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Sotto il segno del granchio di fiume

Come in quell’antico proverbio cinese, l’altro giorno mi sono seduto sulla riva del fiume e ho atteso il cadavere del mio nemico, ovviamente non è successo niente, anche perché il mio antagonista sarebbe dovuto essere uno gnomo, in quanto quello che avevo davanti non era davvero un fiume ma un rigagnolo, la diramazione di un torrente che un tempo affluiva nel Tevere. Cercavo con lo sguardo i pesci, guardarli mi tranquillizza, e immagino conviene essere rilassati prima di vedere il cadavere putrefatto di uno gnomo, ma non se n’è visto manco uno, né di pesce né di gnom0, però ho osservato a lungo un granchio; infilava le chele nel fango, probabilmente nella melma apriva e chiudeva velocemente le tenaglie fino a quando qualcosa non inceppava il meccanismo, allora tirava su l’arto dal fango e portava alla bocca, o in qualsiasi altro modo si chiami l’incipit del tratto digestivo di un granchio, quel qualcosa che era rimasto intrappolato nella chela. A volte non trovava niente, allora faceva due passi in diagonale e si tuffava in due nuovi carotaggi. Questa scena mi ha fatto pensare a un concetto filosofico che probabilmente molti lettori reputeranno troppo ostico ed elitario, il cui gergo suonerà ai più eccessivamente aulico: la merda. Perché cos’è un granchio di fiume se non una creatura geneticamente programmata a frugare nella merda? Avete storto la bocca o avete provato pena per il Potamon fluviatile? È evidente che il vostro gusto, la vostra sensibilità o il vostro pudore, sono innaturali, perché contrari alla logica che governa la natura; gli animali coprofagi (di cui non fa parte il granchio) non sono un’aberrazione della natura, ma un anello fondamentale della catena alimentare, e anche le farfalle, ebbene sì, anche alcune eleganti farfalle sono ghiotte di cacca. Gli escrementi sono il tasso di interesse che il regno animale paga alla terra per le sostanze nutritive che da essa prende in prestito, pensate che fico sarebbe portare mensilmente in banca un secchio di feci in cambio della rata del mutuo, merda al posto del mattone, che poi è quello che succede in alcune zone dell’Africa in cui gli escrementi di vacca vengono impastati con la paglia secca per costruire capanne. A livello esistenziale la merda è l’unica certezza della vita insieme alla morte. L’impatto psicologico degli escrementi, e dei traumi che ad essi sono associati, non sono di certo una novità per la psicologia post-freudiana, basti pensare all’importanza che il padre della psicoanalisi aveva attribuito alla fase anale nella formazione dell’io. Esistono testimonianze etnografiche di popolazioni in cui urinare in pubblico era considerato normale, ma non mi risulta (ma potrei sbagliarmi) di realtà culturali che non contemplassero il pudore nell’espletazione dei bisogni corporali solidi, e ciò renderebbe la defecazione il solo tabù universale insieme all’incesto. Alla merda è legato anche il progresso tecnologico; si pensi al contributo che ha dato alla nascita dell’ingegneria idraulica la necessità di allontanare dagli stanziamenti umani i liquami fognari, e si pensi oggi alla possibilità di trarre energia elettrica da essi. Il caffè più costoso al mondo è il Kopi Luwak (o altre miscele che lo contengono), che prevede l’uso dei chicchi di caffè digeriti (e quindi defecati) dal Paradoxurus hermaphroditus, altrimenti noto come zibetto della palme. Ma alla prova dei fatti la cacca cos’è? È il prodotto di una funzione fisiologica, nello specifico dell’apparato digerente; la merda sta all’intestino come le idee stanno al cervello (a volte qualcuno partorisce “idee di merda” ma a fini esplicativi riterremo la cosa un’eccezione), e se è vero che sotto le nostre città ci sono mari di cacca e se, con buona pace di Leibniz, questo è un mondo di merda, è vero anche che da qualche parte esistono mari di idee e un mondo di idee. È così che il cesso di casa dimostra in maniera lampante l’esistenza dell’Iperuranio.

Dagli appunti del dottor B.M. / 7 (il paradigma del gelato al sedano)

La proprietà transitiva è un fondamento dell’aritmetica, ma non della vita reale: le cose vengono percepite anche in base alla loro posizione. Un piccolo esperimento: andate in un supermercato e comprate un vasetto di yogurt, recatevi alla cassa e dopo averlo pagato chiedete una busta di plastica, giunti a casa prendete la busta e disponetela laddove generalmente è riposto il contenitore dell’immondizia, ora telefonate a un amico e invitatelo a casa, dopo avergli offerto il caffè gli mostrate la busta che fodera il secchio della spazzatura con dentro l’intonso vasetto di yogurt, e gli chiedete di prenderlo, con le mani, è molto probabile che il vostro amico si rifiuti schifato, la stessa probabilità cala vertiginosamente se disponete la busta in un altro angolo della casa. La percezione dello stesso vasetto di yogurt cambia a seconda del punto di casa in cui si trova, se è in un frigo si può mangiare, se è in una busta in un angolo della cucina non si può nemmeno toccare. Altra considerazione sperimentale: quanti di voi mangerebbero un cono gelato al sedano, al vino malvasia o al gusto “peperoni, capperi e cioccolato bianco”*? Pochi, davvero pochi, a giudicare dal fatto che il gelataio pazzo al quale mi riferisco non replica sovente queste trovate, eppure quegli stessi gelati sono fra gli antipasti e i contorni di alcuni ristoranti di grandi chef. Anche in questo caso la traslazione fisica da un posto a un altro, nel caso specifico dal gelataio sotto casa al ristorante di lusso, dal cono al piattino orlato d’oro, cambia la percezione della cosa.
Conclusione: il valore del contesto nel processo di significazione** è spesso ricordato quando si parla di intercettazioni telefoniche, citazioni improprie, estrapolazioni, ed è vero, il contesto è fondamentale, ma troppe volte è usato come un alibi; a volte una porcheria rimane una porcheria qualsiasi sia il contesto, come un vasetto di yogurt rimane un vasetto di yogurt anche in una busta di plastica sotto al lavandino.

* Vi giuro che non è un’invenzione, l’ho visto e per amore di scienza e conoscenza l’ho anche assaggiato; sapeva di peperonata dimenticata in frigo nel ripiano sotto al tiramisu.
** “processo di significazione” potrebbe essere un’espressione d’uso comune in semiotica, ma anche no, visto che me la sono inventata mentre scrivevo.