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Sesso, bugie e videogame

Una volta da ragazzo, avrò avuto diciotto o diciannove anni, ero in auto con un’amica, aspettavamo un’altra persona che non sarebbe arrivata prima di una ventina di minuti, eravamo lì rilassati a chiacchierare tranquillamente, poi lei, con una naturalezza con la quale qualcun altro avrebbe sfilato una sigaretta dal pacchetto senza smettere di parlare, mi abbassò i pantaloni della tuta, accertatasi che non vi fosse opposizione da parte mia, mi abbassò anche le mutande, osservò il mio pene che nel frattempo cambiava velocemente forma e dimensione, farfugliò qualcosa (la ragazza, non il pene) e poi cominciò una fellatio. Ok mi dissi, deve essere un sogno, è chiaramente un sogno, ma finché dura perché non divertirsi? Le accarezzai la testa, il collo e poi le spalle, di cui non me ne fregava assolutamente nulla, e infine giunsi al seno, che era il mio vero obbiettivo, infilai la mano sotto la maglietta e scostai il reggiseno, poi afferrai il seno più sodo che la mia mano abbia mai toccato, strinsi leggermente il capezzolo tra indice e medio, e lei mi fece capire di approvare con dei mugolii soddisfatti. Rinfrancato lanciai la mano in una nuova impresa; sfiorai appena la sua vulva, sottolineo, sfiorai appena, da sopra i pantaloni. Lei smise di suggere il mio glande, mi fissò con sguardo severo e mi disse “Non pensi che ora stai esagerando?”. E tutto finì lì. Fu così che a diciotto o diciannove anni appresi il concetto di relativismo, ma soprattutto l’esperienza minò per sempre il mio rapporto con i preliminari. Mentre faccio petting con una donna ho l’inconscia paura, se non il terrore, che per colpa di un movimento, magari involontario, delle mie mani o di altre parti del mio corpo, improvvisamente scatti un allarme, nella mia stanza da letto entri una corte d’assise e un pubblico ministero mi additi come mostro criminale. I preliminari sono per me un’attività tanto stressante che talvolta ho la voglia di dire alla tipa “senti tesoro sono stremato, ci vediamo domani e ricominciamo da questo punto? Ci vediamo domani qui alla stessa ora già pomiciati, ok? Anzi sai cosa faccio? Ora salvo… salvo… dov’è che si salva in questa stanza? Cazzo… questa è la vita vera non il computer…”. Mi diverte molto come la rivoluzione digitale ha cambiato la mia visione della vita e della mente, e suppongo anche quella degli altri. Oltre alla castrante sensazione di accorgersi che nella vita vera la magica combinazione Ctrl+Z non funziona, che i checkpoint esistenziali sono meno affidabili di quelli di uno sparatutto per Playstation, spesso mi ritrovo a pensare alla mia memoria come se fosse un hard disk: devo imparare un sacco di roba per lavoro, come faccio? Non mi entrerà mai in testa, devo cancellare qualche ricordo per fare spazio, vediamo un po’: la rivoluzione francese studiata a scuola? Forse, altrimenti quel ricordo della gita in montagna fatta coi miei genitori da bambino, tanto non lo guardo mai… oppure potrei disinstallare il programma che mi permette di giocare a ping pong, tanto non ci giocherò più, nessuno gioca più a ping pong, a meno che non sia la versione sulla Wii… forse per rendere meno traumatico il passaggio dal mondo virtuale al mondo reale bisognerebbe obbligare i programmatori ad adottare una variabile nuova, la variabile “i”, “i” come infame: per esempio stai cercando qualcosa su Google, e l’oracolo di Mountain View invece di rendere i risultati visualizza una pagina con scritto “No” a tutto schermo, perché? Domanderai tu scrivendolo nell’apposita barra delle ricerche, e lui “perché la vita è una merda”, oppure “poi ti vizi”, “sono uno stronzo”, “fai più male a me che a te”, e via dicendo. Ora veniamo al terzo elemento del titolo: ci sono almeno due bugie nel post che ho appena scritto, se vi dicessi quali sono direi la verità e quindi cadrei in contraddizione, o forse sto solo applicando la variabile i.

