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Esercizi di filosofia etica da fare allo specchio*

Andate verso uno specchio e portate con voi una superficie lunga quanto o più del vostro viso, un libro va benissimo, coprite metà della vostra faccia con il libro, osservate il riflesso del vostro volto a metà. Ripetete l’operazione con l’altra metà della faccia. Scoprirete che le due metà, che i due emi-volti, sono diversi, e soprattutto scoprirete che una sola delle due mezze-facce la sentite vostra, che vi somiglia, una sola è la faccia che avete sempre pensato di avere. Ora guardate di nuovo il vostro riflesso, guardate il vostro lato “povero”, fatelo a lungo, a un certo punto avrete l’impressione che quella faccia a metà è la faccia di un estraneo, uno sconosciuto che vive in voi, e magari avrete scostato di scatto il libro dal volto; avete avuto paura. La familiarità di una delle due immagini dipende dalla predominanza di un emisfero sull’altro, quando vi guardate allo specchio la metà del volto che “vince” sull’altra è quella relativa al lato dominante. Ma sto divagando; quello che mi interessa è quella fitta di malessere che avete provato quando avete avuto l’impressione che il volto che stavate fissando non vi apparteneva. Nella letteratura, nel senso più ampio del termine, uno dei temi più ricorrenti è quello del doppio, della nostra parte oscura, ed è sempre malvagia, cruenta, è il demone che viene fuori nei raptus, è la nostra anima “cattiva”, “cattiva” perché minaccia la nostra identità dominante; l’identità è il nostro sistema operativo, non se ne può fare a meno, quando la gente si chiede se c’è vita dopo la morte in realtà si chiede se la propria identità, quella e solo quella, continuerà a riconoscersi, per questo la teoria della reincarnazione non è stata mai dominante nella nostra cultura, perché non appagante in questo senso. Noi sappiamo di essere quello che siamo e tutto ciò che destabilizza la nostra immagine provoca disagio, sofferenza, nevrosi. Noi ci conosciamo non solo in termini fisici (come sono i nostri capelli, i denti, i piedi…), o psicologici (i sentimenti che proviamo, quello che ci piace, quello che odiano…), ma anche in termini sociali, ovvero il nostro ruolo in famiglia, nel lavoro, nella comunità in senso ampio, tutto ciò che comporta una modifica dello status sociale è potenzialmente destabilizzante, tanto un licenziamento quanto una promozione, tanto un matrimonio quanto un divorzio, ma con dinamiche e impatti differenti. Mentre scrivo questo penso ai lavoratori stranieri sulla gru a Brescia, penso a un commento che ho sentito di sfuggita, forse in televisione, o letto in rete, la sostanza del commento era che va bene lottare per i propri diritti, o per un salario più equo, ma richiedere la cittadinanza è superare il segno, è chiedere troppo. Lo status di cittadino italiano (o bresciano) è probabilmente, per l’autore di quel commento, un tassello fondamentale della sua immagine di sé, lui si sente lui perché diverso da quelli di colore che lavorano nei cantieri, e qual è la “forma” che sancisce tale diversità? La cittadinanza. Magari lavoro in un cantiere e rischio la vita pure io, ma io sono diverso da te, perché io sono italiano. La stessa dinamica probabilmente muove gli ultras della famiglia contro il riconoscimento legale delle coppie di fatto. Per non parlare degli “eterosessualisti”. E pensare che l’ “altro” vive in noi: basta guardarsi allo specchio con un libro in faccia per scoprirlo.

* in realtà gli argomenti trattati sono propri della psicologia, psicologia sociale e sociologia. Ma il titolo suonava meglio così, e poi il termine filosofia dà sempre quel tono di apparente autorevolezza, come un film in bianco&nero, un portasigarette d’argento, il velluto marrone a coste.

