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Puffetta non è una troia (saggio breve)

 Dato che il post pubblicato poche ore fa non era sufficientemente serio e profondo, decido di scrivere un veloce commento su di un argomento di primaria importanza e su cui si sono misurate le menti più illustri del nostro tempo: i puffi. I revival mi fanno tristezza, compresi quelli dei cartoni. A una seienne che chiede a me se ho visto il film dei puffi vorrei rispondere che io li guardavo quando i genitali dei suoi genitori erano ancora degli inutili orpelli privi di utilità alcuna come privo di senso era la loro divergenza morfologica, ma per affermare questo non contravvenendo all’onestà intellettuale il padre e la madre dell’ipotetica bambina dovrebbero essere decisamente giovani, e poi una pivella di prima elementare difficilmente apprezzerebbe cotanto slancio retorico. Ad ogni modo una cosa che non sopporto dei puffi è quando si dice che Puffetta è una troia, semplicemente perché è l’unico puffo di sesso femminile, considerazione pericolosamente e odiosamente sessista, oltre che priva di ogni fondamento. La versione ufficiale vorrebbe Puffetta come una creazione di Gargamella, ma si tratta evidentemente di una toppa di censura; il motivo per cui Gargamella dà la caccia ai puffi è perché costituirebbero l’ingrediente principale per la pietra filosofale, almeno nel fumetto, mentre nel cartone Gargamella si limita a mangiarli; ma se Gargamella può creare in provetta i suoi puffi, perché dannarsi l’anima per catturare quelli selvatici? Ma dai, parliamoci seriamente; tutti i puffi sono maschi eccetto Puffetta, è evidente che anche Puffetta è nata puffo, e Puffetta lo è diventata solo in seguito a una lunga, sofferta e sacrosanta storia di emancipazione, Puffetta è il puffo Transessuale, e nella comunità blu non viene discriminata o emarginata per questo, no, al contrario la sua diversità la rende a pieno titolo membro della società del fungo, infatti ogni puffo ha una personalità unica che si reverbera nel nome, la diversità li rende tutti uguali. In quel film di Tarantino il cui titolo è un’esortazione al suo omicidio, Bill sostiene che Clark Kent è la critica di Superman al genere umano, analogamente Puffetta è la lezione che Grande Puffo dà all’uomo moderno sull’identità di genere.

Bibliografia essenziale:

Donnie Darko

Cavie

ex-Carcere di Procida ... in lontananza Capo Miseno e i Campi Flegrei - Porfirio in licenza CCCe l’ho il biglietto ce l’ho! Ce l’ho il biglietto ce l’ho ce l’ho! – Urlando queste parole mi si parò davanti un vecchio ragazzo, mi agitava sotto al naso il rettangolo di carta che la cassiera del cinema gli aveva consegnato. Il suo tono era pregno di paura. Poi una (bella) ragazza lo allontanò gentilmente da me e mi chiese scusa. E di cosa risposi io. Dopo capì che quella ragazza, e un’altra che vidi solo in sala, dovevano essere delle psicologhe tirocinanti o qualcosa del genere, e avevano portato gli ospiti di una casa famiglia al cinema. Mi divertii a guardarle; le severe reprimende che inscenavano verso gli ospiti più scalmanati non le appartenevano, non ancora almeno, vestivano l’autorità come una divisa di tre taglie più grandi, il loro era più che altro una reazione all’imbarazzo, l’imbarazzo per gli improbabili commenti ad alta voce che il vecchio ragazzo proponeva durante le scene di sesso. Ma tornando al biglietto, quella fu la prima volta, anche se solo per una frazione di secondo, che mi sentii come… come immagino si senta una guardia, se si esclude il breve periodo in cui sono stato un assistente universitario, ma allora era diverso, la prepotenza istituzionale che ero chiamato a rappresentare era fatta di giudizio, un giudizio una tantum, e così gli studenti, spesso miei coetanei, mi guardavano in modo ambiguo, sorrisi tirati e falsi, ma dopo i miei voti sempre troppo alti, anzi più precisamente dopo la verbalizzazione da parte della professoressa del voto che avevo deciso io, quella tensione vaporizzava, i lei si trasformavano magicamente in tu, e io tornavo ad essere ai loro occhi un pischelletto con cui magari avrebbero scambiato due chiacchiere nei corridoi della facoltà, o magari no, non più un potenziale stronzo che avrebbe potuto rovinargli la giornata, o un sadico capace di fargli saltare la sessione di laurea. Un segno convenzionale a penna su un foglietto di carta stabiliva le regole del gioco di ruolo, un pezzo di carta, come il biglietto del cinema. Il contesto sociale determina la percezione della realtà sociale, suggerisce la visione di un ordine naturale anche quando quell’ordine naturale non esiste, quando è un compromesso, un’illusione. Un esempio che mi pare appartenga a Bunuel: una donna entra in ascensore, nella cabina c’è anche un uomo, l’uomo chiede alla donna di togliersi le mutande, la donna risponde con uno schiaffo, l’ascensore si ferma, l’uomo e la donna entrano nella stesso appartamento, è uno studio medico, l’uomo è un ginecologo, la donna una paziente, l’uomo ripete la richiesta e la donna esegue senza trovarci nulla di strano. Gli attori sono gli stessi, anche la richiesta è la stessa, ma cambia il contesto, e quindi anche il senso sociale, le regole. Nel 1971 lo psicologo Philip Zimbardo realizzò un esperimento che sfuggì drammaticamente di mano a lui e a si suoi collaboratori e che diventò un caso emblematico nelle scienze sociali, si tratta dell’esperimento carcerario di Standford; nel seminterrato della facoltà di psicologia dell’università di Stanford venne ricreato un carcere, gli studenti volontari che accettarono di prendere parte all’esperimento vennero assegnati casualmente al ruolo di guardia o di detenuto, dopo alcuni giorni si crearono delle dinamiche perverse, per capirci immaginate un crudo prison movie o i resoconti della caserma di Bolzaneto nel 2001. Una parte degli studenti/guardie cominciò scientificamente a minare la dignità degli studenti/detenuti, e cercò di spezzare la solidarietà che si stava creando tra i membri del gruppo in difficoltà. L’esperimento fu sospeso e furono registrati gravi casi di depressione tra i partecipanti. Il fatto che fosse un esperimento, e che i volontari chiusi dietro le sbarre non avessero commesso nessun crimine e che recitassero quel ruolo, piuttosto di quello di guardia, solo per puro caso, non inibì la comparsa di comportamenti che gli stessi protagonisti consideravano intollerabili in altri contesti. L’abito non fa il monaco dice un vecchio adagio, ma evidentemente può fare l’aguzzino. Se vogliamo quello di Zimbardo è un metaesperimento, un esperimento su un esperimento, perché la detenzione è la più grande forma di esperimento involontario della storia umana: avete presente i test sugli animali? Per stabilire la dose letale di un particolare farmaco la cavia viene bombardata da dosi massicce di principio attivo, analogamente il detenuto è sottoposto a una somministrazione massiva di obblighi, divieti e privazione della libertà, elementi comunque presenti, ma in quantità nettamente inferiori, nella vita dei cosiddetti cittadini liberi. Dalle situazioni carcerarie i governi traggono involontariamente (?) informazioni su quanto, e come, possa essere oppressa la società che amministrano, qual è il punto di non ritorno oltre il quale le regole del gioco di ruolo non valgono più.