Maria e il verro, il monaco e lo scopatore medio – reprise

Quello di seguito è uno dei primi racconti pubblicati su questo blog, ed è anche il più cliccato. Forse perché è stato segnalato da qualche blogger più influente di me? No, solo perché la densità di termini attinenti la sfera semantica dell’accoppiamento umano soddisfa alcune ricerche di Google. Lo confesso in modo tale che se non gradite queste poche righe, almeno potrete apprezzare la mia onestà intellettuale (anche se qualche onanista inesperto in algoritmi mi troverà tutt’altro che onesto, ma cosa vuoi che ti dica caro collega; tutto è relativo) . 

Il verro: l’estate puzzo. Porcadiquellaputtana se l’estate puzzo. Ma l’estate è la mia stagione. L’estate è il mio autogrill; faccio il pieno, il pieno di figa. Puzzo di sudore e scopo. Io col mio amico Gintonic ci facciamo delle gran scopate, l’estate. Non sono bello, ultimamente ho messo su una panza tipo pallone da calcio, ma è una pancia intelligente, che pensa, lo capisco perché spesso borbotta. Due mesi fa mi è caduto un canino, se ne è andato così, senza un guaito, come i capelli, ogni giorno sempre meno. Ma me ne fotto, perché fotto lo stesso. Una volta, ai tempi delle medie, uno che non so quanti anni aveva, ma sapeva già il fatto suo, disse che si sarebbe sparato un colpo in testa non appena l’uccello non gli avrebbe tirato più. Io no. Io mi ritirerò quando a lasciarmi sarà la memoria. Perchè non te ne fai un cazzo del cazzo se non hai memoria, come uno che fa un safari senza macchina fotografica. Io me le ricordo tutte le mie scopate; Sara, Patrizia, Giulia, Mara, Maria, Tania, Ilaria, La bionda con la smart, Olga, Paola, L’amica di Daniela, Federica, Giovanna, Laura, Quella che parlava strano, Benedetta, Elisa… e c’ho la classifica: in serie C ci stanno le sveltine in macchina ei lavori di bocca nei bagni delle discoteche. In serie B le avventure negli alberghi a ore, in A le notti full optional, in Uefa ci sono le doppiette e le triplette, e in Champions quelle che il giorno dopo volevi solo un pacco di ghiaccio da metterti sul pacco. Me le ricordo tutte io.

Il monaco: non scopo da dodici anni. Da dieci vado in palestra. Da undici frequento i migliori negozi di abbigliamento. Il sabato non è sabato se non faccio ceretta-lampada-manicure. Trecentoventi euro al mese per il mio corpo; ma nessuno lo vuole. Ho letto tutti i libri sull’abbordaggio, parlo e leggo il linguaggio del corpo meglio dell’inglese, sono venerabile maestro di sesso tantrico, solo teorico ovviamente. Ho la maledizione del monaco; trasmetto sicurezza, le donne mi desiderano, ma solo per confessarsi, mi raccontano tutti i loro casini, e una dopo che ti ha raccontato la colonscopia della settimana prima, è molto difficile che si slacci il reggiseno, e se lo fa è per chiedere un parere su uno strano neo. Qualche tempo fa ci sono andato vicino però: ero in uno dei miei locali preferiti, uno di quelli che l’estate dettano legge. Però quella volta era maggio. Suonava un gruppo e la cantante era una ex-stellina di uno dei primi talent show sulla musica. Era allegra la tipa, e disponibile. Non mi raccontò dei suoi casini, non mi raccontò di come era scivolata dalla cresta della notorietà a spettacoli da venti persone a serata, voleva solo divertirsi, ma io, per inerzia da confessionale, le chiesi se per caso quel naso che le ricordavo in faccia, quel triangolo disegnato male, era stato raddrizzato per esigenze discografiche, e magari aveva perso tutto il suo carisma vocale, una specie di Sansone dei bisturi. In risposta ottenni un pugno sul mio, di naso. Speravo in un naso alla Brando, ma la mattina dopo ero lo stesso, identico, figo senza figa.