Good Morning Aman

Aman (Said  Sabrie) è un ragazzo di origine somala che bazzica i dintorni di Termini e sogna di vendere auto. Una notte, su un tetto, conosce Teodoro (Valerio Mastandrea), un insonne come lui, si scambiano poche parole, nasce una strana amicizia, alimentata dai centoni che Teodoro infila nella tasca del giubbino di Aman, e diosolosa quanto Aman ne abbia bisogno. Perché Teodoro lo fa? Cosa vuole da lui?
L’Italia è un paese multietnico, sembra strano ma è così, sono numerose le comunità ormai radicate da tempo nelle nostre città metropolitane (ma non solo; si pensi alla comunità cinese di Prato, probabilmente la più grande e la più importante dello stivale). Il cinema nostrano si è accorto dei migranti soprattutto dopo lo sbarco dei ventimila albanesi a Bari nel 1991, l’immagine della vecchia nave che tracimava corpi si è impressa nell’inconscio di tutti coloro che all’epoca avevano raggiunto l’età della ragione. Ma non ricordo molti film che abbiano esplorato lo stato e le storie dei migranti di seconda generazione, o meglio, degli italiani di nuova generazione. “Good Morning Aman” non ha solo questo merito*, il film dell’esordiente Claudio Noce, che firma lo script insieme all’attore/sceneggiatore Diego Ribon, è un film importante, snobbato dal pubblico e dalla critica che lo ha menzionato solo per l’egregia prova di Valerio Mastandrea (che ha talmente creduto nel film da co-produrlo). Il soggetto è solido e tagliente, la sceneggiatura a tratti presenta qualche opacità, ma ha il merito di essersi spinto in un territorio parzialmente inesplorato. La regia ha personalità da vendere, stupendi i primi piani, mai banali, come la composizione dell’inquadratura. Davvero difficile credere che sia un esordio.
*In realtà Aman non è nato in Italia, ma vi è arrivato da piccolo, molto piccolo, ed è a tutti gli effetti italiano, con tutti i pregi e i difetti del caso.

Siamo tutti Ivanone

Questa notte ho sognato che ero su un molo, con un mare leggermente increspato, guardavo con un binocolo l’orizzonte, e riuscivo a vedere il profilo di qualcosa, forse un isola, forse una costruzione in mezzo al mare, come una piattaforma petrolifera, all’improvviso qualcuno, dalla spiaggia accanto al molo, mi urla di fuggire, mi guardo intorno e scopro il perché; vedo arrivare un motoscafo della guardia costiera, il mio pensiero in quel momento è “pensano che io sia straniero”, la barca accosta il molo, io la guardo e il mio sguardo “spinge” la barca giù, affondandola, con i due pubblici ufficiali che vengono risucchiati dal fondo in una postura assurda, tipo omini della Lego. Ora le voci dalla spiaggia sono molte, e mi urlano che sono un assassino. Io scappo, trovo riparo in una stradina buia e sento le sirene delle pantere circondare l’isolato. E io penso che se solo riuscissi a far capire che non sono straniero sarei salvo, ma mentre lo penso sento la mia voce parlare un italiano ridicolo, come la parlata di Oreste Lionello che doppia Peter Sellers in “Hollywood Party”. Appena sveglio ho pensato al sogno e mi è venuta in mente questa notizia, ascoltata la notte prima nella rassegna stampa notturna; ero troppo stanco per elaborare una considerazione in merito, l’ho appresa come farebbe un computer. Ma il mio inconscio era probabilmente meno stanco.

Nel finale del bellissimo “Ovosodo” di Virzì, il protagonista elenca tutti i personaggi alla fine della storia, compreso il fratello ritardato Ivanone, ed esattamente dice di lui (recito a memoria quindi potrei essere impreciso): “Ora mio fratello passa le giornate in via Garibaldi con i suoi amici africani, nessuno sa in che lingua si parlino, ma forse mio fratello non è mai stato malato, era semplicemente straniero”. Quello che intendo è che non c’è bisogno di scomodare Camus per capire che la condizione di straniero non è una condizione solo geografica. Tutti nella vita siamo stati stranieri; e lo siamo quando cominciamo un nuovo lavoro, quando finisce una relazione, quando perdiamo un amico, quando scopriamo di avere il conto in rosso, quando scopriamo di avere una malattia, quando ci fanno una multa, quando cambiamo quartiere, quando non ci sentiamo rappresentati, quando ci rubano in casa, quando dobbiamo lavorare di domenica, quando non abbiamo lavoro, quando facciamo cilecca, quando ci mandano a cacare, quando finisce la carta igienica, quando si rompono gli occhiali, quando nessuno ci ascolta, quando siamo incompresi, quando siamo soli.

Siamo tutti Ivanone. Anche Maroni.