Comunque alla fine il film non era un granché.

Rear view mirror, 2010

Dopo aver pubblicato l‘almanacco dei racconti 2010 di Magari Domani, diciamo i vangeli secondo Barabba (mh… buona, me la devo ricordare…), provo a rievocare l’anno che sta per concludersi attraverso alcune notizie e relativi post da esse ispirati:

Gennaio: A Rosarno, in Calabria, è rivolta fra i migranti, un idiota su un tetto comincia a sparare contro i manifestanti [Articolo 3]. Fa discutere un editoriale del direttore del Tg1 Minzolini su Craxi, “C’è chi gli vuole intitolare una strada…” [la toponomastica spiegata a un bambino di otto anni].  Esce il nuovo film di Paolo Virzì, ed è un gran bel film [La prima cosa bella].

Febbraio: Un’indagine della magistratura rivela il marcio dietro il G8 a L’Aquila [l’esame]. Parlamento, un’ordinaria storia di cazzotti e voti [Il grande giorno di Evangelio Fabiani]. Berlusconi invoca i paladini della libertà in vista delle elezioni regionali di marzo [ci provo col pensiero laterale].

Marzo: disastro organizzativo del centrodestra in vista delle elezioni, rischiano di saltare la lista Formigoni, la lista Polverini e il Pdl per la provincia di Roma [L’autogol]. Dal palco di piazza San Giovanni, durante la manifestazione del Pdl in chiusura di campagna elettorale, Silvio Berlusconi annuncia che entro pochi anni il governo sconfiggerà il cancro [Una volta ho quasi vinto il Nobel per la fisica].

Aprile: indignazione per una dichiarazione del cardinal Bertone che mette sullo stesso piano pedofilia e omosessualità [Malachia e l’Arcigay, e un approfondimento su vaticano e omosessualità]. L’Eurpol fa sapere che il numero di nuove sostanze stupefacenti, sintetizzate per aggirare le tabelle delle sostanze proibite, è raddoppiato rispetto all’anno precedente [I-Buffalo]

Maggio: nuove rivelazioni su Diego Anemone e Bertolaso, la banda delle emergenze, intanto a S. Onofrio (VV) un singolare caso di processione sciolta per infiltrazione mafiosa [Il sangue amaro]. Continua il suo iter parlamentare il Ddl Alfano per la riforma della giustizia, nel testo diverse norme liberticide, tra cui una subito ribattezzata norma anti-d’addario [Arrestate Nanni Loy!, e anche Al capezzale dello stato di diritto – Bis].

Giugno: Marchionne minaccia Pomigliano, ma lui lo chiama referendum [Quinto: onora il padrone, perché egli ti ha dato la vita]. Tonfo della nazionale di calcio ai mondiali in Sudafrica [Le porga la chioma]. Berlusconi si produce in quello che diventerà uno dei suoi hobby preferiti: la telefonata in diretta a Ballarò [La testa nel forno e i piedi nel congelatore]. Un video che gira su internet inchioda l’autore Daniele Luttazzi; buona parte del suo reperterio appartiene ad autori americani [Non leggete questo post e Dagli appunti del dottor B.M. / 9 (il caso Luttazzi)]

Luglio: Vendola lancia la sua candidatura a leader del centro-sinistra [Lo sparigliamento]. Nuovo testo per la riforma della Giustizia, ai blog viene richiesto il diritto di rettifica esattamente come per la stampa [Al capezzale dello stato di diritto – Quater]. Un sindaco della provincia di Treviso dichiara guerra agli omosessuali [I valori]. Caldo eccezionale, Roma invasa dagli scarafaggi [Gli striscianti]

Agosto: Tre operai dello stabilimento Fiat di Melfi vincono una vertenza, ma l’azienda prova a togliergli la dignità [Barozzino, Lamorte e Pignatelli]

Ottobre: La trasmissione televisiva Report manda in onda un servizio sulle dimore del Presidente del Consiglio nel paradiso fiscale di Antigua, intanto viene fatto ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani [Everybody can be “Ministro”]. Visita del Papa a Palermo, maluomori per il denaro pubblico investito per l’evento, e atti di squadrismo nei confronti di chi manifesta il proprio dissenso [Il Papa e la cupola], Breve riepilogo della destra extraparlamentare [la riva nera]. Giro di vite sulla pirateria, chiuso il sito Mulve [Guardie e pirati].

Novembre: Grande attesa per le rivelazioni del sito di Wikileaks [Mail, bugie e Wikileaks]. Nasce Futuro e Libertà, il partito di Gianfranco Fini [Il curioso caso di Gianfranco Button (storia di un partito nato vecchio)].  Giuliano Pisapia, outsider di Sinistra e Libertà, vince le primarie come candidato di coalizione di centro-sinistra a sindaco di Milano [Di ideali e altre quisquilie].

Dicembre: Voto di fiducia per il governo Berlusconi dopo lo strappo di Fini, il governo si salva per tre voti alla Camera. Nel frattempo scontri a Roma tra alcuni facinorosi e la polizia durante una manifestazione contro il governo, arrestati alcuni studenti che poi vengono scarcerati scatenando le ire di Alemanno, Maroni e Alfano [Nevica, governo infame!]. Niente funerali religiosi per Mario Monicelli, la leggenda del cinema italiano suicidatosi a 95 anni, finale amaro di cui non a caso era indiscusso maestro [Addio Mario]