Lo scopatore medio: da 3 anni il sesso per me significa 80 movimenti pelvici nella posizione nota come del missionario. 60 spinte nella posizione nota come pecora, pecorina, novanta gradi, o dai più intellettuali more ferarum. Una volta ogni 3 giorni. Nell’intervallo mi ammazzo di seghe. All’inizio con Gaia era una roba che a raccontarla non ci si credeva, ora non c’è più niente da raccontare. Però Gaia ha un sacco di colleghe. Circa una volta a settimana usciamo a cena con una sua collega e con l’eventuale fidanzato. Il 20% di loro riesco a incontrarle il giorno dopo, da sole, di quel 20%, 1/5 diventano scopate, (((365/7)*20)/100)/5 = 2, cioè significa che riesco a tradire mia moglie due volte l’anno, in media. Non è un gran numero, è una scopata ogni sei mesi, ma quando arriva me la godo. Quando tradisco mia moglie non conto le botte prima di venire. Però conto dopo, conto il tempo che resta per la prossima scopata. E nell’intervallo, mediamente, mi ammazzo di seghe.

Maria: una volta, quando ancora frequentavo l’università, si avvicinò una ragazza e mi chiese di compilare un test, un questionario anonimo, uno studio sulla vita sessuale dei giovani tra i venti ei venticinque anni. Alla domanda “con quante persone ha avuto rapporti completi finora?”, io ho risposto due. Non è vero in senso assoluto, però è vero per me. Nel senso che con solo due persone ho avuto dei rapporti completi di tutto, di amore, passione, rispetto, tenerezza… lo so lo so, non è quello il significato di “rapporto completo”, ma chi se ne frega; io ho avuto solo due grandi amori, il resto sono scopate a portar via… e possa morire in quest’istante se non mi piace il take away. Ogni avventura è diversa, ogni uomo è una storia a parte. E io ne ho avute di avventure, ne ho viste di storie con le mutande abbassate. A volte scelgo un uomo perché è bello, altre volte perché è brutto, come quel tipo che puzzava di sudore e con la pancia a mongolfiera, che si capiva che non vedeva una donna da tanto, poverino… altre volte mi vanno i tipi selvaggi, altre volte i precisini, come il marito di quella mia collega. A volte sono una vera porca, altre volte la faccio solo annusare, così, per dispetto, come a quel piacione che si capiva che usava il trucco di far parlare le donne per poi portarle a letto. Vado con gli uomini perché ne sento bisogno e perché mi piace. Non ho sensi di colpa. Forse vi sentite in colpa perché respirate, bevete o mangiate?

Quello che all’asilo non vi hanno mai detto – reprise

Le fiabe rispecchiano, attraverso metafore e allegorie, l’animo umano, e di conseguenza anche la sessualità, che dell’animo umano è parte integrante; Bruno Bettelheim (1903-1990), autorevole psicanalista (che compare nel ruolo di sé stesso in “Zelig” di Woody Allen), nel testo “Il mondo incantato” sosteneva che nelle fiabe dei fratelli Grimm sarebbero raccontati i miti freudiani, e quindi sarebbero sublimati anche i nostri istinti più “bassi”, perché come diceva lo stesso Freud, “Le pulsioni sono i nostri miti”.

Nobilitato da tale premessa, posso dare libero sfogo alla mia goliardia andando ad individuare quelle “particolari inclinazioni” individuabili nelle fiabe più note:

Cenerentola= fin troppo facile, feticismo: il principe è un retifista, un feticista del piede femminile e delle relative calzature. Uno che cerca la sua donna eclusivamente dall’osservazione del piede, nella ricerca del piede perfetto nella scarpa perfetta.

I vestiti nuovi dell’imperatore= esibizionismo. L’imperatore sfila nudo per le vie (pensando di indossare degli abiti speciali) mentre il popolo ne acclama la “naturale eleganza”.

La bella addormentata nel bosco= necrofilia: un principe che bacia quella che sembra una ragazza morta.

