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Lettera aperta alla HBO

Cara Home Box Office, i vostri prodotti audiovisivi incontrano piacevolmente i miei gusti, ma diciamocelo chiaramente; non tutte quello che producete è all’altezza del vostro potenziale. Questa non è una lettera di reclamo, è una proposta per migliorare il vostro lavoro; di seguito ci sono un po’ di idee del cazzo che potete liberamente usare, in maniera tale da impegnare le vostre menti migliori sui progetti di punta:

Genere sit-com per adulti (questa sarebbe fica girarla in Italia, in Brianza, o nel Nord-Est, in quest’ultimo caso si potrebbe citare il capolavoro “Signore e Signori” di Pietro Germi, ma voi che cazzo ne sapete…): Una tipa è a capo di una fabbrica di profilati plastici in una piccola comunità ricca e provinciale. La fabbrica va male e il marito della tipa è scappato all’improvviso, probabilmente a Cuba, lasciandola da sola con i debiti e due figli maschi. Quando sta per scrivere un comunicato aziendale sul pc di casa, per informare i dipendenti dell’inevitabile chiusura, si imbatte nel materiale porno che il figlio più grande ha visionato su quel pc. Arrossisce, anche se è da sola, e comincia a cancellare le pagine dalla cronologia del browser, ma mentre lo fa la sua vista viene attratta da alcuni oggetti, oggetti colorati che bellissime ragazze si passano sorridenti. L’illuminazione: la sua fabbrica produrrà sex toys. La riconversione andrà alla grande, ma la tipa dovrà fare quotidianamente i conti con l’ipocrisia, il moralismo, ma anche l’avidità della sua comunità.

Genere noir stupefacente (filone che nascerà dopo Breaking Bad, fidatevi): C’è un tizio sui trentanni, un biochimico, uno che nonostante l’età adulta e i titoli accademici viene frequentemente appellato come “ragazzo”, uno perbene, uno che ha sboccato il sangue sui libri tutta la vita, impacciato con le donne, simpatico a tutti, anche se nessuno lo conosce davvero. Svolge un’attività di ricerca su una pianta misteriosa, la salvia divinorum, pianta resa recentemente illegale in molti Stati per via delle sue proprietà stupefacenti, e proprio sul suo principio psicoattivo, il salvinorin-A, il tizio incentra la sua ricerca. Poi un giorno gli comunicano che il dipartimento per cui lavora non ha più i fondi per finanziare il progetto. Il tizio rimane senza lavoro, e in città avvengono dei misteriosi casi di delirio, un delirio molto simile a quello indotto dal salvinorin-A, gli episodi diventano sempre più frequenti e le autorità aprono le indagini; inizialmente si indaga sul tizio, ma egli riesce a dimostrare la sua innocenza, allora viene assunto come consulente, in quanto nessuno conosce meglio di lui gli effetti della pianta. La pista del folle trova riscontro, l’avvelenatore seriale comincia a rivendicare i suoi “scherzi”, firmandosi come “l’untore”; l’avvelenamento di un acquedotto, la nebulizzazione dell’allucinogeno nell’impianto di areazione di un centro commerciale, la contaminazione di derrate alimentari, ha anche individuato una molecola che in sinergia col Salvinorin-A ne allunga gli effetti nel tempo. Le conseguenze degli scherzi sono spesso drammatiche, con incidenti mortali e traumi irreversibili, ma si registrano anche casi più difficilmente classificabili, come persone che cambiano stile di vita e che si riferiscono all’attentato parlando di rivelazione. Si sviluppa anche una sorta di strano turismo in città, con gente che vi si reca sperando di capitare nei piani dell’untore. Alla fine il tizio giungerà all’identità dell’untore, che altri non è che il suo alter ego schizoide, slatentizzato dall’assunzione involontaria e duratura di piccolissime quantità di salvinorin.

Idee sparse per serial killer che tornano sempre utili: un testimone di geova che di notte ammazza chi la domenica mattina al citofono lo manda a fanculo. Un autore televisivo frustrato che rapisce i dirigenti di rete, gli legge tutto Pasolini e poi li accoltella. Poi, serial killer degli autisti di autobus che arrivano in ritardo, di blogger che copiano i post altrui senza citare la fonte, di quelli che dicono “apericena”.

