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Cavie

ex-Carcere di Procida ... in lontananza Capo Miseno e i Campi Flegrei - Porfirio in licenza CCCe l’ho il biglietto ce l’ho! Ce l’ho il biglietto ce l’ho ce l’ho! – Urlando queste parole mi si parò davanti un vecchio ragazzo, mi agitava sotto al naso il rettangolo di carta che la cassiera del cinema gli aveva consegnato. Il suo tono era pregno di paura. Poi una (bella) ragazza lo allontanò gentilmente da me e mi chiese scusa. E di cosa risposi io. Dopo capì che quella ragazza, e un’altra che vidi solo in sala, dovevano essere delle psicologhe tirocinanti o qualcosa del genere, e avevano portato gli ospiti di una casa famiglia al cinema. Mi divertii a guardarle; le severe reprimende che inscenavano verso gli ospiti più scalmanati non le appartenevano, non ancora almeno, vestivano l’autorità come una divisa di tre taglie più grandi, il loro era più che altro una reazione all’imbarazzo, l’imbarazzo per gli improbabili commenti ad alta voce che il vecchio ragazzo proponeva durante le scene di sesso. Ma tornando al biglietto, quella fu la prima volta, anche se solo per una frazione di secondo, che mi sentii come… come immagino si senta una guardia, se si esclude il breve periodo in cui sono stato un assistente universitario, ma allora era diverso, la prepotenza istituzionale che ero chiamato a rappresentare era fatta di giudizio, un giudizio una tantum, e così gli studenti, spesso miei coetanei, mi guardavano in modo ambiguo, sorrisi tirati e falsi, ma dopo i miei voti sempre troppo alti, anzi più precisamente dopo la verbalizzazione da parte della professoressa del voto che avevo deciso io, quella tensione vaporizzava, i lei si trasformavano magicamente in tu, e io tornavo ad essere ai loro occhi un pischelletto con cui magari avrebbero scambiato due chiacchiere nei corridoi della facoltà, o magari no, non più un potenziale stronzo che avrebbe potuto rovinargli la giornata, o un sadico capace di fargli saltare la sessione di laurea. Un segno convenzionale a penna su un foglietto di carta stabiliva le regole del gioco di ruolo, un pezzo di carta, come il biglietto del cinema. Il contesto sociale determina la percezione della realtà sociale, suggerisce la visione di un ordine naturale anche quando quell’ordine naturale non esiste, quando è un compromesso, un’illusione. Un esempio che mi pare appartenga a Bunuel: una donna entra in ascensore, nella cabina c’è anche un uomo, l’uomo chiede alla donna di togliersi le mutande, la donna risponde con uno schiaffo, l’ascensore si ferma, l’uomo e la donna entrano nella stesso appartamento, è uno studio medico, l’uomo è un ginecologo, la donna una paziente, l’uomo ripete la richiesta e la donna esegue senza trovarci nulla di strano. Gli attori sono gli stessi, anche la richiesta è la stessa, ma cambia il contesto, e quindi anche il senso sociale, le regole. Nel 1971 lo psicologo Philip Zimbardo realizzò un esperimento che sfuggì drammaticamente di mano a lui e a si suoi collaboratori e che diventò un caso emblematico nelle scienze sociali, si tratta dell’esperimento carcerario di Standford; nel seminterrato della facoltà di psicologia dell’università di Stanford venne ricreato un carcere, gli studenti volontari che accettarono di prendere parte all’esperimento vennero assegnati casualmente al ruolo di guardia o di detenuto, dopo alcuni giorni si crearono delle dinamiche perverse, per capirci immaginate un crudo prison movie o i resoconti della caserma di Bolzaneto nel 2001. Una parte degli studenti/guardie cominciò scientificamente a minare la dignità degli studenti/detenuti, e cercò di spezzare la solidarietà che si stava creando tra i membri del gruppo in difficoltà. L’esperimento fu sospeso e furono registrati gravi casi di depressione tra i partecipanti. Il fatto che fosse un esperimento, e che i volontari chiusi dietro le sbarre non avessero commesso nessun crimine e che recitassero quel ruolo, piuttosto di quello di guardia, solo per puro caso, non inibì la comparsa di comportamenti che gli stessi protagonisti consideravano intollerabili in altri contesti. L’abito non fa il monaco dice un vecchio adagio, ma evidentemente può fare l’aguzzino. Se vogliamo quello di Zimbardo è un metaesperimento, un esperimento su un esperimento, perché la detenzione è la più grande forma di esperimento involontario della storia umana: avete presente i test sugli animali? Per stabilire la dose letale di un particolare farmaco la cavia viene bombardata da dosi massicce di principio attivo, analogamente il detenuto è sottoposto a una somministrazione massiva di obblighi, divieti e privazione della libertà, elementi comunque presenti, ma in quantità nettamente inferiori, nella vita dei cosiddetti cittadini liberi. Dalle situazioni carcerarie i governi traggono involontariamente (?) informazioni su quanto, e come, possa essere oppressa la società che amministrano, qual è il punto di non ritorno oltre il quale le regole del gioco di ruolo non valgono più.