L’apocalissernet

Questa notte ho sognato la fine del mondo… di internet. L’apocalissernet. Tipo una Chernobyl quantistica, o un tipo che al Cern di Ginevra rovescia il suo caffè lungo su un computer che era meglio restasse asciutto, un hacker che senza volerlo del tutto mette a punto l’ebola informatica, insomma qualcosa che manda in pappa tutti i server collegati in rete. Lo so che non è possibile, ma immaginatelo. Buona parte delle nostre informazioni, in pratica della nostra conoscenza, andrebbe persa, sarebbero salvi i dati salvati su memorie non collegate in rete, i backup, ma quei dati non sarebbero facilmente condivisibili perché non esisterebbe più il web. Sul mio hard disk esterno ho salvato un centinaio scarso di mp3, un due o tre film mediocri che dimentico sempre di cancellare, tre o quattro file di istallazione di programmi antiquati, questo sarebbe il mio misero apporto alla ricostruzione del mondo moderno. Temo che le probabilità di una rivoluzione sarebbero scarse, la fantasia perversa di veder crollare i palazzi delle carte di credito, e di resettare debiti e crediti come nel finale di fight club è appunto una fantasia nella fantasia, per la ragione prima esposta. Eppure gli scenari apocalittici, anche da parte di esperti insospettabili, all’alba del presunto millenium bug, si sprecarono. Un tale scenario fantascentifico farebbe tirare il fiato al mondo della musica e del cinema meno di quanto si pensi, perché la pirateria c’era anche prima del web, ma riportebbe per intero nelle mani degli editori tradizionali la pubblicità, intesa sia come promozione commerciale che come manipolazione della realtà. E a distanza di dieci anni da quel disastro che non c’è stato (se sventato o infondato la risposta agli esperti), sarebbe oggi interessante studiare gli effetti microsociali e le nevrosi dell’apocalissernet; molta gente, e io compreso, perderebbe il nord del proprio sapere, ovvero wikipedia, e poi tossici in crisi d’astinenza da facebook, e blogger frustrati dal mutismo imposto che ad un certo punto danno di matto e cominciano a scrivere sui muri di casa, tipo in shining. Chissà se ha mai pensato a tutto questo Salvatore Cobuzio, chissà se ha mai pensato di rimanere senza lavoro, perché lui, nella rete, fa il piccolo genio del male. Uno che non per provocazione, ma solo per denaro, manipola la realtà percepibile dagli schermi di un computer, per fare un esempio; avete presente la ditta Kirby? Quella che vende le aspirapolveri? Bene, un giorno si è rivolta a questo esperto di marketing per ripulire la propria immagine, e lui ha pensato di abbattere i forum in cui si parlava male dell’azienda con un bombardamento di visualizzazioni, facendone collassare i server e mettendo offline i siti, in maniera che se uno cercava su google informazioni sulla Kirby ne aveva una visione parziale ed epurata dai pareri negativi. Salvatore Cobuzio è anche quello che ha trasformato in una notte i gruppi facebook a sostegno dei terremotati dell’Abruzzo in gruppi di fan di Berlusconi. Queste e altre azioni sono raccontate in un suo romanzo semiautobiografico pubblicato dalla Fazi, “Il testamento di Salvatore Siciliano”. Cado con tutte le scarpe nel viral marketing di questo prodotto, conscio di ciò, semplicemente perché ritengo interessante la visione che dà della rete, lo stesso autore dice: “leggete tutto quello che trovate online con spirito critico. Internet non è un’invenzione come la lavatrice”.

Postilla di quattro giorni dopo: 9 maggio, il Corriere pubblica un articolo in cui l’ex consulente antiterrorismo di Clinton e Bush, Richard Clarke, parla di un potenziale attacco terroristico finalizzato al sabotaggio dei maggiori provider e all’apocalisse informatica, o come la chiama lui, la “Pearl Harbor elettronica”. Un colpo che porterebbe morte e distruzione in tutti gli Stati Uniti, con incidenti aerei, scontri ferroviari e più di 150 città al buio. Questo è lo scenario che descrive nel libro “Cyber War: The Next National Security Threat”, scritto insieme a Robert Knake, membro anziano del «Council on Foreign Relations».

I-Buffalo

Un rapporto dell’Europol riportato dai giornali ieri, rivela che le nuove sostanze stupefacenti apparse sui mercati illegali nel 2009 sono state 24, il doppio rispetto al 2008. Da anni c’è ormai una particolare gara tra guardie e ladri, è quella che vede da una parte i laboratori clandestini (siti soprattutto in Olanda e Russia, ma ultimamente anche in Cina) sintetizzare nuove molecole, e dall’altra i legislatori che devono continuamente aggiornare le tabelle delle sostanze proibite, questo vale sopratutto per le metanfetamine, le anfetamine psichedeliche, la famiglia dell’MDMA (extasy) per intenderci. Leggendo l’articolo mi è tornato alla mente il caso i-dose, ve lo ricordate? I-dose era una collezione di file audio da ascoltare esclusivamente con le cuffie, in quanto i due canali stereo emettevano dei segnali con frequenze dissonanti che avevano l’obbiettivo di “disallineare” l’attività dei due emisferi, producendo effetti che sarebbero dovuti esseri simili ad alcune droghe. Ovviamente si trattava di una bufala, la musicoterapia e l’uso di frequenze particolari può aiutare il rilassamento, o al contrario provocare un po’ di mal di testa, ma nulla di paroganabile a una sostanza chimica, ciò nonostante, nel 2008, un nucleo della guardia di finanza pensò bene di lanciare l’allarme, ricordo un alto ufficiale che durante un tg spiegava orgoglioso come aveva scoperto questa “cyber-doga”, mi pare avessero anche bloccato un sito dal quale era possibile scaricare i file, io non potevo credere alle mie orecchie, e chi in questo momento, invece, non credesse a quello che sto scrivendo può leggere questo articolo di Panorama. Mi chiedo perché uno Stato debba vietare una sostanza, e mi do tre risposte: la prima per salvaguardare la salute dei propri cittadini, nello specifico di quelli che userebbero la sostanza, la seconda per salvaguardare l’incolumità degli altri cittadini, qualora l’uso della sostanza da parte di uno possa in qualche modo danneggiare gli altri, infine per combattere le associazioni criminali che dal traffico della sostanza ricavano profitti. Personalmente condivido gli ultimi due punti, mentre ritengo che gli adulti debbano essere liberi anche di farsi male, purché informati, ma questo non conta, analiziamo piuttosto il caso i-dose alla luce di queste considerazioni: primo, che i file musicali di i-dose facessero male non lo aveva stabilito nessun esperto, per giunta i suoni non sono come gli alimenti per i quali è necessaria una certificazione sanitaria preventiva, quindi qualsiasi file audio è da ritenersi innocuo fino a quando non se ne dimostri scientificamente la pericolosità. Secondo, stento a immaginare una situazione in cui un presunto “drogato” di i-dose possa mettere in pericolo la salute di altre persone, non si può neanche sostenere per assurdo che uno si metta alla guida ascoltando i file in macchina, visto che le “istruzioni” di i-dose prevedono di ascoltare esclusivamente in cuffia e sdraiati su un letto. Terzo, i-dose era liberamente scaricabile da internet, nessuno ci guadagnava nulla. Tutto questo ragionamento mi fa concludere che la filosofia su cui si basa il moderno proibizionismo è quella di vietare gli stati alterati coscienza, a priori, indipendentemente dalle dinamiche criminali e di salute pubblica; in questo senso sarebbe da arrestare nove decimi di Paese, anche personaggi insospettabili, cittadini al di sopra di ogni sospetto, Roberto Saviano ad esempio, è un grande consumatore e spacciatore, parlo ovviamente di letteratura, di cinema, di cultura, di tutto ciò che altera la coscienza. Vabbè… mi sa che come al solito sono partito per la tangente, forse il caso i-dose è sintomatico solo dell’impreparazione su determinati argomenti delle forze dell’ordine. Forse.