Il principe ranocchio= anche qui la soluzione è abbastanza semplice, zoofilia: una ragazza che bacia un rospo (o una rana/ranocchia, a seconda delle traduzioni), in alcune versioni il ranocchio si trasforma in principe dopo aver passato la notte sul cuscino della principessa, ovvero dopo essere stato a letto con la principessa. Jung, però (e per davvero), ne ravvisava la rappresentazione simbolica della perdita della verginità femminile.

Cappuccetto Rosso= travestitismo: il lupo che indossa gli abiti della nonna, e asseconda il gioco di ruolo rispondendo alle domande di Capuccetto Rosso sulle proprie caratteristiche fisiche (“che orecchie grandi che hai…”), inoltre il titolo della favola nonché il soprannome della protagonista sono un riferimento all’abbigliamento/travestimento.

Pinocchio= onanismo: Pinocchio è un burattino, nato da un intenso e solitario lavoro manuale (…) di Mastro Geppetto. C’è un’unica figura femminile nella sua vita, ed è una donna immaginaria (la fata turchina). La storia di Pinocchio è la storia della sua tensione e diventare carnale.

Raperonzolo= Scambismo ed esercizio della libertà sessuale. La cosa merita un approfondimento serio; ricordando solo la trama principale della fiaba non vi trovavo allegorie sessuali, fino a quando non ho letto il testo integrale, leggete questi estratti del prologo: “C’era una volta un uomo e una donna […] Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un’aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse […] Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. La donna si preparò subito un’insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò. L’uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino”. A voler cercare necessariamente un’allusione si potrebbe pensare, con l’ausilio di una certa malizia, che i raperonzoli rappresentino uomini e amanti occasionali, e il marito vestire i panni di uno scambista ante-litteram, ma si tratta di esercizio di fantasia, fin quando il marito non viene beccato dalla maga, proprietaria del giardino in cui crescevano i raperonzoli (una moglie ignara delle avventure del marito?), la donna ascoltate le scuse dell’uomo rispose: “ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo”. Il collegamento verbale diretto tra l’uso dei raperonzoli e la nascita di un bambino vivifica l’impressione sopra esposta. Continuando a leggere la fiaba con la stessa chiave di lettura, si apprende una storia di ordinaria chiusura mentale, infatti Raperonzolo, la bambina che poi effettivamente nacque, fu cresciuta dalla maga e rinchiusa in una torre all’età di dodici anni, ovvero quando cominciava a diventare una donna, probabilmente per impedirle di diventare una “scostumata” come la sua vera madre, ma un principe trovò il modo di salire sulla torre aggrappandosi alle lunghe trecce di Raperonzolo; dunque, la tradizione orale e i fratelli Grimm non ci dicono che i due giovani fecero l’amore, altrimenti non starei qui a scrivere di simbologie, ma la cosa diventa alquanto chiara quando la maga, scoperte le visite clandestine che la sua figlia adottiva riceveva, ripudiò la ragazza che guarda un po’, dopo qualche mese partorì due gemelli, da sola e fra gli stenti, immagine tristemente suggestiva pensando alla situazione delle donne in quelle culture che non a caso hanno anche una rigida morale sessuale.

Quello che all’asilo non vi hanno mai detto…

Le fiabe rispecchiano, attraverso metafore e allegorie, l’animo umano, e di conseguenza anche la sessualità, che dell’animo umano è parte integrante; Bruno Bettelheim (1903-1990), autorevole psicanalista (che compare nel ruolo di sé stesso in “Zelig” di Woody Allen), nel testo “Il mondo incantato” sosteneva che nelle fiabe dei fratelli Grimm sarebbero raccontati i miti freudiani, e quindi sarebbero sublimati anche i nostri istinti più “bassi”, perché come diceva lo stesso Freud, “Le pulsioni sono i nostri miti”.

Nobilitato da tale premessa, posso dare libero sfogo alla mia goliardia andando ad individuare quelle “particolari inclinazioni” individuabili nelle fiabe più note:

Cenerentola= fin troppo facile, feticismo: il principe è un retifista, un feticista del piede femminile e delle relative calzature. Uno che cerca la sua donna eclusivamente dall’osservazione del piede, nella ricerca del piede perfetto nella scarpa perfetta.

