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Ce lo faremo raccontare (replica)

19/7/2011: Dieci anni dal G8 di Genova, dieci anni da un evento che per la mia generazione è stato un rito di passaggio collettivo all’età adulta, uno di quei momenti in cui scopri come un ideale si può pagare sulla pelle, con l’umiliazione, la tortura, anche nella benestante e democratica Europa.  Tutte quelle frasi del tipo “siete giovani potete cambiare il mondo”, ti apparirono ridicole, e ti sentisti ridicolo ad averci creduto un po’. Qui sotto un racconto dedicato a quei giorni, non è autobiografico.

5/7/2011: Ripubblico in occasione della sentenza di terzo grado sui fatti della Diaz, una “sentenza che restituisce dignità” sostiene Carlo Bonini, prendendo in prestito la frase da un testimone di quella terribile notte che ha atteso con lui la sentenza, accogliendola con un pianto di commozione. Più cupo Roberto Saviano: “non posso fare a meno di pensare che una giustizia che arriva dopo 11 anni, comunque, non è giustizia”.

Erano le dieci del mattino del 20 luglio, e anche al quarantunesimo parallelo nord faceva un caldo tropicale; un fuoco invisibile bruciava la pelle e l’aria di Roma. Davide teneva la testa sotto il cuscino, respirava male e sudava, ma almeno le fottute tre parole di Valeria Rossi sembravano meno odiose, smorzate da quella sindone imbottita. Quando ebbe raggiunto il suo primato di apnea, spinse lontano il cuscino, inspirò profondamente e poi strillò a Carmine, il tipo che divideva con lui la camera doppia, di spegnere quella merda. Ovvero la radio. O meglio; lo stereo che faceva girare la cassetta con quel brano registrato dalla radio. Il siciliano non assunse la posizione verticale prima del trentesimo piegamento, dopo aver tonificato a sufficienza pettorali e deltoidi sbilanciò in avanti il bacino, indicò con entrambe le mani l’inguine e con la bocca modulò: “Suca!”. Anche Valentino era a letto, e sudava, in realtà aveva il condizionatore, ma non l’usava mai, quel coso succhiava troppa corrente, e non che gliene fregasse qualcosa della bolletta, tanto quella gliela pagava il padre, anzi tecnicamente la pagava qualcun altro, tipo la segretaria o qualcosa del genere. Non accendeva quel frigorifero senza sportello per non inquinare, per non contribuire all’effetto serra, c’era poco da scherzare, a Kyoto avevano parlato chiaro, e dopo quattro anni stavano ancora parlando, e basta. Fabio guardava affondare i biscotti nel latte, era uno spettacolo ipnotico e in qualche modo macabro; sembravano degli uomini che annegavano e nel frattempo si decomponevano. Quando ne ebbe abbastanza andò in bagno e versò il latte con le membra disciolte degli uomini di grano, in quella tazza più grande fissata al pavimento, e poi tirò lo sciacquone. Tornò in cucina e mise sul fuoco la moka. Da qualche tempo non digeriva più il latte, lo aveva detto alla madre, ma quella continuava a fargli trovare la spremuta di mucca nel pentolino. Non insistette, pensò che per la madre era un modo per pensarlo ancora bambino, e comunque da qualche mese era diventato più paziente col suo unico genitore, forse da quella cosa lì, da quella cosa di Novi Ligure; l’aveva letto sul giornale, quel giornale che si trovava gratis nella metropolitana, l’aveva letto mentre andava all’università, aveva letto del massacro di Erika e Omar, e da quel giorno di febbraio, Fabio, non lesse più il giornale che si trovava gratis nella metropolitana.

Partirono tutti e tre nel primo pomeriggio, con una Fiat Uno che aveva visto tempi migliori, prestata a Davide da uno dei suoi sette coinquilini. Valentino disse che era meglio prendere un treno, che la città sarebbe stata blindata e che quel coso smarmittato inquinava come una pila di pneumatici in fiamme. Davide sosteneva che i treni non sarebbero arrivati prima di notte, e che per una cazzo di volta voleva viaggiare comodo, di treni ne aveva presi fin troppi in vita sua, treni pieni come navi negriere. Fabio non disse nulla, si sedette sul sedile posteriore e basta. Partirono, e la macchina li abbandonò prima ancora dell’autostrada.