Videocracy – Basta apparire

Avevo un po’ di timore ad andare a vedere questo film, in quanto la censura riservata dalla televisione italiana al trailer mi ricordava il caso di Shooting Silvio, film di Berardo Carboni che era stato cancellato dal palinsesto Sky direttamente per volere dell’imperatore; un film che nasce sotto questa stella non può che far nascere immense aspettative in chi si appresta a vederlo, se poi la pellicola è mediocre (e dire mediocre, credetemi, è un eufemismo) l’effetto delusione rischia di moltiplicarsi all’ennesima. Ma a differenza di Shooting Silvio, Videocracy sa il fatto suo, certo non sarà studiato nelle scuole di cinema e di giornalismo come esempio di documentario perfetto, ma non gli si possono nascondere alcuni meriti; l’incipit è notevole, con le immagini di repertorio di un’infima trasmissione locale trasmessa dal retro di un bar, un colpo grosso ante litteram che aveva fatto infuriare i padroni della zona in quanto, per colpa di quella trasmissione, gli operai arrivavano in fabbrica un po’ sbattuti, da quel miraggio del paleolitico catodico, in un montaggio serrato di volti televisivi, ma soprattutto di natiche e seni, si giunge al giorno d’oggi, col padrone delle televisioni del Paese che è diventato anche il padrone del Paese stesso. La descrizione dell’inquinamento del senso di realtà e dei sogni, ad opera del cancro televisivo, è affidato al racconto di pochi personaggi, evidentemente inconsci dell’ottica e delle intenzioni dell’autore; come Riccardo, ragazzo che vive il sogno di apparire in tv come un diritto irrununciabile, o Lele Mora, che ammette candidamente di essere amico di Berlusconi e “mussoliniano”, o Fabrizio Corona, al quale forse, Erik Gandini attribuisce più rilevanza mediatica di quanto ne abbia realmente il personaggio. Il bisturi incide, ma non va fino in fondo; l’autore, nella seconda parte del documentario, rinuncia allo studio analitico e si arrende al ritratto del tragicomico.

Ma ora veniamo alla cronaca; nel film Berlusconi ha un ruolo secondario, non si parla quasi mai di lui in veste di politico, ai suoi guai giudiziari si accenna di sfuggita, quello che interessa a Gandini è scattare una polaroid a uno dei più potenti mostri mediatici attualmente in vita, e forse è questo ad aver irritato maggiormente il diretto interessato, non le critiche in sè, ogni giorno se ne leggono di peggiori, ma la lingua con la quale le critiche sono comunicate, la stessa lingua che lo ha reso quello che è. Interessante è l’opinione di un regista Mediaset, che descrive la rete come la proiezione materiale del mondo interiore di Berlusconi, fatto solo di effimero, canzonette e donne nude.

Ultime righe per concedermi una considerazione personale: nel film si parla di rivoluzione culturale ad opera della televisione commerciale, “rivoluzione” è un termine che indica un cambiamento repentino, non esprime un giudizio di valore sul cambiamento stesso. Alcuni amici che hanno visto questo film, me lo hanno descritto come desolante e deprimente, relativamente all’immagine che dà del livello culturale raggiunto dal popolo italiano. Loro probabilmente non avrebbero avuto dubbi nell’usare il termine “involuzione”. O sicuramente non avrebbero usato “evoluzione”. Io non lo so se l’Italia è peggiorata o migliorata con l’avvento della televisione commerciale, nell’82 ero troppo piccolo, non saprei dirlo con certezza ma temo che me la facessi ancora addosso, però ho un’impressione, ed è quella che gli italiani si stiano sempre più polarizzando; un tempo si diceva che i ricchi diventano sempre più ricchi ei poveri sempre più poveri, ed è ancora così, e purtroppo succede anche che chi è informato è sempre più informato e gli ignoranti sempre più ignoranti.

Maria e il verro, il monaco e lo scopatore medio

Il verro: l’estate puzzo. Porcadiquellaputtana se l’estate puzzo. Ma l’estate è la mia stagione. L’estate è il mio autogrill; faccio il pieno, il pieno di figa. Puzzo di sudore e scopo. Io col mio amico Gintonic ci facciamo delle gran scopate, l’estate. Non sono bello, ultimamente ho messo su una panza tipo pallone da calcio, ma è una pancia intelligente, che pensa, lo capisco perché spesso borbotta. Due mesi fa mi è caduto un canino, se ne è andato così, senza un guaito, come i capelli, ogni giorno sempre meno. Ma me ne fotto, perché fotto lo stesso. Una volta, ai tempi delle medie, uno che non so quanti anni aveva, ma sapeva già il fatto suo, disse che si sarebbe sparato un colpo in testa non appena l’uccello non gli avrebbe tirato più. Io no. Io mi ritirerò quando a lasciarmi sarà la memoria. Perchè non te ne fai un cazzo del cazzo se non hai memoria, come uno che fa un safari senza macchina fotografica. Io me le ricordo tutte le mie scopate; Sara, Patrizia, Giulia, Mara, Maria, Tania, Ilaria, La bionda con la smart, Olga, Paola, L’amica di Daniela, Federica, Giovanna, Laura, Quella che parlava strano, Benedetta, Elisa… e c’ho la classifica: in serie C ci stanno le sveltine in macchina ei lavori di bocca nei bagni delle discoteche. In serie B le avventure negli alberghi a ore, in A le notti full optional, in Uefa ci sono le doppiette e le triplette, e in Champions quelle che il giorno dopo volevi solo un pacco di ghiaccio da metterti sul pacco. Me le ricordo tutte io.