Sono solo canzonette

L’altro giorno mi è partito involontariamente un colpo di telecomando e mi sono ritrovato su X Factor, il format internazionale che ha l’obbiettivo di creare una nuova pop-star, o una cazzata del genere. C’è una cosa di quella visione che mi ha violentato: l’abuso della parola “emozione”. Dunque, io nella maggior parte dei casi aborro l’uso del termine in questione, per vari motivi che non vi spiegherò, e non ve lo spiegherò perché voglio in realtà parlare di un altro imperdonabile abuso linguistico. Vi siete mai chiesti perché associamo il muscolo cardiaco al sentimento noto come amore? Io sì, e finalmente ho scoperto perché. Bisogna tornare molto indietro, ai tempi di Ippocrate di Coo, quattrocento avanti Cristo. Ippocrate è stato il primo medico in senso moderno, a lui si devono i concetti di diagnosi e prognosi, lo studio anatomico sui cadaveri e addirittura la cartella clinica, anche se è più comunemente noto per il “giuramento”, un manifesto deontologico a cui si devono attenere anche i medici contemporanei. Il modello fisiologico di Ippocrate è noto come teoria umorale: lo stato psico-fisico del paziente è stabilito dall’equilibrio di quattro umori, la bile gialla, la bile nera, il flegma e il sangue. Ognuno dei fluidi ha sede in un organo e determina un temperamento: la bile gialla nel fegato e provoca la collera, la bile nera nella milza ed è responsabile della malinconia, il flegma risiede nel cervello e genera beatitudine e calma, infine il sangue dipende dal cuore e a lui si associano, come sappiamo, le passioni. Quindi la fortuna di tanti poetastri, nonché la forma di alcuni cioccolatini, viene decretata da una teoria priva di fondamento di 2500 anni fa. Ma anche l’associazione tra ira e fegato discende dalla medicina di Ippocrate. Ma c’è un organo che proprio non ce l’ha fatta ad affrancarsi, forse perché il temperamento che gli attribuiva Ippocrate è quello meno desiderato; la milza. Se immaginassimo un mondo in cui la milza rappresentasse per la malinconia quello che il cuore rappresenta per l’amore, dovremmo riscrivere la storia. Ma intanto cominciamo con le canzonette. Cercando su google scopro che almeno tre brani hanno come titolo “Malinconia” (uno di Luca Carboni, uno di Riccardo Fogli e uno di Califano), almeno uno di loro avrebbe potuto intitolare il brano come la sacca di sangue riposta nel nostro addome, superando così il problema dell’omonimia, mentre il brano del ventennio “Vivere senza malinconia” di Bixio, poi parodiato da Jannacci, diventerebbe “Vivere senza milza” che mi sembra anche un bel messaggio per chi ne ha subito l’asportazione chirurgica, decisamente da far vedere a uno specialista è l’“Azzurra milza” di Toto Cotugno, più poetica e misteriosa è la “Milza d’ottobre” di Dalla. Se poi ampliamo le proprietà biologico-semantiche  dell’organo fino a comprendere il concetto di “tristezza”, la lista dei brani da riscrivere si fa ben più lunga; da quello che sarebbe anche un ottimo nome per una rivista medica, ovvero “Milza moderna” di Patty Pravo, al saluto che le rivolge il reuccio Claudio Villa con “Buongiorno Milza”, tormentato è invece Astrud Gilberto che si strugge in “Milza ti prego va via” (per giunta il verso “dipingerò la mia stanza di rosso prefigura probabilmente un cruento tentativo di asportazione in ambito domestico), e Biagio Antonacci sembra aver risolto il problema firmando “Ciao Milza”, e così ad libitum…

Videocracy – Basta apparire

Avevo un po’ di timore ad andare a vedere questo film, in quanto la censura riservata dalla televisione italiana al trailer mi ricordava il caso di Shooting Silvio, film di Berardo Carboni che era stato cancellato dal palinsesto Sky direttamente per volere dell’imperatore; un film che nasce sotto questa stella non può che far nascere immense aspettative in chi si appresta a vederlo, se poi la pellicola è mediocre (e dire mediocre, credetemi, è un eufemismo) l’effetto delusione rischia di moltiplicarsi all’ennesima. Ma a differenza di Shooting Silvio, Videocracy sa il fatto suo, certo non sarà studiato nelle scuole di cinema e di giornalismo come esempio di documentario perfetto, ma non gli si possono nascondere alcuni meriti; l’incipit è notevole, con le immagini di repertorio di un’infima trasmissione locale trasmessa dal retro di un bar, un colpo grosso ante litteram che aveva fatto infuriare i padroni della zona in quanto, per colpa di quella trasmissione, gli operai arrivavano in fabbrica un po’ sbattuti, da quel miraggio del paleolitico catodico, in un montaggio serrato di volti televisivi, ma soprattutto di natiche e seni, si giunge al giorno d’oggi, col padrone delle televisioni del Paese che è diventato anche il padrone del Paese stesso. La descrizione dell’inquinamento del senso di realtà e dei sogni, ad opera del cancro televisivo, è affidato al racconto di pochi personaggi, evidentemente inconsci dell’ottica e delle intenzioni dell’autore; come Riccardo, ragazzo che vive il sogno di apparire in tv come un diritto irrununciabile, o Lele Mora, che ammette candidamente di essere amico di Berlusconi e “mussoliniano”, o Fabrizio Corona, al quale forse, Erik Gandini attribuisce più rilevanza mediatica di quanto ne abbia realmente il personaggio. Il bisturi incide, ma non va fino in fondo; l’autore, nella seconda parte del documentario, rinuncia allo studio analitico e si arrende al ritratto del tragicomico.

