk, twit, fool. In addition, it can be used on several phrases such as avere i coglioni (literally, to have testicles; actually, to be very courageous) or essere un coglione (to be a fool). Coglione was also featured in worldwide news when used by former Italian PM Silvio Berlusconi referring to those who would not vote for him during the 2006 Italian election campaign.[2] It derives from Latin culio, pl. culiones, and is thus cognate to the Spanish cojones;

E’ esattamente quello che intendevo quando ho scritto “Pensate che bello la mattina aprire la home di Repubblica e non avere un reflusso gastroesofageo, leggendo le ultime cazzate dell’esecutivo, semplicemente perché non sapete leggere”.

Questa notte Tony Soprano morirà (probabilmente il post più noioso che abbiate mai letto)

Ad un orario che alcuni definiscono ancora notte e altri considerano già mattino, io guardo le repliche de “I Soprano”. Un’ora durante la quale la maggior parte degli italiani dorme, qualcuno forse studia, qualcun altro si fa una canna, qualcuno ancora fa l’amore. Io guardo “I Soprano”. Non saprei fare una recensione di questo telefilm americano, so solo che si tratta di un raro esempio di narrativa pura. Racconto brevemente il plot di una puntata: Tony è in macchina col nipote Christopher, fanno un incidente, chi ha la peggio è il più giovane dei due. Tony riesce a uscire dalla carcassa di lamiera e va ad aprire lo sportello dell’altro, questo gli chiede di non chiamare l’ambulanza, perché è fatto di coca e passerebbe dei guai, Tony lo guarda, gli mette una mano sulla bocca e soffoca il nipote. Qualche minuto dopo Tony è in aereo alla volta di Las Vegas, va a fare visita all’amante di Christopher, le racconta dell’incidente e della morte di Christopher. I due scopano, poi prendono un bottone di peyote a testa, e Tony dichiara di avere un’illuminazione, di “aver capito”, ma lo spettatore non saprà mai cosa ha capito, come non saprà mai perchè ha ucciso il nipote. Annullando il principio logico del “perché”, lo sceneggiatore (David Chase) si avvicina paurosamente alla perfezione narrativa (qualcosa di simile lo aveva già fatto Ferreri con “Dillinger è morto”). Non dico che è un esempio di buona letteratura (anche se lo penso, ma è un altro discorso), quello che intendo è che mette a nudo la vera natura della narrazione: tutti gli animali comunicano, con tracce chimiche, con suoni, con danze e movimenti, solo i più evoluti hanno elaborato un linguaggio, l’uomo ha fatto di più, ha inventato la narrazione, che è la comunicazione 2.0. Quindi il raccontare è frutto dell’evoluzione, sotto quest’aspetto fanno ridere i secoli di discorsi sul ruolo della letteratura; raccontare è una funzione biologia, raccontare una storia senza che vi siano sovrastrutture morali e filosofiche è come mangiare perché si ha fame, bere perché si ha sete. Non che “I Soprano” siano primitivi da un punto di vista formale, anzi, la raffinatezza della tessitura psicologica ha pochi eguali; “I Soprano” è una nobil donna ben educata, che cita Flaubert e suona Cophin, ma alza la gonna al primo giovanotto che le aggrada. Una donna adorabile.
Probabilmente tutto questo è una mia, personalissima, pippa mentale, e probabilmente questa notte Tony Soprano morirà (non ne sono sicuro, ma me lo sento), probabilmente quello che ho scritto non ha senso, probabilmente. Ma probabilmente non importa.

Postilla di quattro giorni dopo:  come ho potuto essere così ingenuo da pensare che Chase potesse uccidire Tony Soprano? Chase ha compiuto un omicidio, ma non di Tony Soprano, ma della storia stessa, perché cos’è un omicidio se non una fine prematura?  L’ultima puntata de “I Soprano” si conclude così: Tony è in un american resturant aspettando i suoi famigliari, per quella che diviene per lo spettatore un’ultima cena, entrano nel locale e si siedono al tavolo prima Carmela, poi Anthony Junior, e infine Meadow, anzi no, Meadow ha appena parcheggiato, si presume che entri nel locale, Tony guarda la porta e… niente, nero, è finito, tagliato così di netto, come un problema di trasmissione, come se fosse finita la pellicola. Sublime.

Fortapàsc

Fortapasc

A tre anni dal suo ultimo film, Marco Risi torna sugli schermi con “Fortapasc”, film sulla storia del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra a soli 26 anni. Soggetto non completamente nuovo; nel 2003 Maurizio Fiume aveva scritto e diretto un altro film su Siani, “E io ti seguo”.