Comunque alla fine il film non era un granché.

Ad ognuno il suo Vietnam

In Sociologia c’è un concetto fondamentale che è quello dell’anomia. Il suo significato può variare da scuola a scuola, ma sostanzialmente si può indicare come anomia uno stato di sofferenza, individuale e diffuso, dovuto alla discrepanza tra mete culturali e le reali possibilità di raggiungerle. Un esempio; si pensi alla cultura dei paesi capitalisti, la ricchezza è il successo professionale sono delle mete, dei valori, ma non tutti possono raggiungerle, e così cresce fra i losers (come vengono chiamati negli U.s.a.) l’alienazione, spesso la rabbia e comportamenti devianti (che altro non sono che strategie per raggiungere in maniera diversa gli stessi obbiettivi, in altre parole la delinquenza come strada per la ricchezza).

Ora tutto sto pippone perché ho letto un articolo (non ricordo più dove) in cui si raccontava dei casi di instabilità mentale di ex concorrenti di reality italiani (mi pare che un certo Paolo dell’ultima edizione del Grande Fratello sia stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, modo politicamente corretto per dire che è stato tradotto in un reparto psichiatrico indipendentemente dalla sua volontà, ancora più semplice: lo hanno portato al manicomio), leggevo quest’articolo dicevo, e mi è venuto in mente che questa televisione è un laboratorio in cui si è creata l’anomia in provetta: chi accede ad un programma definito reality et similia, ha l’obbiettivo, la meta, di “sistemarsi” in tv, ma il numero di soggetti è superiore ai reali posti che la tv di lungo periodo può offrire, creando frustrazione negli esclusi.

La televisione dei reality sta producendo un’emergenza sociale; la sindrome del reduce che non riesce, o non vuole, reintegrarsi nella società, che è quello che succedeva negli Usa con chi aveva fatto la Seconda Guerra Mondiale o il Vietnam. Pensate al grande cinema di guerra, riveduto alla luce di queste considerazioni:

Apocalypse Now show:  lo stagista Beniamino viene incaricato direttamente dalla dirigenza della televisione per cui lavora, di trovare il potente dirigente Curzio, che sembra abbia dato di matto e si sia nascosto in una piccola emittente locale italiana, in cui ha creato uno spettacolo che va in onda 24 ore su 24 solo per lui. In questa missione, che deve rimanere segreta per non ledere la fama dell’azienda, allo stagista Beniamino viene affidata una squadra sgangherata, tra cui un ballerino omosessuale in là con l’età, un opinionista riconglionito, Dj Francesco.