Ma ora veniamo alla cronaca; nel film Berlusconi ha un ruolo secondario, non si parla quasi mai di lui in veste di politico, ai suoi guai giudiziari si accenna di sfuggita, quello che interessa a Gandini è scattare una polaroid a uno dei più potenti mostri mediatici attualmente in vita, e forse è questo ad aver irritato maggiormente il diretto interessato, non le critiche in sè, ogni giorno se ne leggono di peggiori, ma la lingua con la quale le critiche sono comunicate, la stessa lingua che lo ha reso quello che è. Interessante è l’opinione di un regista Mediaset, che descrive la rete come la proiezione materiale del mondo interiore di Berlusconi, fatto solo di effimero, canzonette e donne nude.

Ultime righe per concedermi una considerazione personale: nel film si parla di rivoluzione culturale ad opera della televisione commerciale, “rivoluzione” è un termine che indica un cambiamento repentino, non esprime un giudizio di valore sul cambiamento stesso. Alcuni amici che hanno visto questo film, me lo hanno descritto come desolante e deprimente, relativamente all’immagine che dà del livello culturale raggiunto dal popolo italiano. Loro probabilmente non avrebbero avuto dubbi nell’usare il termine “involuzione”. O sicuramente non avrebbero usato “evoluzione”. Io non lo so se l’Italia è peggiorata o migliorata con l’avvento della televisione commerciale, nell’82 ero troppo piccolo, non saprei dirlo con certezza ma temo che me la facessi ancora addosso, però ho un’impressione, ed è quella che gli italiani si stiano sempre più polarizzando; un tempo si diceva che i ricchi diventano sempre più ricchi ei poveri sempre più poveri, ed è ancora così, e purtroppo succede anche che chi è informato è sempre più informato e gli ignoranti sempre più ignoranti.

Ad ognuno il suo Vietnam

In Sociologia c’è un concetto fondamentale che è quello dell’anomia. Il suo significato può variare da scuola a scuola, ma sostanzialmente si può indicare come anomia uno stato di sofferenza, individuale e diffuso, dovuto alla discrepanza tra mete culturali e le reali possibilità di raggiungerle. Un esempio; si pensi alla cultura dei paesi capitalisti, la ricchezza è il successo professionale sono delle mete, dei valori, ma non tutti possono raggiungerle, e così cresce fra i losers (come vengono chiamati negli U.s.a.) l’alienazione, spesso la rabbia e comportamenti devianti (che altro non sono che strategie per raggiungere in maniera diversa gli stessi obbiettivi, in altre parole la delinquenza come strada per la ricchezza).

Ora tutto sto pippone perché ho letto un articolo (non ricordo più dove) in cui si raccontava dei casi di instabilità mentale di ex concorrenti di reality italiani (mi pare che un certo Paolo dell’ultima edizione del Grande Fratello sia stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, modo politicamente corretto per dire che è stato tradotto in un reparto psichiatrico indipendentemente dalla sua volontà, ancora più semplice: lo hanno portato al manicomio), leggevo quest’articolo dicevo, e mi è venuto in mente che questa televisione è un laboratorio in cui si è creata l’anomia in provetta: chi accede ad un programma definito reality et similia, ha l’obbiettivo, la meta, di “sistemarsi” in tv, ma il numero di soggetti è superiore ai reali posti che la tv di lungo periodo può offrire, creando frustrazione negli esclusi.

La televisione dei reality sta producendo un’emergenza sociale; la sindrome del reduce che non riesce, o non vuole, reintegrarsi nella società, che è quello che succedeva negli Usa con chi aveva fatto la Seconda Guerra Mondiale o il Vietnam. Pensate al grande cinema di guerra, riveduto alla luce di queste considerazioni:

Apocalypse Now show:  lo stagista Beniamino viene incaricato direttamente dalla dirigenza della televisione per cui lavora, di trovare il potente dirigente Curzio, che sembra abbia dato di matto e si sia nascosto in una piccola emittente locale italiana, in cui ha creato uno spettacolo che va in onda 24 ore su 24 solo per lui. In questa missione, che deve rimanere segreta per non ledere la fama dell’azienda, allo stagista Beniamino viene affidata una squadra sgangherata, tra cui un ballerino omosessuale in là con l’età, un opinionista riconglionito, Dj Francesco.