Il monaco: non scopo da dodici anni. Da dieci vado in palestra. Da undici frequento i migliori negozi di abbigliamento. Il sabato non è sabato se non faccio ceretta-lampada-manicure. Trecentoventi euro al mese per il mio corpo; ma nessuno lo vuole. Ho letto tutti i libri sull’abbordaggio, parlo e leggo il linguaggio del corpo meglio dell’inglese, sono venerabile maestro di sesso tantrico, solo teorico ovviamente. Ho la maledizione del monaco; trasmetto sicurezza, le donne mi desiderano, ma solo per confessarsi, mi raccontano tutti i loro casini, e una dopo che ti ha raccontato la colonscopia della settimana prima, è molto difficile che si slacci il reggiseno, e se lo fa è per chiedere un parere su uno strano neo. Qualche tempo fa ci sono andato vicino però: ero in uno dei miei locali preferiti, uno di quelli che l’estate dettano legge. Però quella volta era maggio. Suonava un gruppo e la cantante era una ex-stellina di uno dei primi talent show sulla musica. Era allegra la tipa, e disponibile. Non mi raccontò dei suoi casini, non mi raccontò di come era scivolata dalla cresta della notorietà a spettacoli da venti persone a serata, voleva solo divertirsi, ma io, per inerzia da confessionale, le chiesi se per caso quel naso che le ricordavo in faccia, quel triangolo disegnato male, era stato raddrizzato per esigenze discografiche, e magari aveva perso tutto il suo carisma vocale, una specie di Sansone dei bisturi. In risposta ottenni un pugno sul mio, di naso. Speravo in un naso alla Brando, ma la mattina dopo ero lo stesso, identico, figo senza figa.

Lo scopatore medio: da 3 anni il sesso per me significa 80 movimenti pelvici nella posizione nota come del missionario. 60 spinte nella posizione nota come pecora, pecorina, novanta gradi, o dai più intellettuali more ferarum. Una volta ogni 3 giorni. Nell’intervallo mi ammazzo di seghe. All’inizio con Gaia era una roba che a raccontarla non ci si credeva, ora non c’è più niente da raccontare. Però Gaia ha un sacco di colleghe. Circa una volta a settimana usciamo a cena con una sua collega e con l’eventuale fidanzato. Il 20% di loro riesco a incontrarle il giorno dopo, da sole, di quel 20%, 1/5 diventano scopate, (((365/7)*20)/100)/5 = 2, cioè significa che riesco a tradire mia moglie due volte l’anno, in media. Non è un gran numero, è una scopata ogni sei mesi, ma quando arriva me la godo. Quando tradisco mia moglie non conto le botte prima di venire. Però conto dopo, conto il tempo che resta per la prossima scopata. E nell’intervallo, mediamente, mi ammazzo di seghe.

Maria: una volta, quando ancora frequentavo l’università, si avvicinò una ragazza e mi chiese di compilare un test, un questionario anonimo, uno studio sulla vita sessuale dei giovani tra i venti ei venticinque anni. Alla domanda “con quante persone ha avuto rapporti completi finora?”, io ho risposto due. Non è vero in senso assoluto, però è vero per me. Nel senso che con solo due persone ho avuto dei rapporti completi di tutto, di amore, passione, rispetto, tenerezza… lo so lo so, non è quello il significato di “rapporto completo”, ma chi se ne frega; io ho avuto solo due grandi amori, il resto sono scopate a portar via… e possa morire in quest’istante se non mi piace il take away. Ogni avventura è diversa, ogni uomo è una storia a parte. E io ne ho avute di avventure, ne ho viste di storie con le mutande abbassate. A volte scelgo un uomo perché è bello, altre volte perché è brutto, come quel tipo che puzzava di sudore e con la pancia a mongolfiera, che si capiva che non vedeva una donna da tanto, poverino… altre volte mi vanno i tipi selvaggi, altre volte i precisini, come il marito di quella mia collega. A volte sono una vera porca, altre volte la faccio solo annusare, così, per dispetto, come a quel piacione che si capiva che usava il trucco di far parlare le donne per poi portarle a letto. Vado con gli uomini perché ne sento bisogno e perché mi piace. Non ho sensi di colpa. Forse vi sentite in colpa perché respirate, bevete o mangiate?

C’è un mostro sotto il mio letto

Ha fatto il giro del mondo questo video, in cui un robot mandato nelle fogne di Raleigh (North Carolina, Usa), ha ripreso delle masse gelatinose che stimolate dalla luce della videocamera reagiscono contraendosi. Ovviamente si è scatenata la bagarre delle pseudo teorie, chi sostiene siano larve aliene, chi essere mutanti, chi parla di video tarocco. A queste tre ipotesi si accostano tre correnti, tre scuole di pensiero che addobbano il web con le loro elucubrazioni: gli ufologisti (ho letto ultimamente che addirittura la crisi economica sarebbe, secondo loro, una strategia aliena), gli eco-apocalittici, gli scettici-complottisti (anche questo post è un fake scritto da un impiegato Cia per distogliere l’attenzione dai problemi politici mondiali)*. Il biologo Thomas Kwak ha sostenuto trattarsi di colonie di Brizoi, invertebrati che spesso formano colonie di quella dimensione, mentre l’ingegnere Mark Senior della ditta di manutenzione delle fogne di Raleigh, ha dichiarato che non c’è nulla di strano, si tratta del Tubifex Tubifex, verme che si nutre principalmente di batteri e vive in acqua o in zone umide, è comunemente presente nelle fogne e nei canali di scolo. Facendo un giro sul web non si può non dar ragione al buon Mark Senior, impiegatucolo municipale che ha sbeffeggiato gli esperti del News & Observer, basta ricercare su Google Immagini il Tubifex per trovare grovigli dello stesso colore e fattezze dei “mostri” delle fogne di Raleigh (inoltre c’è chi i Tubifex addirittura li vende o li alleva come mangime per i pesci d’acquario). Ma non è esattamente di questo che voglio parlare (cioè di cosa siano quei cosi nelle fogne), ma della psicosi sociale, già qui avevo sostenuto che la madre di tutte le leggende metropolitane è la paura, “La paura del progresso scientifico, la paura del degrado ambientale, la paura del diverso, la paura dell’ignoto, la paura della paura”. Le fogne sono un luogo mitico, come tutti i luoghi che esistono ma non si vedono, come i Paesi del cosidetto Terzo Mondo per l’occidente, come una stanza buia per un bambino. Inoltre le fogne hanno un significato simbolico ben preciso: esse raccolgono quello che il  nostro organismo produce ma di cui la mente si vergogna (per intenderci le feci, gli escrementi, lo sterco, le deiezioni, la cacca, la pupù, la merda la… ehm… sì, ritorno in me, è che da grande volevo fare il vocabolario dei sinonimi e contrari), è inevitabile che le fogne si carichino di una quantità di fantasie e miti non comuni: oltre ai citatissimi coccodrilli nelle fogne di New York, alcuni immaginavano colonie di umanoidi o società parallele, per citare uno dei tanti esempi nella letteratura e nel cinema, nelle fogne vivevano i sovversivi del film “Delicatessen”, di Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet (quello de “Il Favoloso Mondo d’Amalie”). Vabbè, volevo concludere con una carrellata di questi esempi, ma il mio entusiamo si è esaurito come la batteria di questo vecchio notebook, quindi vi linko l’elenco delle creature leggendarie non umane.