I vestiti nuovi dell’imperatore= esibizionismo. L’imperatore sfila nudo per le vie (pensando di indossare degli abiti speciali) mentre il popolo ne acclama la “naturale eleganza”.

La bella addormentata nel bosco= necrofilia: un principe che bacia quella che sembra una ragazza morta.

Il principe ranocchio= anche qui la soluzione è abbastanza semplice, zoofilia: una ragazza che bacia un rospo (o una rana/ranocchia, a seconda delle traduzioni), in alcune versioni il ranocchio si trasforma in principe dopo aver passato la notte sul cuscino della principessa, ovvero dopo essere stato a letto con la principessa. Jung, però (e per davvero), ne ravvisava la rappresentazione simbolica della perdita della verginità femminile.

Cappuccetto Rosso= travestitismo: il lupo che indossa gli abiti della nonna, e asseconda il gioco di ruolo rispondendo alle domande di Capuccetto Rosso sulle proprie caratteristiche fisiche (“che orecchie grandi che hai…”)

Raperonzolo= Scambismo ed esercizio della libertà sessuale. La cosa merita un approfondimento serio; ricordando solo la trama principale della fiaba non vi trovavo allegorie sessuali, fino a quando non ho letto il testo integrale, leggete questi estratti del prologo: “C’era una volta un uomo e una donna […] Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un’aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse […] Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. La donna si preparò subito un’insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò. L’uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino”. A voler cercare necessariamente un’allusione si potrebbe pensare, con l’ausilio di una certa malizia, che i raperonzoli rappresentino uomini e amanti occasionali, e il marito vestire i panni di uno scambista ante-litteram, ma si tratta di esercizio di fantasia, fin quando il marito non viene beccato dalla maga, proprietaria del giardino in cui crescevano i raperonzoli (una moglie ignara delle avventure del marito?), la donna ascoltate le scuse dell’uomo rispose: “ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo”. Il collegamento verbale diretto tra l’uso dei raperonzoli e la nascita di un bambino vivifica l’impressione sopra esposta. Continuando a leggere la fiaba con la stessa chiave di lettura, si apprende una storia di ordinaria chiusura mentale, infatti Raperonzolo, la bambina che poi effettivamente nacque, fu cresciuta dalla maga e rinchiusa in una torre all’età di dodici anni, ovvero quando cominciava a diventare una donna, probabilmente per impedirle di diventare una “scostumata” come la sua vera madre, ma un principe trovò il modo di salire sulla torre aggrappandosi alle lunghe trecce di Raperonzolo; dunque, la tradizione orale e i fratelli Grimm non ci dicono che i due giovani fecero l’amore, altrimenti non starei qui a scrivere di simbologie, ma la cosa diventa alquanto chiara quando la maga, scoperte le visite clandestine che la sua figlia adottiva riceveva, ripudiò la ragazza che guarda un po’, dopo qualche mese partorì due gemelli, da sola e fra gli stenti, immagine tristemente suggestiva pensando alla situazione delle donne in quelle culture che non a caso hanno anche una rigida morale sessuale.

 

Maria e il verro, il monaco e lo scopatore medio

Il verro: l’estate puzzo. Porcadiquellaputtana se l’estate puzzo. Ma l’estate è la mia stagione. L’estate è il mio autogrill; faccio il pieno, il pieno di figa. Puzzo di sudore e scopo. Io col mio amico Gintonic ci facciamo delle gran scopate, l’estate. Non sono bello, ultimamente ho messo su una panza tipo pallone da calcio, ma è una pancia intelligente, che pensa, lo capisco perché spesso borbotta. Due mesi fa mi è caduto un canino, se ne è andato così, senza un guaito, come i capelli, ogni giorno sempre meno. Ma me ne fotto, perché fotto lo stesso. Una volta, ai tempi delle medie, uno che non so quanti anni aveva, ma sapeva già il fatto suo, disse che si sarebbe sparato un colpo in testa non appena l’uccello non gli avrebbe tirato più. Io no. Io mi ritirerò quando a lasciarmi sarà la memoria. Perchè non te ne fai un cazzo del cazzo se non hai memoria, come uno che fa un safari senza macchina fotografica. Io me le ricordo tutte le mie scopate; Sara, Patrizia, Giulia, Mara, Maria, Tania, Ilaria, La bionda con la smart, Olga, Paola, L’amica di Daniela, Federica, Giovanna, Laura, Quella che parlava strano, Benedetta, Elisa… e c’ho la classifica: in serie C ci stanno le sveltine in macchina ei lavori di bocca nei bagni delle discoteche. In serie B le avventure negli alberghi a ore, in A le notti full optional, in Uefa ci sono le doppiette e le triplette, e in Champions quelle che il giorno dopo volevi solo un pacco di ghiaccio da metterti sul pacco. Me le ricordo tutte io.