Full Metal Tutù: Primo Tempo – Scuola di preparaione alla Scuola di Amici. un ragazzotto sovrappeso viene continuamente insultato dall’insegnante di ballo, il ragozzotto si mette di impegno e riesce a superare le selezioni, ma la sera stessa con un tutù soffoca l’insegnante e poi si uccide mangiando tutte le scarpette del plotone. – Secondo Tempo – La trasmissione comincia, i concorrenti vengono eliminati (in tutti i sensi), ei sopravvissuti cantano la sigla finale.

Il Cacciatore di talenti: tre ragazzi, tre amici, vengono mandati a fare da giudici alle pre-selezioni di x-factor, nel loro girovagare vengono rapiti da una famiglia di cinesi che li chiudono in un seminterrato di Prato e li costringono all’ascolto, per ore, di canzoni italiane con accento cantonese, uno dei ragazzi sfila la pistola di uno dei caricerieri, se la punta alla tempia e prova a suicidarsi, ma la pistola è scarica. I tre riescono in qualche modo a fuggire, ma uno di loro scompare: lo ritrovano anni dopo in un ristorante cinese di Bologna a servire pollo e bambù, pensa di essere nato a Pechino e sogna di partecipare alla Corrida.

My Cousin tells me that…

Dopo anni di studi sulle scienze sociali ho appreso solo pochi concetti. Pochi ma confusi. C’è una cosa, però, che non mi hanno insegnato ma che ho capito da solo (in realtà non escludo che possa essere una cosa tanto scontata da non aver bisogno di essere sottolineata): non c’è nulla che descrive meglio una cultura quanto le sue leggende metropolitane. Tutte quelle notizie al limite del verosimile mi mandano in brodo di giugiole (oddio… “brodo di giugiole”, che espressione atavica, “atavica”… che vocabolo vetusto, “vetusto” che… e così ad libitum, “ad libitum”… vabbè, qui la ricetta del brodo di giuggiole), sia per la loro dimensione sociologica, sia per quella letteraria. Immagino che esistano dei trattati seri sul tema, ma io, che sono un cialtrone (ma un signor cialtrone), mi posso permettere di dire la mia senza aver fatto una ricerca approfondita; le leggende del nostro tempo, e del nostro dove, hanno una matrice comune, cioè la paura. “La paura del progresso scientifico, la paura del degrado ambientale, la paura del diverso, la paura dell’ignoto, la paura della paura” (questo virgolettato non ha senso in quanto mi sono autocitato, e per giunta da fonte inedita, ma per protesta gli do anche una mano di corsivo). Ovviamente ci sono leggende e leggende, storie e storielle, alcune vengono addirittura inventate e messe su pista per scopi commerciali!  Già… perché le leggende si possono anche “creare in laboratorio”, e la cosa intriga non poco il mio “Passegero Oscuro” (i fun di Jeff Lindsay e “Dexter” apprezzeranno la citazione). Un trucco per farlo, immagino sia cavalcare i pregiudizi e gli stereotipi,  mi ricordo un sociologo partenopeo, di cui però non rammento il nome (“rammento”, che parola… ect. ect.) che parlando con un suo amico si sente chiedere: “Allora cosa si racconta a Napoli? Cosa si sono inventati ora?”, il sociologo, che in quanto meridionale e intellettuale aveva il raffinato vizio della presa per il culo, gli raccontò che l’ufficio anagrafe di Napoli era pieno di genitori che volevano chiamare i figli “Dottor”, “Professor”, “Ingegner” ect, in maniera che da adulti sarebbero stati il Dottor Esposito, il Professor Russo, l’Ingegner Cavallo, pur avendo magari solo la licenza elementare. Qualche mese dopo la storia “ritornò” allo stesso sociologo sotto forma di racconto di un amico che sosteneva di aver visto con i suoi occhi un atto di nascita.

Concludo il post con una domanda e un link. La domanda è: e se la storia che ho appena raccontato fosse completamente inventata? Se fosse una  meta-leggenda? Il link invece è questo, magari all’interno del sito segnalato c’è anche la risposta alla domanda. Ma anche no.