La storia raccontata da Risi cominica con Giancarlo Siani (interpretato da Libero de Rienzo) che corre per le strade di Napoli sulla sua Citroen Méhari, mentre la voce off del giornalista preannuncia la sua morte sulle note di “Ogni volta” di Vasco Rossi. Poi l’obbiettivo narrativo corre indietro nel tempo a mostrare gli inizi della breve carriera di Siani, da una scalcinata redazione periferica de “Il Mattino”, in forze come corrispondente di nera per Torre Annunziata (rigorosamente precario), fino agli uffici centrali del giornale napoletano. In questo lasso di tempo Siani individua le dinamiche criminali di Torre Annunziata (appunto definita Fortapasc) al centro di una guerra tra clan, e disegna i rapporti d’affari tra camorra e politica locale. Gli ultimi articoli gli costano la vita.
E’ difficile guardare questo film senza avvertire l’alito di “Gomorra” da dietro le spalle. Il film di Garrone è un miracolo di narrativa e celluloide, con un realismo tale da indurre lo spettatore a chiedersi se quello che sta vedendo/vivendo non sia un film ma un’esperienza reale. Non è facile tornare a raccontare le interiora di Napoli senza fare i conti con quel capolavoro. Se l’autore di un ipotetico film post-Gomorra non riuscisse a decifrare il nuovo immaginario che la coppia Saviano/Garrone hanno co-generato, ogni elemento della storia apparirebbe finto e poco realistico. Se poi la cosa accade a Marco Risi, autore che ai tempi di “Mary per sempre” e “Ragazzi fuori” lanciò di fatto la proposta di un cinema neo-neorealista, c’è da chiedersi se poi la sorte non sia una gran bastarda. Ma a parte la sfortuna di essere nato nel momento sbagliato, “Fortapasc” è comunque un buon film. Risi si prende la responsabilità di una scelta discutibile; non dare sufficiente peso ai dettagli delle inchieste di Siani a favore della sua vita privata (con i personaggi di Daniela e Rico, interpretati da Valentina Lodovini e Michele Riondino). Libero De Rienzo si conferma attore di rara bravura, ma a disagio con l’accento e il fare partenopeo. Alcune scene sono state troncate di netto, probabili tagli dell’ultima ora, ma le forbici del montatore dimenticano una scena in cui Siani parla a degli studenti durante un seminario; la banalità delle domande e delle risposte rende la sequenza assolutamente superflua. Ma complessivamente il film trasuda umanità, specialmente nei rapporti che Siani ha con alcuni personaggi secondari, come il giornalista-impieato Sasà (Ernesto Mahieux), il Capitano Sensales (Daniele Pecci), il garzone del macellaio Ciro (Raffaele Vassallo). Tornando all’inevitabile confronto con Gomorra (al quale Risi “ruba” il volto straordinario di Salvatore ‘Sasà’ Cantalupo) c’è un elemento che fa viaggiare i due film su binari diversi, paralleli ma diversi, il raccontare da parte di “Fortapasc” la Napoli che non ci sta, cosa che nel film di Garrone (ma non nel libro di Saviano) è solo accennata, anche se in maniera sublime (col ragazzo che molla l’apprendistato di broker di rifiuti).

L’amore a Londra e in altri luoghi

Ho conosciuto Flavio Soriga grazie a una bella e divertente ospitata a le Invasioni Barbariche (di cui purtroppo non ho trovato traccia nel web). Doveva essere aprile o fine marzo dello scorso anno. Non ho una grande memoria temporale, ma una data me la ricordo bene; era il 14 aprile 2008, ero in treno, Taranto-Roma, ascoltavo la radio e apprendevo che l’Italia c’era ricascata, Berlusconi aveva vinto di nuovo le elezioni. Mi tormentavo sul sedile, toglievo e rimettevo gli auricolari nelle orecchie, facendole diventare rosse, le sentivo in fiamme, probabilmente lo ero anche in faccia, rosso, come non lo sarebbe stato più nessuno scranno del Parlamento. Davanti a me un ragazzo leggeva “Sardinia Blues”, il romanzo di quello scrittore che avevo visto su La7 qualche giorno prima. Leggeva e sorrideva, sembrava godersela, la sua lettura. Li odiai entrambi; Soriga e quel ragazzo, autore e lettore. Poi però mi è passata e ho letto “L’amore a Londra e in altri luoghi” (che mi è finito nelle mani in maniera alquanto insolita), edito da Bompiani,15€ in libreria, 12 se lo ordinate su IBS.

“L’amore a Londra e in altri luoghi” è una raccolta di otto racconti, storie di sentimenti contrastanti, fra terre di origine e città d’adozione, tra genitori persi per sempre o solo per un attimo, tra amanti e “congiacenti”. Nel primo e più lungo fra i racconti, “Aprile” (ambientato in Sicilia, anche se non viene mai specificato, tutto lo fa credere), il protagonista accompagna il lettore da un’infanzia anagrafica e geografica (“noi eravamo un isolotto di un’isola più grande”) alla maturità, con tutte le conquiste e le perdite che ciò comporta. Senz’altro è il racconto con “più roba”, malinconico e nostalgico. Andando avanti nella lettura arrivano, però, anche momenti ironici, come lo strambo matrimonio in stile simil-buddista nella campagna toscana raccontato nel “Congiacente”, mentre in “El Presidente” (storia d’amore tra un dittatore sudamericano e un’attricetta italiana), abbondano le allusioni alla tragicommedia della democrazia nel nostro Paese. L’ultima storia invece, “Candele” è un breve e delicato racconto dalle atmosfere benniane. A trequarti della lettura pensavo che ogni racconto avesse un’anima gemella, con un personaggio comune che unisse invisibilmente le storie a due a due, ma poi non sono riuscito a completare il gioco delle coppie.

Io ho un’intolleranza verso determinate parole, soprattutto nei titoli. Nello specifico la parola amore mi provoca noia e dermatite. Ma fortunatamente il mostro semantico citato nel titolo del libro non ha nulla a che vedere con i Baci Perugina. Soriga non coglie fiori di campo ai bordi dei sentieri di montagna, lui ci si infila dentro, alla montagna, nel suo ventre. Non cerca facile e inutile romanticismo, quello che interessa allo scrittore sardo è il dolore che come un fiume carsico scava la terra sotto i piedi. A livello formale c’è qualcosa, però, che nello stile di Soriga non mi convince, qualcosa che probabilmente dipende dai modelli letterari; puri quelli dell’autore, bastardi i miei. Ma gli riconosco una grande dote: il senso del finale. La supremazia dell’incipit è un mito che hanno creato quelli che i libri li vendono, ma non li scrivono. Un autore vero sa che il finale è la cosa più importante, è la porta della gabbia, che il lettore può aprire per farsi divorare dalla bestia che vive nella storia.