Il monaco: non scopo da dodici anni. Da dieci vado in palestra. Da undici frequento i migliori negozi di abbigliamento. Il sabato non è sabato se non faccio ceretta-lampada-manicure. Trecentoventi euro al mese per il mio corpo; ma nessuno lo vuole. Ho letto tutti i libri sull’abbordaggio, parlo e leggo il linguaggio del corpo meglio dell’inglese, sono venerabile maestro di sesso tantrico, solo teorico ovviamente. Ho la maledizione del monaco; trasmetto sicurezza, le donne mi desiderano, ma solo per confessarsi, mi raccontano tutti i loro casini, e una dopo che ti ha raccontato la colonscopia della settimana prima, è molto difficile che si slacci il reggiseno, e se lo fa è per chiedere un parere su uno strano neo. Qualche tempo fa ci sono andato vicino però: ero in uno dei miei locali preferiti, uno di quelli che l’estate dettano legge. Però quella volta era maggio. Suonava un gruppo e la cantante era una ex-stellina di uno dei primi talent show sulla musica. Era allegra la tipa, e disponibile. Non mi raccontò dei suoi casini, non mi raccontò di come era scivolata dalla cresta della notorietà a spettacoli da venti persone a serata, voleva solo divertirsi, ma io, per inerzia da confessionale, le chiesi se per caso quel naso che le ricordavo in faccia, quel triangolo disegnato male, era stato raddrizzato per esigenze discografiche, e magari aveva perso tutto il suo carisma vocale, una specie di Sansone dei bisturi. In risposta ottenni un pugno sul mio, di naso. Speravo in un naso alla Brando, ma la mattina dopo ero lo stesso, identico, figo senza figa.

Lo scopatore medio: da 3 anni il sesso per me significa 80 movimenti pelvici nella posizione nota come del missionario. 60 spinte nella posizione nota come pecora, pecorina, novanta gradi, o dai più intellettuali more ferarum. Una volta ogni 3 giorni. Nell’intervallo mi ammazzo di seghe. All’inizio con Gaia era una roba che a raccontarla non ci si credeva, ora non c’è più niente da raccontare. Però Gaia ha un sacco di colleghe. Circa una volta a settimana usciamo a cena con una sua collega e con l’eventuale fidanzato. Il 20% di loro riesco a incontrarle il giorno dopo, da sole, di quel 20%, 1/5 diventano scopate, (((365/7)*20)/100)/5 = 2, cioè significa che riesco a tradire mia moglie due volte l’anno, in media. Non è un gran numero, è una scopata ogni sei mesi, ma quando arriva me la godo. Quando tradisco mia moglie non conto le botte prima di venire. Però conto dopo, conto il tempo che resta per la prossima scopata. E nell’intervallo, mediamente, mi ammazzo di seghe.