*Non me ne vogliano i diretti interessati. Ma soprattutto mi scusino per l’estrema semplificazione, tipica di chi non conosce quello di cui sta parlando, o degli intellettual-fascisti (quelli che “è come dico io, e chi la pensa diversamente è un idiota e non ha diritto di dire la sua”) , però se mi dovessi mettere ad analizzare tutte le ipotesi dovrei chiedere tre mesi di aspettativa al lavoro e nutrirmi via flebo per non perdere tempo (ho volontariamente tralasciato la parte inerente al catetere… ops… l’ho detto).

Piove, nonostante tutto e nonostante voi, governo ladro!

Oggi a Roma piove. E non mi dispiace affatto. Ma non solo oggi, sono sempre contento quando piove.

Decido di fare autoanalisi e mi faccio un caffè (la Sandoz ha smesso di sintetizzare l’acido lisergico a scopi psicoterapeutici nel ’68). Scopro che la ragione di questo mio sentimento ha ragioni politiche, ma non nell’accezione quotidiana, ma nel senso più nobile: sono cresciuto in una regione che ha ancora oggi grossi problemi di approvigionamento idrico, la Puglia, non tanto e non solo per una bassa piovosità e la natura del terreno che non trattiene le acque piovane, ma soprattutto per una mala gestione dei bacini idrici, ad ogni modo dicevo, sono cresciuto in Puglia e in un paesino a forte carattere agricolo, avevo forse cinque anni, era primavera e c’era una forte siccità, stavo giocando a casa di un amico, sentiamo una strana musica, ci affacciamo dal balcone e sotto di noi scorre una processione, una processione religiosa che aveva lo scopo di chiedere al santo patrono un po’ d’acqua dal cielo. La processione era misera, la seguiva qualche immancabile vecchietta col velo nero e una decina di uomini le cui enormi mani suggerivano un’intimità con la zappa. Eppure provai una forte emozione, sia per l’impatto scenico della processione (hanno evocato in me la stessa sensazione solo alcune scene di Tornatore), sia per il dramma sociale, che non tangeva di striscio nè me, nè la mia famiglia, nè quella del mio amico, ma si sa, la sensibilità dei bambini è pari solo alla loro cattiveria. Da allora per me l’acqua è diventata una cosa politica, ripeto, nel senso puro del termine. Quando sentii per la prima volta l’adagio “Piove, governo ladro!”, non pensavo al fatto che con quella frase si accusasse (ironicamente) un ipotetico governo di tutti i mali, compresa la pioggia, ma la interpretavo come un avvertimento al governo ladro in quanto il popolo aveva avuto un segno dal cielo della sua benevolenza (tradotto sarebbe “Piove finalmente, e ora sono cazzi tuoi, governo ladro!”).  Altro elemento che ora mi viene in mente, è che ho sempre avuto un rispetto totale verso chi si guadagnava da vivere con la terra; sempre da bambini, quando ancora non avevano fatto comparsa nelle nostre vite gli insulti a sfondo sessuale, l’insulto peggiore era “pecoraro”, ovvero l’allevatore di ovini, non so perché dovesse essere un insulto, ma so comunque che in qualsiasi altra parte d’Italia espressioni come “cafone” e “villano” non erano esattamente dei complimenti, ad ogni modo mi rifiutavo di usare queste espressioni, e quando lo facevo mi sentivo in colpa. Quando immaginavo un contadino me lo immaginavo solo, in mezzo alla natura, ma non in sintonia con essa, ma in conflitto, cosa che poi avrei focalizzato meglio leggendo “Il vecchio e il mare” diversi anni dopo, ma non era neanche questa immagine epica a suscitarmi rispetto… era… il senso di colpa, il senso di colpa per non aver sofferto per quella siccità quell’anno; io volevo stare dalla parte di quelli che godono quando piove, e non del governo ladro, chiunque e qualsiasi cosa fosse un governo ladro.

Bon, la seduta è finita, vado in pace… come? la parcella? ma che me la devo pagare da solo? Vabbè facciamo che ti offro una birra… Dici che offrendotela la bevo pure io? Vabbè allora ne bevo due.

Psicopatologia del Web Searching / 2

Avevo già parlato (qui) degli strani vizi dei frequentatori di Google, ma mi era sfuggita una categoria fantastica che mi è chiara solo ora, una categoria che potremmo definire “futurista” : c’è gente che interroga Google nel vero senso dell’espressione, cioè gli fa proprio delle domande, come se il sito fosse Hal 9000, il supercomputer di “2001 Odissea nello Spazio”. Qualche esempio dalle statistiche del mio blog:

  • come tranqullizzarmi dopo il terremoto?
  • quali sono i temi di vai e vivrai?
  • i miliardi con quanti 0 si scrivono? (questa l’avevo già segnalata nel primo post, Nda)
  • scossa di terremoto circa 40 minuti fa, dove? (questa è di gran lunga la mia preferita)

E il bello è che comunque qualche risultato attinente alla loro ricerca i futuristi lo trovano, e quindi pensano che davvero l’oracolo di Mountain View risponda alle loro domande. Ora una volta tanto non voglio fare il moralista savonarola (condizione che mi sono accorto alquanto frequente nella mia vita on-line, ma non in quella reale) arringando contro l’ignoranza del popolo italiano; probabilmente c’è nel nostro paese un’ingenuità riguardo la tecnologia e la scienza (fortunatamente non generale, come dimostrano le cariolate di ricercatori che esportiamo), ma così è, stop, è un carattere, non è colpa di nessuno. Ancora ricordo, scompisciandomi, quando per fare uno scherzo a mia madre, mi nascosi in cucina e con quei puntatori laser che andavano di moda anni fa (ma ogni tanto gli ambulanti li ripropongono) “sparai” la massa informe che sarebbe diventata pasta al forno; mi toccò schivare un mattarello lanciato a mo’ di boomerang, non tanto come ritorsione per lo scherzo, ma come ammonimento a non “contaminare” più il cibo con le “radiazioni di quel coso”. Ma se provo tenerezza pensando a un vecchietto con gli occhiali sulla punta del naso, che scrive al “Caro signor Google…” col vocabolario accanto per non sbagliare, e non fare figuracce davanti alle persone importanti, sono meno sereno quando penso che questo è l’humus ideale per quella gentaglia che approfitta dell’ingenuità tecno-scientifica per rifilare macchine miracolose per guarire i tumori comodamente a casa (fatto realmente accaduto), e quant’altro… di questo sì che bisognerebbe vergognarsi e chiedersi se… ecco, chiudo il post qui, prima che Girolamo Maria Francesco Matteo (che non è una scolaresca ma il nome completo di Savonarola) abbia il sopravvento su di me.

P.s. Non c’entra nulla col post, ma volevo segnalare questo video, parafrasando Andrea G. Pinketts: è così idiota che è geniale.

