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UNA PROPOSTA MOLESTA / I REBOOT

Ve lo ricordate “Will il principe di Bel-Air”?

Ebbene ne hanno fatto un rifacimento, ma attenzione… è diventata una serie drammatica/action/crime (qui il trailer).

Qualora la cosa divenisse di moda, suggerisco alcuni reboot nostrani:

-“Casa Vianello”: una ricca e anziana coppia vive la propria esistenza ricco borghese. Lei, una donna sadica e perversa, è parecchio stufa della routine matrimoniale, così escogita dei modi sempre diversi per attirare delle giovani donne in casa per torturarle fino alla morte. Lui tenta in tutti i modi di salvarle, cercando di sedurre le donne e portarle fuori da casa, ma fallisce ogni volta miseramente. La sera, quando la sete di sangue di lei sembrerebbe essersi placata, l’anziana assassina sotto le lenzuola comincia a scalciare: è l’astinenza dal sangue, e il giorno dopo una nuova giovane vita sarà spezzata.

-“Un medico in famiglia”: Roma, anni 60. Nonno Libero, dopo una vita di lavoro e dopo aver combattuto i tedeschi come partigiano, si gode la pensione e i suoi nipotini, la prole del suo unico figlio, un brillante medico rimasto vedovo. Ma un giorno Libero scopre qualcosa che mai e poi mai avrebbe potuto immaginare: quando Libero si unì alla Resistenza, suo figlio era un brillante studente di medicina, finita la guerra Libero tornò a Roma ma non trovò il figlio, tempo dopo gli spigherà che era scappato per paura dei bombardamenti. Ma Libero scopre che in realtà suo figlio era diventato l’assistente del Dottor Josef Menghele, l’angelo della morte di Auschwitz. Cosa farà Libero? Cederà alla rabbia e al senso di giustizia, lasciando gli amati nipoti orfani anche del padre? Oppure farà finta di niente sapendo di aver egli stesso generato il Male contro cui ha combattuto per tutta la vita?

-“I Cesaroni”: nel cuore del quartiere Garbatella c’è la casa della famiglia Cesaroni, una casa frequentata da un gran numero di personaggi sempre di ottimo umore, questo perché i Cesaroni spacciano.

Sette anime (Seven pounds)

C’era una volta Gabriele Muccino, meglio noto come “il regista dell’ultimo bacio”, uno che da ragazzo sognava di diventare il Nanni Moretti della sua generazione, e si ritrovò al suo terzo film a essere additato come uno dei più pericolosi spacciatori di cinema commerciale. Ma c’è un posto nel mondo dove quelli come lui possono sentirsi a casa, e così quando mamma Hollywood chiamò, lui rispose. Andò in America e conobbe un ragazzone di colore che aveva cominciato come rapper ed era finito a fare lo scemo in una sitcom… ma ne aveva fatti di soldi Will Smith; nel 2006 decise di autoprodursi in un film sulla storia di Chris Gardner, la sceneggiatura la scrisse Steve Conrad che l’anno prima si era distinto con il bel “The Weather Man”, mentre dietro la macchina da presa, l’ex man in black, volle proprio il regista romano. Dopo il successo de “La ricerca della felicità”, Muccino e Smith ci riprovano con “Sette Anime”, e lo script questa volta è affidato a Grant Nieporte. C’era una volta Gabriele Muccino insomma, e c’è ancora, solo che ora non scrive più quello che gira (anche per “Baciami ancora”, il seguito de “L’ultimo bacio”, attualmente in lavorazione, non è accreditato come sceneggiatore o soggettista), e di riflesso ha moltiplicato esponenzialmente la sua propensione verso il cinema dei lacrimoni, delle facili emozioni, pur conservando una certa efficacia ed eleganza nella messa in scena.

“Sette anime” è un film che svela poco alla volta la sua trama, prima dei titoli di testa compare un uomo in una casa sull’oceano e una medusa nell’acquario, telefona a un call center e maltratta un operatore, Ezra Turner (il grande Woody Harrelson), facendo leva sul suo handicap di non vedente. L’uomo della casa sull’oceano, Ben Thomas, si presenta come impiegato del fisco, ma sembra più interessato alla vita segreta di alcuni sfortunati evasori, che al proprio lavoro. Tutto questo fa parte di un piano ben preciso che Ben ha progettato nei minimi dettagli.

A parte una prima ottima mezzora, o poco più, in cui lo spettatore non sa che colore dare all’anima di Ben Thomas, la storia ha già detto tutto a metà del film, rimane solo il finale, e per vederlo lo spettatore deve sorbirsi tutta la storia d’amore tra il protagonista (Will Smith), e Emily Posa (Rosario Dawson). Della regia si è già accennato prima, elegante e pulita, ma soprattutto ha il merito di rendere verosimile un soggetto che altrimenti sarebbe apparso improbabile, mentre i dialoghi non sono esenti da furberie tipiche di Hollywood, ad esempio Ben riceve una telefonata e alla domanda su chi fosse si sente rispondere “tuo fratello”, un trucco per introdurre il fratello del protagonista senza ricorrere a scene extra, ma a scapito del realismo.

Complessivamente, quello che un tempo era indicato come l’esempio del nuovo cinema italiano, nel bene e nel male, ha firmato un film sinceramente americano, nella forma e nella filosofia, ma c’è da chiedersi quanto ci sia di Muccino e quanto del suo attore-produttore.