Davide girava la chiave, ma il rumore che veniva dal motore era sempre più tenue, Fabio gli chiese di smetterla, gli chiese per pietà di non far rantolare più quel malato terminale. Davide scese dall’auto, fece due passi e poi si sedette a terra, quasi si lasciò cadere, con le spalle in avanti e la faccia incazzata. Valentino si infilò due dita nel calzino: «L’avevo conservata per Genova, ma ormai…». Tirò fuori un briciola di fumo, una storia da diecimila lire, e cominciò a rullare. Fabio chiuse il triangolo sedendosi di fronte gli altri due, e chiese se secondo loro, la zona rossa sarebbe stata violata, chiese quanta gente ci sarebbe stata al corteo di sabato, e quando cominciarono a sparare i primi numeri, la canna era già finita, e la matematica già un’opinione. «Magari le cose cambiano davvero, perché se guardi la storia no, le cose cambiano cazzo, e magari oggi a Genova le cose cambiano, magari sto cazzo di duemila, sto nuovo millennio, comincia oggi a Genova…». Si fomentò Valentino. «E noi ce lo faremo raccontare, come sempre… siamo tre falliti». Aggiunse Davide. Poi scoppiarono a ridere all’unisono, e risero forte, così forte da piangere, e quando ebbero finito non ricordavano più cosa li avesse fatti ridere. Si misero in cammino, in quello sputo cementizio a nord di Roma, alla ricerca di un meccanico, ma trovarono solo un bar; ordinarono un caffè e due aperitivi. C’era un televisore acceso nel locale, sintonizzato su Rai3, un tubo catodico appoggiato sopra il frigorifero delle bibite, che trasmetteva immagini di vetrine rotte, di fumogeni,  di cassonetti rovesciati, di poliziotti coi manganelli, di gente in nero, di gente coperta di sangue. Ma non si capiva nulla, perché non c’era l’audio, le uniche parole diffuse nell’aria erano quelle di una canzone, forse proveniente dalla stanza di una quindicenne che sognava di stare al mare, o dalle casse di un’autoradio testimone di uno scomodo amplesso pomeridiano, ed erano parole che parlavano di Sole Cuore Amore, e di un bacio che non fa parlare…

Davide si laureò in legge nel 2003, abbandonò il sogno di diventare magistrato, ed ora è un bravo tributarista.Valentino, dopo la terza trombatura alle elezioni amministrative, si è ritirato dalla politica e si è convertito allo sperpero del patrimonio di famiglia.Fabio, dopo i fatti del G8 di Genova, cadde in depressione, e dopo l’11 settembre di quel maledetto 2001, smise di frequentare l’università, e nessuno lo vide più.