Psicopatologia del Web Searching / 1

C’è un post (questo) in cui ho sostenuto che poche cose come le leggende metropolitane descrivono meglio una cultura, tra quelle poche cose c’è anche google; chiunque abbia un blog o un sito sa bene che tra le Keywords visibili nel proprio contatore (ovvero le parole ricercate nei motori di ricerca che hanno portato l’utente web a finire in una pagina del nostro sito), ci sono delle robe allucinanti, riporto alcune delle ricerche più bizzarre del mese di maggio per il mio blog:

dove comprare un kalashnikov
Emma Marcegaglia nuda
[lo giuro! ndr] e la variante Emma Marcegaglia al mare
Figlio di Franco Giuseppucci
[Franco Giuseppucci è stato uno dei boss della Banda della Magliana, lo cito qui e qui] e la variante Dove abita il figlio di Franco Giuseppucci*
foto soldi davanti e dietro
fidanzate spiate
lo stipendio di maria de filippi
come si scrive qualcosa
apparentato col come si scrive per la qual cosa
9,5 miliardi come si scrive
ma che cazzo è il ministero della gioven
[lo vorrei sapere anche io caro lettore, qui]
i miliardi con quanti 0 si scrivono?

*Nel mio Web Counter ho registrato anche un vecchio blog usato da me e da altri cialtroni come bacheca per una lega di fantacalcio, e la ricorrenza della categoria “dove abita xxxx?” è impressionante (Dove abita Mexes? Dove abita Materazzi? Dove abita Califano? … ), se queste informazioni sono ricercate da fan, ladri, finanzieri o paparazzi, purtroppo non è dato sapere.

Dog’s dick way post (post alla cazzo di cane)

L’altra sera ho visto il film “Soffocare”, tratto dal mio libro preferito del mio autore preferito, Chuck Palahniuk (in realtà è solo uno dei miei autori preferiti, ma così la frase suonava meglio). Il film mi ha abbastanza deluso; c’è una regola non scritta che vuole i film tratti da un libro sempre un spanna indietro rispetto all’opera originale. E’ una regola che odio. Posso citare almeno un caso in cui un film è nettamente migliore del libro da cui è tratto: “Auguri Professore” per la regia di Riccardo Milani, contro “Storie fuori registro” scritto dal pur bravissimo Domenico Starnone. Se fossi sincero direi anche che è l’unico caso che conosco. Ma la sincerità è una dote a cui non aspiro. Aspiro piuttosto a qualcosa che non viene comunemente definita  una dote, ma aiuta sicuramente a vivere meglio; non parlo dei sogni marzulliani, ma dell’ignoranza. Pensate al vantaggio esistenziale nel non incazzarsi al lavoro quando calpestano i vostri diritti, semplicemente perché non sapete di avere diritti. Pensate che bello la mattina aprire la home di Repubblica e non avere un reflusso gastroesofageo, leggendo le ultime cazzate dell’esecutivo, semplicemente perché non sapete leggere. Qualcuno dirà che non ci vuole niente a essere ignoranti, che è la cosa più facile del mondo, ma non è così: una volta uno psicologo mi spiegò che la difficoltà nel curare la depressione non è tanto la mancanza di una cura universalmente efficace, ma la tendenza del depresso a non seguirla, come se a quella vergine di Norimberga nella sua testa ci fosse affezionato. Anche se soffre come un cane non può farne a meno, perché quel dolore non è qualcosa di esterno, quel dolore è lui. Ecco la prima considerazione di questo post; come la depressione, la non-ignoranza è una malattia che si autoalimenta. C’è un bellissimo dialogo nel romanzo “Nero come il cuore” di Giancarlo De Cataldo (in realtà potrebbe essere un parto della mia immaginazione, ma dato l’oggetto del post sono giustificato);  in una sauna, un commisario si confida con l’avvocato protagonista della storia, e gli dice che loro non sono destinati alla carriera, perché sono intelligenti, e chi è intelligente sa che c’è sempre qualcuno che ha più diritto di fare strada, e inconsciamente si fa da parte, mentre chi questa sensibilità non ce l’ha ha, può andare dritto come un treno ad alta velocità. Indi, seconda considerazione, per fare carriera bisogna essere stupidi, e quindi necessariamente ignoranti.
Conclusione: mamme e babbi, crescete i vostri bimbi nel buio dell’ignoranza, non mandateli a scuola, bruciate i libri, insegnategli solo le parole necessarie alla sopravvivenza, e avrete dei figli felici e di successo.

P.S.: la non-ignoranza non è sapienza. La Sapienza non mi appartiene, ci ho semplicemente studiato.

P.P.S. Bis: cercavo su internet l’espressione “Dog’s dick way” e sono finito su una pagina di Wikipedia versione inglese, esattamente una pagina chiamata “Italian profanity” (qui), cioè una pagina in cui vengono “spiegate” le espressioni volgari italiane;  di quasi tutte le parole viene semplicemente descritto il significato, ma leggete questa:

  • coglione (pl. coglioni): roughly equivalent to testicle; where referred to a person, it usually means burk, twit, fool. In addition, it can be used on several phrases such as avere i coglioni (literally, to have testicles; actually, to be very courageous) or essere un coglione (to be a fool). Coglione was also featured in worldwide news when used by former Italian PM Silvio Berlusconi referring to those who would not vote for him during the 2006 Italian election campaign.[2] It derives from Latin culio, pl. culiones, and is thus cognate to the Spanish cojones;

E’ esattamente quello che intendevo quando ho scritto “Pensate che bello la mattina aprire la home di Repubblica e non avere un reflusso gastroesofageo, leggendo le ultime cazzate dell’esecutivo, semplicemente perché non sapete leggere”.

Siamo tutti Ivanone

Questa notte ho sognato che ero su un molo, con un mare leggermente increspato, guardavo con un binocolo l’orizzonte, e riuscivo a vedere il profilo di qualcosa, forse un isola, forse una costruzione in mezzo al mare, come una piattaforma petrolifera, all’improvviso qualcuno, dalla spiaggia accanto al molo, mi urla di fuggire, mi guardo intorno e scopro il perché; vedo arrivare un motoscafo della guardia costiera, il mio pensiero in quel momento è “pensano che io sia straniero”, la barca accosta il molo, io la guardo e il mio sguardo “spinge” la barca giù, affondandola, con i due pubblici ufficiali che vengono risucchiati dal fondo in una postura assurda, tipo omini della Lego. Ora le voci dalla spiaggia sono molte, e mi urlano che sono un assassino. Io scappo, trovo riparo in una stradina buia e sento le sirene delle pantere circondare l’isolato. E io penso che se solo riuscissi a far capire che non sono straniero sarei salvo, ma mentre lo penso sento la mia voce parlare un italiano ridicolo, come la parlata di Oreste Lionello che doppia Peter Sellers in “Hollywood Party”. Appena sveglio ho pensato al sogno e mi è venuta in mente questa notizia, ascoltata la notte prima nella rassegna stampa notturna; ero troppo stanco per elaborare una considerazione in merito, l’ho appresa come farebbe un computer. Ma il mio inconscio era probabilmente meno stanco.