Maria: una volta, quando ancora frequentavo l’università, si avvicinò una ragazza e mi chiese di compilare un test, un questionario anonimo, uno studio sulla vita sessuale dei giovani tra i venti ei venticinque anni. Alla domanda “con quante persone ha avuto rapporti completi finora?”, io ho risposto due. Non è vero in senso assoluto, però è vero per me. Nel senso che con solo due persone ho avuto dei rapporti completi di tutto, di amore, passione, rispetto, tenerezza… lo so lo so, non è quello il significato di “rapporto completo”, ma chi se ne frega; io ho avuto solo due grandi amori, il resto sono scopate a portar via… e possa morire in quest’istante se non mi piace il take away. Ogni avventura è diversa, ogni uomo è una storia a parte. E io ne ho avute di avventure, ne ho viste di storie con le mutande abbassate. A volte scelgo un uomo perché è bello, altre volte perché è brutto, come quel tipo che puzzava di sudore e con la pancia a mongolfiera, che si capiva che non vedeva una donna da tanto, poverino… altre volte mi vanno i tipi selvaggi, altre volte i precisini, come il marito di quella mia collega. A volte sono una vera porca, altre volte la faccio solo annusare, così, per dispetto, come a quel piacione che si capiva che usava il trucco di far parlare le donne per poi portarle a letto. Vado con gli uomini perché ne sento bisogno e perché mi piace. Non ho sensi di colpa. Forse vi sentite in colpa perché respirate, bevete o mangiate?

Come al mare a settembre

Quest’anno è luglio, come ogni anno. Luglio in inglese si dice Giulai. Io sono bravo in inglese, me lo dice sempre la maestra d’inglese. Anche l’altra maestra me lo dice. Ma lei lo dice a tutti. Quest’anno è luglio e io mi annoio. A mare ci vado, ma a settembre. La mamma dice che c’è meno gente ed è meglio anche per me. Non è una cosa brutta, è soltanto che arrivo dopo, al mare. A luglio guardo la televisione. Come ogni mese. Ma a luglio di più, perchè non vado a scuola. E guardo i film di Alberto Sordi che piacciono a papà. Ei film americani dove ci stanno le donne che piangono che piacciono a mamma. Ei telefilm che piacciono a me. A mio fratello non so cosa gli piace in televisione. A lui piace internet, che deve essere una specie di televisione che sta dentro al computer. E non lo so a mio fratello cosa gli piace della televisione che sta dentro al computer. So che a lui gli piace chiudersi in camera con Eleonora, quando in casa ci sto solo io. Come a luglio. Che io l’ho chiesto cosa fanno in camera, e lui mi ha detto che sono piccolo e non lo posso sapere. Allora spio sempre dal buco della porta, che lo so che non sono piccolo e lo posso sapere, ma non vedo mai niente. Solo una volta ho visto un piede di Eleonora, che tipo si muoveva, ma non era lei che lo muoveva, c’era tipo mio fratello che saltava sul letto e il piede si muoveva insieme al letto. E poi mio fratello respira forte quando si chiude in camera con Eleonora, e fa il rumore della pompa per gonfiare il canotto al mare. Poi dopo un po’ escono dalla camera. Eleonora si siede sul divano dove ci sto io che sto guardando la televisione, e mi dà dei giochi che dice che si chiamano eppimil e che stanno nei panini che fa uno che si chiama Meccdonal. Che poi a me quei giochini fanno pure schifo, ma penso che fanno ancora più schifo quando uno se li ritrova nel panino, che sto Meccdonal mi sa che deve essere uno scemo forte. Comunque io a Eleonora non lo dico che gli eppimil mi fanno schifo. Lei è contenta quando me li dà e mi accarezza la testa e mi sorride. E io sento le formiche, come quando sei seduto male e si addormentano le gambe, che prima senti le formiche e poi non le senti più. Cioè non senti più proprio le gambe, non le formiche. Ma le formiche che sento quando sto sul divano con Eleonora sono diverse, sono belle, e le sento in un posto che non posso dire. Un giorno chiedo a qualcuna se vuole chiudersi in camera con me, non dico a fare cosa, così vediamo se lo sa lei, e se non lo sa ci mettiamo a saltare sul letto, però solo quando c’è mio fratello in casa, così lo capisce che non sono piccolo. Magari lo chiedo alla maestra di inglese, che pure con lei le sento le formiche. Lo chiedo quando sarò più grande, ad agosto. Le chiedo se vuole chiudersi in camera con me ad agosto, anzi le dico Ogust, perchè così si dice Agosto in inglese. Io ad Agosto sarò più grande perché faccio il compleanno. Quest’anno faccio diciotto anni. Mio fratello a diciotto anni ha preso la macchina. Io no però, perchè dice che sono ritardato, che non è una cosa brutta, significa solo che ci arrivo dopo. Come al mare a settembre.