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Ce lo faremo raccontare

Erano le dieci del mattino del 20 luglio, e anche al quarantunesimo parallelo nord faceva un caldo tropicale; un fuoco invisibile bruciava la pelle e l’aria di Roma. Davide teneva la testa sotto il cuscino, respirava male e sudava, ma almeno le fottute tre parole di Valeria Rossi sembravano meno odiose, smorzate da quella sindone imbottita. Quando ebbe raggiunto il suo primato di apnea, spinse lontano il cuscino, inspirò profondamente e poi strillò a Carmine, il tipo che divideva con lui la camera doppia, di spegnere quella merda. Ovvero la radio. O meglio; lo stereo che faceva girare la cassetta con quel brano registrato dalla radio. Il siciliano non assunse la posizione verticale prima del trentesimo piegamento, dopo aver tonificato a sufficienza pettorali e deltoidi sbilanciò in avanti il bacino, indicò con entrambe le mani l’inguine e con la bocca modulò: “Suca!”. Anche Valentino era a letto, e sudava, in realtà aveva il condizionatore, ma non l’usava mai, quel coso succhiava troppa corrente, e non che gliene fregasse qualcosa della bolletta, tanto quella gliela pagava il padre, anzi tecnicamente la pagava qualcun altro, tipo la segretaria o qualcosa del genere. Non accendeva quel frigorifero senza sportello per non inquinare, per non contribuire all’effetto serra, c’era poco da scherzare, a Kyoto avevano parlato chiaro, e dopo quattro anni stavano ancora parlando, e basta. Fabio guardava affondare i biscotti nel latte, era uno spettacolo ipnotico e in qualche modo macabro; sembravano degli uomini che annegavano e nel frattempo si decomponevano. Quando ne ebbe abbastanza andò in bagno e versò il latte con le membra disciolte degli uomini di grano, in quella tazza più grande fissata al pavimento, e poi tirò lo sciacquone. Tornò in cucina e mise sul fuoco la moka. Da qualche tempo non digeriva più il latte, lo aveva detto alla madre, ma quella continuava a fargli trovare la spremuta di mucca nel pentolino. Non insistette, pensò che per la madre era un modo per pensarlo ancora bambino, e comunque da qualche mese era diventato più paziente col suo unico genitore, forse da quella cosa lì, da quella cosa di Novi Ligure; l’aveva letto sul giornale, quel giornale che si trovava gratis nella metropolitana, l’aveva letto mentre andava all’università, aveva letto del massacro di Erika e Omar, e da quel giorno di febbraio, Fabio, non lesse più il giornale che si trovava gratis nella metropolitana.

Partirono tutti e tre nel primo pomeriggio, con una Fiat Uno che aveva visto tempi migliori, prestata a Davide da uno dei suoi sette coinquilini. Valentino disse che era meglio prendere un treno, che la città sarebbe stata blindata e che quel coso smarmittato inquinava come una pila di pneumatici in fiamme. Davide sosteneva che i treni non sarebbero arrivati prima di notte, e che per una cazzo di volta voleva viaggiare comodo, di treni ne aveva presi fin troppi in vita sua, treni pieni come navi negriere. Fabio non disse nulla, si sedette sul sedile posteriore e basta. Partirono, e la macchina li abbandonò prima ancora dell’autostrada.

Davide girava la chiave, ma il rumore che veniva dal motore era sempre più tenue, Fabio gli chiese di smetterla, gli chiese per pietà di non far rantolare più quel malato terminale. Davide scese dall’auto, fece due passi e poi si sedette a terra, quasi si lasciò cadere, con le spalle in avanti e la faccia incazzata. Valentino si infilò due dita nel calzino: «L’avevo conservata per Genova, ma ormai…». Tirò fuori un briciola di fumo, una storia da diecimila lire, e cominciò a rullare. Fabio chiuse il triangolo sedendosi di fronte gli altri due, e chiese se secondo loro, la zona rossa sarebbe stata violata, chiese quanta gente ci sarebbe stata al corteo di sabato, e quando cominciarono a sparare i primi numeri, la canna era già finita, e la matematica già un’opinione. «Magari le cose cambiano davvero, perché se guardi la storia no, le cose cambiano cazzo, e magari oggi a Genova le cose cambiano, magari sto cazzo di duemila, sto nuovo millennio, comincia oggi a Genova…». Si fomentò Valentino. «E noi ce lo faremo raccontare, come sempre… siamo tre falliti». Aggiunse Davide. Poi scoppiarono a ridere all’unisono, e risero forte, così forte da piangere, e quando ebbero finito non ricordavano più cosa li avesse fatti ridere. Si misero in cammino, in quello sputo cementizio a nord di Roma, alla ricerca di un meccanico, ma trovarono solo un bar; ordinarono un caffè e due aperitivi. C’era un televisore acceso nel locale, sintonizzato su Rai3, un tubo catodico appoggiato sopra il frigorifero delle bibite, che trasmetteva immagini di vetrine rotte, di fumogeni,  di cassonetti rovesciati, di poliziotti coi manganelli, di gente in nero, di gente coperta di sangue. Ma non si capiva nulla, perché non c’era l’audio, le uniche parole diffuse nell’aria erano quelle di una canzone, forse proveniente dalla stanza di una quindicenne che sognava di stare al mare, o dalle casse di un’autoradio testimone di uno scomodo amplesso pomeridiano, ed erano parole che parlavano di Sole Cuore Amore, e di un bacio che non fa parlare…