Nel finale del bellissimo “Ovosodo” di Virzì, il protagonista elenca tutti i personaggi alla fine della storia, compreso il fratello ritardato Ivanone, ed esattamente dice di lui (recito a memoria quindi potrei essere impreciso): “Ora mio fratello passa le giornate in via Garibaldi con i suoi amici africani, nessuno sa in che lingua si parlino, ma forse mio fratello non è mai stato malato, era semplicemente straniero”. Quello che intendo è che non c’è bisogno di scomodare Camus per capire che la condizione di straniero non è una condizione solo geografica. Tutti nella vita siamo stati stranieri; e lo siamo quando cominciamo un nuovo lavoro, quando finisce una relazione, quando perdiamo un amico, quando scopriamo di avere il conto in rosso, quando scopriamo di avere una malattia, quando ci fanno una multa, quando cambiamo quartiere, quando non ci sentiamo rappresentati, quando ci rubano in casa, quando dobbiamo lavorare di domenica, quando non abbiamo lavoro, quando facciamo cilecca, quando ci mandano a cacare, quando finisce la carta igienica, quando si rompono gli occhiali, quando nessuno ci ascolta, quando siamo incompresi, quando siamo soli.

Siamo tutti Ivanone. Anche Maroni.

Requiem per il 55

Un tempo c’era il 55 notturno, un autobus che spaccava la Roma notturna da un capo all’altro. Ora si chiama “Notturna 1”; l’ho scoperto l’altra notte, quando ero abbastanza ubriaco da decidere la ritirata, ma non abbastanza da elemosinare un passaggio. Forse per la vecchia linea, quel passaggio da 55 a 1 è stata una specie di promozione; gli autobus della Notturna 1 sono più grandi e passano con una frequenza meno aleatoria. Il 55 notturno invece era un ossimoro su quattro ruote, specie il giovedì. Sempre pieno di passeggeri da sputare in faccia a qualsiasi norma sulla sicurezza, solcava una Roma tanto deserta da continuare a stupire anche chi da una vita andava a letto alle sei. Lavoratori bengalesi, studenti universitari, ubriachi, matti, puttane e poveracci che si erano persi, tutti schiena contro schiena, gamba contro gamba. Vederlo apparire all’improvviso barcollante sull’Appia muta, era come vedere una fanfara che appare da dietro una duna del deserto, la sagra della salciccia allestita su un iceberg. Era una visione poetica; ovviamente vista da fuori, a starci dentro il concetto di poesia era un non sense, a meno che non si trovasse poetica la puzza di sudore. Mi pare siano gli scintoisti a credere che anche gli oggetti abbiano un’anima, purché l’oggetto abbia più di cento anni; forse quella turista americana che ha restituito il sasso trafugato ai Fori imperiali 25 anni fa, era tormentata dallo spettro di Cicerone che arringava contro di lei nella sua stanza da letto in North Carolina. O molto più probabilmente era solo la sua coscienza. Ad ogni modo il tirocinio secolare è iniquo per tutti quegli oggetti creati nel nostro tempo, soprattutto quelli tecnologici; forse quando siete nei casini, il telefono vi dice già batteria scarica, ma riuscite comunque a fare quella telefonata che vi salva il culo, non dovete ringraziare il Signor Li-Ion, ma il vostro primo Tacs che vi guarda da lassù (o dalla discarica di Acerra), quando il lavoro di un mese rischia di andare a donne che praticano il meretricio perchè Xp si è impallato, rivolgete una preghiera al nonno Commodore 64, se vi si forano non una, ma due pneumatici, a 3 chilometri da casa, andate verso il marciapiede più vicino e aspettate, magari passa il Notturna 1.

P.s. a tutti quelli che mi conoscono: non mi sono bevuto il cervello, anche perché il cervello al massimo si mangia, that’s just entertainment.

My Cousin tells me that…

Dopo anni di studi sulle scienze sociali ho appreso solo pochi concetti. Pochi ma confusi. C’è una cosa, però, che non mi hanno insegnato ma che ho capito da solo (in realtà non escludo che possa essere una cosa tanto scontata da non aver bisogno di essere sottolineata): non c’è nulla che descrive meglio una cultura quanto le sue leggende metropolitane. Tutte quelle notizie al limite del verosimile mi mandano in brodo di giugiole (oddio… “brodo di giugiole”, che espressione atavica, “atavica”… che vocabolo vetusto, “vetusto” che… e così ad libitum, “ad libitum”… vabbè, qui la ricetta del brodo di giuggiole), sia per la loro dimensione sociologica, sia per quella letteraria. Immagino che esistano dei trattati seri sul tema, ma io, che sono un cialtrone (ma un signor cialtrone), mi posso permettere di dire la mia senza aver fatto una ricerca approfondita; le leggende del nostro tempo, e del nostro dove, hanno una matrice comune, cioè la paura. “La paura del progresso scientifico, la paura del degrado ambientale, la paura del diverso, la paura dell’ignoto, la paura della paura” (questo virgolettato non ha senso in quanto mi sono autocitato, e per giunta da fonte inedita, ma per protesta gli do anche una mano di corsivo). Ovviamente ci sono leggende e leggende, storie e storielle, alcune vengono addirittura inventate e messe su pista per scopi commerciali!  Già… perché le leggende si possono anche “creare in laboratorio”, e la cosa intriga non poco il mio “Passegero Oscuro” (i fun di Jeff Lindsay e “Dexter” apprezzeranno la citazione). Un trucco per farlo, immagino sia cavalcare i pregiudizi e gli stereotipi,  mi ricordo un sociologo partenopeo, di cui però non rammento il nome (“rammento”, che parola… ect. ect.) che parlando con un suo amico si sente chiedere: “Allora cosa si racconta a Napoli? Cosa si sono inventati ora?”, il sociologo, che in quanto meridionale e intellettuale aveva il raffinato vizio della presa per il culo, gli raccontò che l’ufficio anagrafe di Napoli era pieno di genitori che volevano chiamare i figli “Dottor”, “Professor”, “Ingegner” ect, in maniera che da adulti sarebbero stati il Dottor Esposito, il Professor Russo, l’Ingegner Cavallo, pur avendo magari solo la licenza elementare. Qualche mese dopo la storia “ritornò” allo stesso sociologo sotto forma di racconto di un amico che sosteneva di aver visto con i suoi occhi un atto di nascita.

Concludo il post con una domanda e un link. La domanda è: e se la storia che ho appena raccontato fosse completamente inventata? Se fosse una  meta-leggenda? Il link invece è questo, magari all’interno del sito segnalato c’è anche la risposta alla domanda. Ma anche no.