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Contro l’appiattimento culturale, adotta un arcaismo (campagna di sensibilizzazione approvata dall’istituto nazionale Nerd)

Quando studiavo non avevo una grande simpatia per Levi-Strauss – l’antropologo, non quello dei pantaloni, ho studiato sociologia, mica jeanseria – , soprattutto riguardo alla centralità della lingua e dei processi linguistici nella Cultura. Poi mi sono, almeno in parte, ricreduto. Avete presente quando state discutendo con qualcuno e a un certo punto non sapete cosa rispondere, e poi soltanto ore dopo vi viene in mente una battuta brillante come un cristallo di berillio e tagliente come un bisturi, ma ormai è troppo tardi per usarla? I francesi a questo “fenomeno” hanno dato un nome, più precisamente un’espressione, “l’esprit de l’escalier”, lo spirito delle scale, perché è la battuta che ti viene sempre quando ormai stai andando via, e sei per le scale -l’equivalente italiano dell’espressione francese è caduto definitivamente in disuso decenni fa-. Ora qualcuno che non conosceva l’espressione, o il francese, o che non ha letto il racconto “Budella” da “Cavie” di Palahniuk*, avrà alzato il mento e pronunciato a mezza bocca un “Aaah…”, è la reazione fisica al fenomeno appena verificatosi; associando un nome a quella che sembrava solo una nostra impressione nebbiosa, si ottiene un frammento di conoscenza condivisa e universale. Ora la mia proposta è questa; scegliete un termine in disuso, adottate un’espressione desueta, sfogliate i dizionari, cercateli su internet, scegliete bene, non fatevi intenerire da un musetto dal suono armonioso, puntate su un significato specifico che colma una lacuna semantica, non scegliete un termine che ha un equivalente nella lingua comunemente parlata e scritta (anche se i sinonimi puri sono rari). Avete scelto? Bene, ora prendete la vostra creatura e piazzatela nei vostri post, nei dialoghi quotidiani, non abbiate paura che il vostro interlocutore non vi capisca, se è davvero interessato a quello che dite si sforzerà di capirne il significato, pompando sangue nello zombie che avete riportato in vita, come il Babau che diventa più forte solo se si ha paura di lui. Non è un atto di restaurazione linguistica, è un piccolo atto rivoluzionario, la liberazione dei prigionieri della massificazione culturale.

Semi-digressione: Una delle polemiche più in voga in ambito linguistico, e a mio giudizio più sterili, riguarda i forestierismi; l’adozione di parole da altre lingue. Uno degli esempi più citati da chi vorrebbe la chiusura delle frontiere verbali è il puntatore da computer, da tutti conosciuto -in Italia e in buona parte del mondo- come “mouse”, mentre i cugini a ovest dei Pirenei lo chiamano “raton”, e i francesi “souris”, termini che indicano nelle relative lingue anche il più comune roditore, come del resto lo stesso termine in inglese. Avete presente i bambini? All’inizio usano poche parole per indicare più elementi del reale, due sillabe appiccicate, come “dada”, possono significare una marea di cose, poi crescendo si apprendono i termini specifici, e il glossario personale cresce di pari passo alla conoscenza del mondo; non vedo per quale motivo debba chiamare il mouse sorcio, topo, ratto, chiavica e via dicendo, quando nella mia lingua c’è un termine -d’accordo preso in prestito da un altro idioma, ma chi se ne frega, è sicuramente meno ridicolo dell’imposizione di un italico termine artificiale- che indica solo e soltanto quella cosa che sta sulla mia scrivania accanto al pc… oh scusate, al calcolatore personale.

Appendice: Ecco qualche prigioniero da liberare (o da salvare dallo stato di libertà vigilata) con la A (e con qualche ricamo personale):

Acqueruggiola: è la pioggia fitta e fine, innocua ma insistente. Acuzie: è l’apice di una malattia, il momento più critico. Afrore: la puzza di sudore, o comunque pungenti odori corporei. Allappante: dal gusto astringente, che dà sensazione di ruvidezza. Allure: portamento signorile. Ammazzasette: delinquente più sbruffone e millantatore, che pericoloso. Anartrico: a volte usato come sinonimo di muto, in realtà indica più specificamente l’incapacità di articolare i suoni fra di loro. Aprico: di un luogo aperto, soleggiato e panoramico. Atout: termine francese mutuato dal bridge e da altri giochi di carte, può indicare metaforicamente una “carta vincente”. Atrabile: nella medicina antica era considerato il fluido responsabile della malinconia e dell’ipocondria, più che sinonimo di malinconico e ipocondriaco, che alcuni dizionari gli attribuiscono, sarebbe interessante usarlo per indicare un’esperienza dolorosa, un “fantasma”, che genera disagio psichico.

* Mi pare che nello stesso racconto, quella canaglia di Palahniuk inventi un’espressione decisamente colorita e molto efficace; “carota nel culo”, per indicare un qualcosa che tutti hanno in mente ma che non può essere esplicitata perché troppo imbarazzante, facendo riferimento a una famiglia in cui il figlio adolescente è avvezzo ad ardite sperimentazioni sessuali.

Good Morning Aman

Aman (Said  Sabrie) è un ragazzo di origine somala che bazzica i dintorni di Termini e sogna di vendere auto. Una notte, su un tetto, conosce Teodoro (Valerio Mastandrea), un insonne come lui, si scambiano poche parole, nasce una strana amicizia, alimentata dai centoni che Teodoro infila nella tasca del giubbino di Aman, e diosolosa quanto Aman ne abbia bisogno. Perché Teodoro lo fa? Cosa vuole da lui?
L’Italia è un paese multietnico, sembra strano ma è così, sono numerose le comunità ormai radicate da tempo nelle nostre città metropolitane (ma non solo; si pensi alla comunità cinese di Prato, probabilmente la più grande e la più importante dello stivale). Il cinema nostrano si è accorto dei migranti soprattutto dopo lo sbarco dei ventimila albanesi a Bari nel 1991, l’immagine della vecchia nave che tracimava corpi si è impressa nell’inconscio di tutti coloro che all’epoca avevano raggiunto l’età della ragione. Ma non ricordo molti film che abbiano esplorato lo stato e le storie dei migranti di seconda generazione, o meglio, degli italiani di nuova generazione. “Good Morning Aman” non ha solo questo merito*, il film dell’esordiente Claudio Noce, che firma lo script insieme all’attore/sceneggiatore Diego Ribon, è un film importante, snobbato dal pubblico e dalla critica che lo ha menzionato solo per l’egregia prova di Valerio Mastandrea (che ha talmente creduto nel film da co-produrlo). Il soggetto è solido e tagliente, la sceneggiatura a tratti presenta qualche opacità, ma ha il merito di essersi spinto in un territorio parzialmente inesplorato. La regia ha personalità da vendere, stupendi i primi piani, mai banali, come la composizione dell’inquadratura. Davvero difficile credere che sia un esordio.
*In realtà Aman non è nato in Italia, ma vi è arrivato da piccolo, molto piccolo, ed è a tutti gli effetti italiano, con tutti i pregi e i difetti del caso.