Davide si laureò in legge nel 2003, abbandonò il sogno di diventare magistrato, ed ora è un bravo tributarista.Valentino, dopo la terza trombatura alle elezioni amministrative, si è ritirato dalla politica e si è convertito allo sperpero del patrimonio di famiglia.Fabio, dopo i fatti del G8 di Genova, cadde in depressione, e dopo l’11 settembre di quel maledetto 2001, smise di frequentare l’università, e nessuno lo vide più.

Attentato alla Bocconi, e a De Andrè

“Con un mano tenera e l’altra armata
così esprimo la mia solidarietà
Guadagnando in ogni battaglia
Una somma di preziosa libertà
2004”
Così comincia il volantino di rivendicazione dell’attentato di questa notte all’università Bocconi di Milano. Parole che potrebbero appartenere a Mauricio Morales, anarchico cileno morto il 22 maggio di quest’anno, mentre si preparava a un attacco con un estintore pieno di polvere nera, lo stesso anarchico che dà il nome al nucleo del Fai (federazione anarchica informale) che ha rivendicato l’attentato con una telefonata al quotidiano “Libero”. Alle 3 del 16 dicembre 2009 sarebbero dovuti esplodere due chili di dinamite, ma l’ordigno era confezionato male, e ad esplodere è stato solo l’innesco. Chiudere i centri di identificazione ed espulsione la richiesta del gruppo. Martedì la stessa sigla aveva rivendicato una lettera esplosiva indirizzata al direttore del Cie di Gorizia. Sull’autenticità della rivendicazione ci sono pochi dubbi, come testimonierebbero alcune scritte a penna in calce al volantino, che descrivono l’ordigno: “scatola di metallo, 4 viti e 8 bulloni”, anche se le notizie ufficiali parlano di un tubo metallico, e non di una scatola, e tra le righe stampate si legge di 2 kg di dinamite, mentre per la Digos i chili di dinamite sarebbero 3, imprecisioni che potrebbero far pensare a un “appalto” nella fabbricazione dell’ordigno. “Operazione eat the reach – Fuoco ai Cie”, questo il nome dell’operazione del Fai; dopo aver citato il De Andrè dell’album “Storia di un impiegato” (“chi non terrorizza si ammala di terrore”) il gruppo descrive di aver scelto un luogo inaspettato, ma dopo tornano a dipingere lo stesso come “avamposto del dominio, dove si formano i nuovi strumenti ed apparati del capitale, dove si affilano le armi che taglieranno la gola agli sfruttati”. L’orario sul quale era stato regolato il timer rassicura sulla volontà di non far scorrere sangue, ma le parole con le quali il gruppo descrive l’università Bocconi sono davvero preoccupanti, il pericolo è che in un’ubriacatura ideologica non si riesca più a distinguere tra i “padroni” e chi con la parte malata della classe dirigente c’entra poco o niente, il pensiero va a episodi come quello dell’undici dicembre settantanove (esattamente trenta anni fa), in cui un commando di Prima Linea irruppe nella scuola d’Amministrazione aziendale di Torino e dopo aver trascinato duecento studenti nell’aula magna, ne scelse a caso cinque da gambizzare insieme ad altrettanti professori. Certo non è più quel tempo, e anche il linguaggio dei rivoluzionari armati è differente, meno “burocratico” e più letterario, e viene voglia di chiedersi a cosa siano serviti i poeti della rivoluzione non violenta se poi le loro parole campeggiano nelle lettere dei nuovi bombaroli. Forse gli autori di questi atti dovrebbero ascoltare davvero De Andrè, prima di citarlo.