Full Metal Tutù: Primo Tempo – Scuola di preparaione alla Scuola di Amici. un ragazzotto sovrappeso viene continuamente insultato dall’insegnante di ballo, il ragozzotto si mette di impegno e riesce a superare le selezioni, ma la sera stessa con un tutù soffoca l’insegnante e poi si uccide mangiando tutte le scarpette del plotone. – Secondo Tempo – La trasmissione comincia, i concorrenti vengono eliminati (in tutti i sensi), ei sopravvissuti cantano la sigla finale.

Il Cacciatore di talenti: tre ragazzi, tre amici, vengono mandati a fare da giudici alle pre-selezioni di x-factor, nel loro girovagare vengono rapiti da una famiglia di cinesi che li chiudono in un seminterrato di Prato e li costringono all’ascolto, per ore, di canzoni italiane con accento cantonese, uno dei ragazzi sfila la pistola di uno dei caricerieri, se la punta alla tempia e prova a suicidarsi, ma la pistola è scarica. I tre riescono in qualche modo a fuggire, ma uno di loro scompare: lo ritrovano anni dopo in un ristorante cinese di Bologna a servire pollo e bambù, pensa di essere nato a Pechino e sogna di partecipare alla Corrida.

Questa notte Tony Soprano morirà (probabilmente il post più noioso che abbiate mai letto)

Ad un orario che alcuni definiscono ancora notte e altri considerano già mattino, io guardo le repliche de “I Soprano”. Un’ora durante la quale la maggior parte degli italiani dorme, qualcuno forse studia, qualcun altro si fa una canna, qualcuno ancora fa l’amore. Io guardo “I Soprano”. Non saprei fare una recensione di questo telefilm americano, so solo che si tratta di un raro esempio di narrativa pura. Racconto brevemente il plot di una puntata: Tony è in macchina col nipote Christopher, fanno un incidente, chi ha la peggio è il più giovane dei due. Tony riesce a uscire dalla carcassa di lamiera e va ad aprire lo sportello dell’altro, questo gli chiede di non chiamare l’ambulanza, perché è fatto di coca e passerebbe dei guai, Tony lo guarda, gli mette una mano sulla bocca e soffoca il nipote. Qualche minuto dopo Tony è in aereo alla volta di Las Vegas, va a fare visita all’amante di Christopher, le racconta dell’incidente e della morte di Christopher. I due scopano, poi prendono un bottone di peyote a testa, e Tony dichiara di avere un’illuminazione, di “aver capito”, ma lo spettatore non saprà mai cosa ha capito, come non saprà mai perchè ha ucciso il nipote. Annullando il principio logico del “perché”, lo sceneggiatore (David Chase) si avvicina paurosamente alla perfezione narrativa (qualcosa di simile lo aveva già fatto Ferreri con “Dillinger è morto”). Non dico che è un esempio di buona letteratura (anche se lo penso, ma è un altro discorso), quello che intendo è che mette a nudo la vera natura della narrazione: tutti gli animali comunicano, con tracce chimiche, con suoni, con danze e movimenti, solo i più evoluti hanno elaborato un linguaggio, l’uomo ha fatto di più, ha inventato la narrazione, che è la comunicazione 2.0. Quindi il raccontare è frutto dell’evoluzione, sotto quest’aspetto fanno ridere i secoli di discorsi sul ruolo della letteratura; raccontare è una funzione biologia, raccontare una storia senza che vi siano sovrastrutture morali e filosofiche è come mangiare perché si ha fame, bere perché si ha sete. Non che “I Soprano” siano primitivi da un punto di vista formale, anzi, la raffinatezza della tessitura psicologica ha pochi eguali; “I Soprano” è una nobil donna ben educata, che cita Flaubert e suona Cophin, ma alza la gonna al primo giovanotto che le aggrada. Una donna adorabile.
Probabilmente tutto questo è una mia, personalissima, pippa mentale, e probabilmente questa notte Tony Soprano morirà (non ne sono sicuro, ma me lo sento), probabilmente quello che ho scritto non ha senso, probabilmente. Ma probabilmente non importa.

Postilla di quattro giorni dopo:  come ho potuto essere così ingenuo da pensare che Chase potesse uccidire Tony Soprano? Chase ha compiuto un omicidio, ma non di Tony Soprano, ma della storia stessa, perché cos’è un omicidio se non una fine prematura?  L’ultima puntata de “I Soprano” si conclude così: Tony è in un american resturant aspettando i suoi famigliari, per quella che diviene per lo spettatore un’ultima cena, entrano nel locale e si siedono al tavolo prima Carmela, poi Anthony Junior, e infine Meadow, anzi no, Meadow ha appena parcheggiato, si presume che entri nel locale, Tony guarda la porta e… niente, nero, è finito, tagliato così di netto, come un problema di trasmissione, come se fosse finita la pellicola. Sublime.